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(it) Riflessioni su anarchismo e questione razziale in Sudafrica 1904-2004

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Date Thu, 13 May 2004 13:22:18 +0200 (CEST)


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RIFLESSIONI SU ANARCHISMO E QUESTIONE RAZZIALE IN SUD AFRICA (1904-2004)
di Lucien van der Walt
La tradizione anarchica sudafricana si pone come un interessente caso di
studio per un approccio anarchico alla questione della
disuguaglianza razziale e dell'oppressione capitalistica. Nel Sud
Africa contemporaneo, le relazioni capitalistiche di sfruttamento sono
state costruite sulla base dei rapporti di dominio coloniali. La
complessa articolazione tra questione razziale e lotta di classe è stata
un questione con cui il movimento anarchico sudafricano si è sempre
confrontato. Il presente documento cercherà di esaminare come si sono
rapportati alla questione razziale sia il classico movimento
anarchico sudafricano dei primi due decenni del XX secolo, sia quello
contemporaneo a partire dagli anni '90 ed infine si cercherà di trarre
delle conclusioni.

LA QUESTIONE RAZZIALE

Il capitalismo sudafricano si è sviluppato su basi razziali dagli inizi
del processo di industrializzazione negli anni 1880 spronato dalla
scoperta dell'oro nella regione di Witwatersrand, fino al periodo delle
riforme negli anni 1970. C'erano in effetti due settori nettamente
differenziati della classe operaia sudafricana.

I lavoratori africani, pari al 2/3 della forzalavoro, erano concentrati
nella fascia degli occupati a basso reddito, erano particolarmente non
professionalizzati, ed erano assunti con contratti vincolati in cui era
negato e perseguito come un crimine lo sciopero. Il tipico lavoratore
africano delle miniere e delle industrie era un maschio migrante che
lavorava a contratto nelle aree urbane prime di ritornare al villaggio
rurale in cui continuava a risiedere la sua famiglia a base agricola. Per
i lavoratori africani i servizi della città erano veramente minimi -prima
degli anni '50, per esempio, la scolarizzazione urbana era
gestita dalle chiese- e la politica dello Stato tendeva ad escludere i
lavoratori africani dal diritto di voto ed a far sì che non
risiedessero permanentemente fuori dalla comunità tribale. Per
rafforzare in parte questo sistema venne introdotta una legislazione di
passaporti validi nel territorio interno - le "pass laws" applicate solo
ai lavoratori africani.

I lavoratori bianchi, invece, accedevano a lavori meglio retribuiti,
erano spesso artigiani professionalizzati, e risiedevano in quartieri
urbani a base familiare, ma alquanto segregati. Potendo disporre dei
diritti civili e politici, potevano cambiare lavoro abbastanza
facilmente, sindacalizzarsi, mentre il diritto di sciopero gli venne
concesso con riluttanza solo a partire dagli anni '20. Comunque fino agli
anni '60 è esistita anche una grande fetta di bianchi poveri (in gran
parte ex-contadini afrikaner finiti in rovina).

Tra questi due gruppi sociali vanno inseriti i lavoratori coloured
(razza-mista) e le minoranze di Indiani. Al pari dei bianchi poveri,
anch'essi erano intensamente proletarizzati. Il loro processo di
urbanizzazione inizia a partire dagli anni '30, con la conquista di
alcuni vantaggi urbani inconcepibili per gli africani, compresi i
diritti sindacali. Ma, al pari degli africani, anch'essi erano esclusi
dai lavori ad alto contenuto professionale; e comunque lavoravano e
risiedevano in aree residenziali con servizi, ma totalmente segregate.

L'ideologia ufficiale di stato era fondata sulla nozione della
differenza razziale: a volte costruita sulla base della disuguaglianza
biologica, altre volte sulla base di una intrinseca differenza
culturale fra la cultura occidentale civilizzata e quella barbara degli
africani. Questa giustificazione dell'ordine sociale aveva la sua
risonanza presso la classe lavoratrice bianca. Infatti, a causa di un
mercato del lavoro a basso costo e sottomesso, vi erano continui
tentativi padronali di ampliare luso della forzalavoro africana; così
laddove la meccanizzazione non richiedeva più alte professionalità, vi
furono tentativi di sostituire la forzalavoro bianca e
professionalizzata con lavoratori africani poco professionalizzati e meno
retribuiti; dove questo avvenne i "bianchi poveri", usando il voto ed i
diritti sindacali, entrarono in una competizione tra poveri con gli
africani privi di qualsiasi libertà.

Il "pericolo nero" nelle industrie si impossessò dei primi sindacati
fondati dai lavoratori bianchi, procurando dispute sindacali
protrattesi fino agli anni 1980. Questi sindacati adottarono una
posizione del tipo "lavoro prima ai bianchi" con sbarramento razziale
nelle iscrizioni, sostegno alla segregazione, piattaforme con riserve di
posti per i bianchi. I "poveri bianchi", concentrati fino agli anni 1940
in quartieri-ghetto economici ma multirazziali, si trovavano in una
situazione contraddittoria: le condizioni materiali assai simili
portavano ad una certa integrazione e ad una grave preoccupazione per
possibili incroci razziali; la disoccupazione e la competizione sul
mercato del lavoro generavano un aspro antagonismo razziale ed a volte
esplodevano in veri e propri scontri di tipo razziale.

Proprio per questo i lavoratori africani consideravano con un certo
sospetto i lavoratori bianchi sindacalizzati e si indignavano per lo
status a loro riservato. Quando il sindacalismo mosse i suoi primi passi
tra gli africani alla fine degli anni 1910, era di tipo
esclusivamente razziale; le piattaforme erano profondamenete segnate
dalle contraddizioni razziali.

Si verificò così una biforcazione nel movimento dei lavoratori. I
sindacati bianchi e quelli africani si svilupparono su linee separate: a
volte ostili, a volte alleati, ma quasi mai integrati almeno fino agli
anni 1990. I lavoratori coloured e Indiani fluttuavano tra questi due
poli sindacali: sebbene accolte occasionalmente nei sindacati
bianchi, ma sempre su basi di disparità, queste minoranze venivano
comunque spinte verso i sindacati africani dal razzismo di stato. La loro
coscienza rifletteva il loro status: l'antagonismo verso il mondo del
lavoro dei bianchi si accoppiava spesso all'ostilità verso gli africani.

PRIME RISPOSTE DELL'ANARCHISMO

Il primo attivista anarchico in Sud Africa si chiamava Henry Glasse, un
inglese che dal 1881 viveva nella piccola città costiera di Port
Elizabeth, da cui teneva corrispondenza con i circoli anarchici
londinesi, traduceva Kropotkin, distribuiva opuscoli anarchici.

E' nei suoi scritti che compaiono le prime tracce di un approccio
anarchico locale alla questione razziale in Sud Africa. Il primo passo di
Glasse fu quello di di respingere la distinzione tra cultura
civilizzata e cultura barbara, il secondo fu l'esplicita opposizione
all'oppressione sugli africani. In una lettera inviata nel 1905 al
giornale inglese Freedom sosteneva che avrebbe preferito vivere tra gli
africani piuttosto che fra i molti che si ritengono civilizzati, poichè
tra gli africani individuava i segni di un comunismo primitivo e di amore
fraterno; denunciava poi le condizioni spaventose degli africani:
derubati e maltrattati, esclusi dal transito sui marciapiedi e
costretti a camminare nel fango delle strade, esclusi dalla carrozze o
dai tram, segregati in vagoni speciali sui treni, come fossero
bestiame; forniti di pass per uscire dai loro ghetti, sottoposti a
coprifuoco dopo le 21.00.

Il terzo passo di Glasse fu l'applicazione dell'internazionalismo
anarchico al mondo del lavoro sudafricano tramite il rifiuto del
sindacalismo bianco. Nel giornale "The Voice of Labour" ["La Voce del
Lavoro"], il primo settimanale socialista sudafricano nel XX secolo
(1908) egli scriveva nel 1912 che era pura idiozia credere che i
lavoratori bianchi potessero vincere le loro battaglie
indipendentemente dalla stragrande maggioranza degli schiavi salariati di
colore.

Le barriere razziali erano, per lui, nocive per la lotta comune dei
lavoratori contro il nemico di classe. Queste posizioni ebbero grande
influenza sulla sinistra radicale dell'epoca, compresa la corrente
sindacalista rivoluzionaria che si stava costruendo intorno al
settimanale: un gruppo vicino a De Leon, il Socialist Labour Party (SLP),
nacque nel 1910, come pure una sezione dell'IWW, su posizioni nettamente
favorevoli ad un sindacalismo inter-razziale. Questi gruppi nacquero
proprio dopo un giro di conferenze del sindacalista britannico Tom Mann
agli inizi del 1910. Benchè fosse sponsorizzato dai principali sindacati
bianchi, non smise mai di incitare all'unità sindacale al di là delle
razze.

Il 1915 ED I NEO-RADICALI

Eppure né il SLP né l'IWW fecero molto per abbattere le barriere
razziali; il SLP faceva solo sterile propaganda, mentre l'IWW si
impegnava solo sui lavoratori bianchi dei trasporti di Johannesburg,
Pretoria e Durban. Nessuno dei 2 riuscì a fare il quarto e cruciale
passo: fondere l'opposizione all'oppressione razziale col sindacalismo in
una campagna contro l'oppressione razziale.

Alla fine del 1912, il SLP, l'IWW e la Voce del Lavoro entrarono in
crisi, per cui non ebbero alcun ruolo nell'ondata di scioperi
organizzata dal giugno 1913 al febbraio 1914. Una controversia
sindacale limitata ad una sola miniera si tramutò in uno sciopero
generale in tutta la regione del Witwatersrand. Guidata da un comitato di
sciopero informale, la lotta finì con scontri, la città di
Johannesburg nelle mani degli scioperanti ed il governo umiliato. Non
bastò, comunque, ad alleviare le sofferenze, per cui ci fu un secondo
tentativo di sciopero generale agli inizi del 1914; ma lo Stato non si
fece trovare impreparato e colpì il movimento con la legge marziale.

Due cose però erano venute fuori. Primo: alcuni sindacalisti avevano
cercato di coinvolgere i lavoratori africani nello sciopero del 1913, in
particolare George Mason del comitato di sciopero che si era
adoperato per uno sciopero indipendente degli africani. Secondo: la
repressione del 1913-1914 radicalizzò il movimento sindacale bianco. Nel
South African Labour Party (SALP), il partito dei sindacati bianchi che
combinava socialismo e segregazione razziale, emerse una componente
radicale che si distinse per l'opposizione alla linea interventista del
SALP nella 1GM. Venne fondata una Lega Guerra alla Guerra che attrasse
vecchi militanti di SLP e IWW.

SINDACATI E QUESTIONE RAZZIALE

Nel settembre 1915 questa Lega ruppe ogni legame col SALP e lanciò la
Internationalist Socialist League (ILS), che si richiamava ad un
sindacalismo inter-razziale ed al sindacalismo rivoluzionario. Il suo
settimanale L'Internazionale lanciava nel 1915 un appello per un nuovo
movimento senza distinzioni di mestiere, razza e sesso, fondato sulla
solida base di quel proletariato più umile che lavora per un padrone e
che è tanto grande quanto lo è l'umanità. Cominciò qui, grazie al ruolo
dell'ILS, l'influenza del sindacalismo rivoluzionario sulla sinistra
radicale.

Come scrivevano i sindacalisti rivoluzionari della Voce del Lavoro, anche
l'ILS sosteneva l'inutilità del sindacalismo bianco; ma
aggiungeva che la lotta attiva conto l'oppressione razziale era una
cruciale lotta anticapitalista, che avrebbe scosso le fondamenta del
capitalismo sudafricano qualora i principi socialisti fossero stati
coniugati con la questione dei nativi. L'ILS sosteneva che
l'oppressione razziale non solo divideva la classe operaia ma era
funzionale agli interessi del capitale, il quale poteva contare sui
lavoratori africani a buon mercato, privi di aiuti e disorganizzati per
colmare il fabbisogno di forzalavoro in generale ed industriale in
particolare, al fine di garantire le priorità per il moderno
imperialismo: una forzalavoro totalmente a buon mercato (1916).

Infine, ILS sosteneva il ruolo dell'azione diretta nel distruggere
l'oppressione razziale, con enfasi particolare sul ruolo del
sindacalismo. Mason sosteneva la necessità di favorire la
sindacalizzazione degli africani al fine di abrogare la legislazione
oppressiva con la forza del sindacalismo.

Secondo l'ILS, una volta organizzati, questi lavoratori erano in grado di
far abolire qualsiasi legge tirannica. Era la disorganizzazione dei
lavoratori africani a fare di queste leggi dei vincoli di ferro. Ma se si
fossero organizzati su base industriale, queste leggi sarebbero diventate
carta straccia.

Nel luglio 1917, ILS organizzò un gruppo di studio per lavoratori
africani a Johannesburg, dove il ruolo centrale lo aveva Andrew Dunbar,
già segretario dell'IWW. Secondo i rapporti di polizia, Dunbar spiegava
agli africani che loro erano la classe operaia del Sud Africa e che
perciò dovevano organizzarsi per pretendere gli stessi diritti dei
bianchi. In settembre, quel gruppo di studio divenne un sindacato,
l'Industrial Workers of Africa (IWA), il primo sindacato africano nel
paese. Nacquero altri sindacati in conseguenza della frammentazione della
classe lavoratrice: a Durban nacque l'Indian Workers Industrial Union nel
1917; a Kimberley il Clothing Workers Industrial Union nel settore del
tessile e l'Horse Driver's Union nel 1918 fra i lavoratori coloured; a
Cape Town sempre nel '18 la Industrial Socialist League (IndSL), un
gruppo sindacalista indipendente che organizzava
soprattutto braccianti coloured in uno Sweet & Jam Workers Industrial
Union (dolciumi).

Nel giugno 1918, l'ILS, l'African National Congress (ANC) e l'IWA
collaborarono per tentare un movimento di sciopero africano, il primo nel
suo genere. I militanti dell'IWA svolsero un ruolo determinante nello
spostamento del moderato ANC verso posizioni più a sinistra. Anche se la
campagna di sciopero fallì, otto esponenti dell'IWA, ILS e ANC finorono
sotto accusa per turbamento dell'ordine pubblico e poi assolti nel primo
processo politico multirazziale in Sud Africa.

Nel marzo 1919, l'ANC lanciò una campagna contro le "pass laws" nella
regione di Witwatersrand - col contributo determinante di Reuben Cetiwe e
Hamilton Kraai dell'IWA - subito revocata dall'ala moderata del
partito. Kraai e Cetiwe si spostarono a Cape Town, dove misero in piedi
l'IWA tra i portuali e lavorarono con l'Industrial and Commercial
Workers Union (ICU). Una ICU rinnovata, dopo aver incorporato l'IWA, si
sarebbe poi diffusa negli anni '20 in tutto il paese, dopo aver
combinato pezzi dello statuto dell'IWW con seri livelli di autocrazia
corruzione e caos politico al suo interno.

POST-SINDACALISMO

La Rivoluzione Russa ebbe un effetto tremendo sul movimento radicale
sudafricano. Inizialmente l'ILS prese la rivoluzione come una conferma
delle sue posizioni sindacaliste: i soviet erano l'espressione russa del
sindacalismo industriale (1917). Ma pian piano venne adottata una linea
leninista, infatti l'ILS ebbe un ruolo decisivo nella costruzione
ufficiale del Communist Party of South Africa (CPSA) nel 1921 e
L'Internazionale divenne l'organo di stampa del nuovo partito
comunista.

All'inizio le correnti sindacaliste rivoluzionarie rimasero dentro il
CPSA, ma ormai la tendenza generale era quella di accettare le
direttive dell'Internazionale Comunista. Tra il 1921 ed il 1924 il CPSA
applicò in modo meccanico la posizione di Lenin sull'affiliazione dei
comunisti britannici in Sud Africa al Labour Party, portandoli ad
aderire al SALP, col conseguente abbandono dell'intervento tra i
lavoratori di colore. Nel 1924, il CPSA tornò verso gli africani, ma nel
1928 fece proprie le tesi dell'Internazionale Comunista sul fatto che i
paesi coloniali e semi-coloniali dovevano passare attraverso una fase
nazional-democratica prima che il socialismo si realizzasse. La linea
della "Black Republic" indusse il CPSA a puntare sulla riforma dello
Stato, su un capitalismo non più razzista e, dal 1940, sulla costruzione
dell'ANC come partito guida a livello nazionale. Il vecchio legame
dell'ILS tra lotta anti-razzista e lotta anticapitalista era ormai
spezzato.

Dal 1970, lo Stato cercò di rimuovere i peggiori aspetti
dell'apartheid, che consistevano nei bassi salari dei lavoratori
migranti, nelle lotte popolari proprie del sindacalismo africano e del
territorio, nelle lotte studentesche in ascesa e nell'imminente crisi
dell'economia. Come è noto, il progetto di riforme venne sopravanzato
dalle rivolte aprendo la strada al processo che abolì l'aprtheid e lasciò
all'ANC la guida del processo di ristrutturazione capitalista per ridare
ossigeno ai profitti.

POST-APARTHEID

Alla fine degli anni '80 e nei primi anni '90 l'anarchismo tornò alla
luce soprattutto tramite i punk bianchi ed indiani con relative
fanzines (Social Blunder, Unrest). Il nuovo movimento anarchico era
anti-razzista ma in termini vaghi e generici. Anche se l'ANC era visto
come inaffidabile nella veste dei "nuovi padroni", non vi era
un'attività di analisi ed elaborazione di strategia alternative. Le cose
cambiarono dopo le elezioni del 1994, con la nascita di gruppi di studio,
la crescita di una corrente di anarchismo su posizioni di lotta di classe
a Durban e Johannesburg, la formazione di un'organizzazione anarchica
nazionale, la Workers Solidarity Federation (WSF) con un esplicito
orientamento verso la classe operaia africana.

La WSF, nel primo numero del suo giornale "Workers Solidarity", definì le
elezioni del 1994 come una "avanzata di massa", come sconfitta
dell'apartheid legalizzato, ma sottolineò come un capitalismo
non-razzista avrebbe inglobato le elites africane tramite il
miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori africani. LA WSF
teneva stretto il rapporto tra razzismo e 500 anni di storia del
capitalismo, dimostrando come l'apartheid era innanzitutto
un'espressione della necessità del capitale di avere forzalavoro a buon
mercato (1996). La WSF rifiutava la politica dei due tempi, per cui la
lotta contro il razzismo doveva essere al tempo stesso lotta contro il
capitalismo e lo Stato e quindi lotta di classe.

Con queste posizioni, mutò la composizione sociale dell'anarchismo
sudafricano: grazie al convolgimento nelle lotte studentesche e negli
scioperi, la WSF era ormai giunta ad essere in gran parte
un'organizzazione africana. Anche dopo lo scioglimento della WSF nel
1999, questa nuova linea verso la lotta anti-razzista era ormai
divenuta dominante nel movimento anarchico sudafricano, ma l'enfasi della
WSF sul sindacalismo era ormai stata alquanto superata dai nuovi bisogni
espressi dalle lotte dei nuovi movimenti nel territorio contro le
politiche di austerità dell'ANC. Il riconoscimento tempestivo da parte
della WSF della sfida lanciata contro il neoliberismo nel Sud Africa del
post-apartheid, fornì il ponte necessario tra lotte
sindacali e lotte nel territorio.

CONCLUSIONI IN ROSSO&NERO

Da quanto detto si possono ricavare diverse conclusioni. Prima di tutto
va detto che non ha più consistenza l'opinione non poco diffusa secondo
la quale la questione razziale sia una miopia storica nell'anarchismo.
Se, infatti, all'interno del dominio dei bianchi, all'interno
dell'Impero britannico, al'interno dell'Africa coloniale, gli anarchici
ed i sindacalisti rivoluzionari potettero svolgere il ruolo di coloro che
aprivano nuovi sentieri nell'organizzazione dei lavoratori di
colore, nel difendere il sindacato degli africani, i diritti civili, e
tutto questo su basi di lotta di classe e di un'analisi e strategia
anticapitaliste, ebbene c'è allora molto da imparare dal passato
dell'anarchismo. Certo, quelle analisi possono essere considerate come
legate al contesto storico, ma rappresentano al tempo stesso una
posizione molto più diffusa sulla questione razziale; infatti le
esperienze di lotta anti-razzista a Cuba, in Messico ed in Perù sono lì a
dimostrarlo.

In secondo luogo, sebbene la tradizione anarchica in Sud Africa sia stata
generalmente anti-razzista, il vero coinvolgimento della gente di colore
nelle lotte è avvenuto quando i principi anti-razzisti sono stati
tradotti in strategia ed intervento politico materiale
anti-razzista. Il ponte tra lotta anti-razzista e lotta di classe ha
solide fondamenta di analisi negli elementi classici dell'architettura
della teoria anarchica: lotta di classe, internazionalismo,
antistatalismo, anticapitalismo ed opposizione ad ogni gerarchia. Sono
questi gli elementi da usare con acume, invece di precipitarsi ad
introdurre nelle analisi anarchiche studi-da-bianchi come il
postmodernismo ed il nazionalismo e così via.
La ricchezza della classica teoria anarchica saprà ben ricompensare chi
vi ricorre per interrogarla ed interrogarsi nell'analisi della realtà.


Lucien van der Walt

Zabalaza Anarchist Communist Federation
bikisha@mail.com
http://www.zabalaza.net/

Articolo tratto da "Perspectives on Anarchist Theory", vol.8, n°1
(primavera 2004) - giornale dell'Institute for Anarchist Studies

traduzione di dr/fdca
http://www.fdca.it

Da: internazionale@fdca.it





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