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(it) Umanità Nova n.10: Strage di piazza Fontana - Quella bomba? Nessuno l'ha messa

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Date Sat, 27 Mar 2004 16:55:25 +0100 (CET)


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LO STATO NON PROCESSA SE STESSO
La sentenza di appello per la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969)
non è scandalosa come molti dicono e scrivono: è la regola.
Ripristinata. Dopo poche anomalie. Piccole e parziali. I fatti. Il 12
marzo la corte d'appello di Milano ha assolto dal reato di strage
(ergastolo) Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni quali
responsabili dell'attentato che più di 34 anni fa causò 16 (più uno)
morti e 84 feriti nella Banca nazionale dell'agricoltura. Nel giugno 2001
i tre erano stati condannati all'ergastolo. In più Stefano
Tringali si era beccato tre anni per favoreggiamento. Ironia della sorte:
è l'unico colpevole con una pena ridotta a un anno. Ma se non ci sono
colpevoli per chi ha fatto favoreggiamento? Misteri della
giustizia italiana. O meglio non ci sono misteri, c'è soltanto la
volontà di "chiudere" una pagina che vede lo stato italiano come
colpevole di complotti e stragi.

Perché è la regola in questo criminale affare? Molto semplice. Perché fin
dallo scoppio di quelle bombe (una a Milano e due a Roma) gli
apparati dello stato hanno fatto di tutto per depistare e occultare la
verità. Ricordate? All'inizio il mostro che aveva messo la bomba era un
anarchico, Pietro Valpreda, ma non solo anarchico anche ballerino, quindi
uno spostato, un diverso con la bramosia del sangue e della rivoluzione.
E da lì una campagna (ossessivamente orchestrata, neppure troppo
intelligentemente, ma mediaticamente martellante) contro gli anarchici e
la sinistra "rivoluzionaria". Con un contorno altrettanto drammatico: il
"volo" di un anarchico milanese, Giuseppe Pinelli, dal quarto piano della
questura di Milano. Ebbene quella montatura aveva funzionato per poco
tempo, poi un oscuro giudice veneto di Treviso, Giancarlo Stiz se ne era
uscito con un mandato di cattura contro due neonazisti: Franco Freda e
Giovanni Ventura. Per Stiz erano loro i responsabili, non Valpreda, di
quella strage.

Prima anomalia. Che contraddiceva l'istruttoria "istituzionale" dei
magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. I due avevano
puntato subito (e come mai?) su Valpreda e sui suoi compagni del
circolo 22 marzo. Da lì una sequenza di processi che definire ridicoli è
poca cosa. Il 23 febbraio inizia il processo per la strage che vede sul
banco degli imputati sia gli anarchici Valpreda e i suoi compagni (con
un'aggiunta di Mario Merlino, nazista infiltrato nel gruppo 22 marzo) sia
i nazisti Freda e Ventura. Tutti insieme appassionatamente per confondere
le acque (la consunta, ma sempre sbandierata teoria degli "opposti
estremismi") e non far capire che cosa è veramente
successo. Ma il 6 marzo i magistrati romani (responsabili della
montatura, ricordiamoli: Occorsio e Cudillo) capiscono che non ce la
faranno ad andare avanti. Il processo viene così spostato a Milano: il
luogo della strage. Il luogo dove, secondo le leggi dello stato
italiano, si sarebbe dovuto tenere fin dall'inizio il processo. Ma che
succede? Il procuratore generale del capoluogo lombardo, Enrico De Peppo,
sostiene che Milano è una città in mano ai "rossi": legittima suspicione.
Il processo viene dirottato (esiliato?) a Catanzaro. Ma bisognerà
aspettare quasi dieci anni dalla strage (23 febbraio 1979 per arrivare
alla prima sentenza. Freda e Ventura vengono condannati
all'ergastolo per strage, Valpreda e compagni assolti (insufficienza di
prove), ma condannati per associazione a delinquere. C'è però una
postilla interessante. I giudici di Catanzaro rinviano a Milano gli atti
che riguardano gli ex presidenti del consiglio Giulio Andreotti e Mariano
Rumor e gli ex ministri Mario Tanassi, difesa, e Mario Zagari, giustizia.
Dire che i quattro uomini politici escono quasi subito dal processo è
come raccontare una di quelle vecchie barzellette che tutti conoscono. E
infatti finisce come tutti già si aspettavano: "Scusate il disturbo".

E, di processo in processo, arriviamo al 27 gennaio 1987 in cui la prima
sezione della Cassazione chiude la questione: nessun responsabile per la
strage di piazza Fontana. Anarchici e nazisti sono innocenti. O meglio,
rimane il fatto che per Freda e Ventura è confermata la
condanna a 15 anni per gli attentati alla Fiera campionaria e alla
stazione Centrale di Milano del 25 aprile 1969 e, sempre nello stesso
anno, degli attentati ai treni (dieci bombe, otto esplose) tra l'8 e il 9
agosto.

Particolare non irrilevante: quei due attentati, inizialmente
attribuiti agli anarchici, erano serviti per costruire il "teorema
anarchico" di piazza Fontana. Che poi la responsabilità processuale venga
definitivamente attribuita ai nazisti non sembra più rilevante.

Capacità dialettica della magistratura italiana.

Arriviamo a un'altra delle poche anomalie che contrassegnano questa
vicenda. Il giudice istruttore Guido Salvini nel 1987 apre una nuova
inchiesta sull'eversione di destra e sulla strage di piazza Fontana.

Un'inchiesta che nel 1995 arriva a un'ordinanza di rinvio a giudizio
contro una serie di terroristi neonazisti. Ma bisognerà aspettare il
giugno 2001 per assistere alla condanna all'ergastolo di Delfo Zorzi,
Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Più la condanna di tre anni a
Stefano Tringali per favoreggiamento.

Anche l'anomalia creata da Salvini si è chiusa. Sepolta dalla volontà di
non avere colpevoli per quella strage. E quando mai avete visto uno stato
che condanna se stesso?

Perché la strage di piazza Fontana è stata realmente una strage di stato
come la definirono gli anarchici del Ponte della Ghisolfa il 17 dicembre
1969 in una conferenza stampa che gli organi di stampa
definirono "farneticante". Strage di stato perché vi troviamo coinvolti
ministri, segretari di partito, servizi segreti italiani (tutt'altro che
deviati, ma obbedienti agli ordini dei responsabili della politica) e
servizi segreti esteri (americani e israeliani).

Per chi non ha vissuto quel periodo vale la pena ricordare che allora la
classe dirigente italiana temeva uno spostamento a sinistra
dell'asse politico nazionale, un cambiamento non voluto e osteggiato con
tutti i mezzi. Anche con le bombe e i morti. Fu messa in atto una
strategia (come ho scritto nel mio libro Bombe e segreti. Piazza
Fontana 1969, Elèuthera, Milano, 1997) che "doveva portare, nelle
intenzioni degli esecutori, a un regime autoritario, ma che è stata
gestita dai più alti organi dello stato per mettere fuori gioco gli
avversari politici e per creare un clima di paura che perpetuasse la
centralità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati".

Oggi, tornati alla ribalta i successori della Democrazia cristiana (Forza
Italia più satelliti), la strage di piazza Fontana deve tornare nel
dimenticatoio. Se ne riparlerà fra alcuni anni, quando saranno passati
quasi quarant'anni dalla strage. E allora sarà ancora di più e soltanto
storia. Riveduta e corretta. Secondo i dettami del
revisionismo imperante.

Luciano Lanza


Umanità Nova, numero 10 del 21 marzo 2004, Anno 84
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