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(it) Umanità Nova n.10: Israele, Siria, Turchia, Iraq e il nascente Kurdistan - Acqua, petrolio e potere

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Date Fri, 26 Mar 2004 10:02:49 +0100 (CET)


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IL "GRANDE GIOCO" MEDIORIENTALE
Che relazione esiste tra la riunione, tenuta all'inizio di Gennaio a
Londra sotto gli auspici di un uomo di affari americano di origine
siriana, di un sedicente "Consiglio Generale di Liberazione della
Siria" i recenti attentati della guerriglia irachena contro i gruppi
dirigenti dei due partiti egemoni tra la popolazione curda d'Iraq, il PDK
e l'UPK? Entrambi questi avvenimenti discendono dal progetto
israeliano-americano di riattivazione dell'oleodotto tra Kirkuk ed Haifa
che dovrebbe portare il petrolio del nord del paese mediorientale
direttamente alle piattaforme israeliane bypassando gli scali turchi e
l'oleodotto che da Baghdad punta in territorio saudita verso gli scali
del Golfo Persico.

Attorno al petrolio del nord dell'Iraq e al suo controllo si sta
giocando la più importante tra le partite geopolitiche che
l'Amministrazione USA, i suoi alleati come Israele e gli alleati in
sofferenza come la Turchia stanno conducendo sulla pelle della
popolazione irachena. Naturalmente la guerriglia irachena, sia nelle sue
componenti nazionaliste sia in quelle islamiche partecipa a pieno titolo
a questo gioco, come dimostra l'attentato del primo febbraio che ha
causato 96 morti tra i quadri di primo piano dell'Unione Patriottica del
Kurdistan e quelli del Partito Democratico del Kurdistan. Questi due
partiti, espressione l'uno del clan Talebani, l'altro del clan Barzani,
dopo essersi scontrati per un decennio per il controllo
dell'area liberata dalla presenza degli iracheni nel nord del paese
attorno alle città di Erbil e di Suleymania, si sono recentemente
accordati per cogliere il frutto della loro alleanza con gli USA e
ottenere l'indipendenza di fatto, all'interno di un Iraq federale, di un
Kurdistan ben più grande di quello controllato fino ad adesso.
All'interno di questo "Stato di fatto" rientrerebbero anche le città di
Kirkuk e di Mosul, abitate anche da arabi e da turcomanni oggi oggetto di
una feroce campagna di pulizia etnica condotta dalle ex formazioni
partigiane kurde (i peshmerga).

La città di Kirkuk non è solo una delle tre principali città dell'Iraq, è
anche una città che galleggia letteralmente su di un mare di petrolio e
che fa da terminale per un oleodotto di importanza strategica che unirà
il nord dell'Iraq al porto israeliano di Haifa attraversando la
Giordania, e per un altro che attraversa la Siria e del quale è in
progetto l'allungamento verso la stessa Haifa. Gli interessi che si
muovono attorno alla costruzione delle condizioni per la riapertura di
questa strada del petrolio sono evidenti: gli americani sono
interessati a porre in mano al sicuro alleato israeliano la
commercializzazione del petrolio del nord dell'Iraq consegnando al
governo di Gerusalemme una carta fondamentale per ricattare l'Europa e
costringerla al silenzio sulla situazione palestinese. Israele non può
chiedere di meglio che poter giocare questa carta e beneficiare di
entrate collegate all'ampliamento del porto di Haifa e, inoltre,
indebolire ulteriormente i propri vicini arabi ponendosi come potenza
regionale in grado di proporsi come capofila di un Mercato Comune
mediorientale sottoposto all'egemonia americana. I dirigenti kurdi, da
parte loro, si trovano a un passo dal coronamento del sogno di un
Kurdistan di fatto indipendente e, inoltre, dotato del potenziale
economico rappresentato dal petrolio dell'area. La pulizia etnica delle
aree a popolazione mista sunnita e kurda risponde alla necessità di
questa dirigenza di controllare in modo assoluto le risorse del
sottosuolo senza interferenze del governo centrale iracheno né di
quello turco.

L'Iraq che gli americani stanno preparando sarà, infatti, un simulacro di
nazione, in cui l'economia sarà gestita direttamente dalle
multinazionali Usa e dei paesi amici, e dai clan locali che si siano
schierati con gli occupanti. I clan kurdi travestiti da partiti
politici sono naturalmente in prima fila in questa corsa ad
accaparrarsi lo sfruttamento delle risorse locali. Il dibattito sul
federalismo iracheno, infatti, altro non è che la ricerca degli
equilibri necessari per garantire ai clan kurdi, sciiti e sunniti
filoamericani abbastanza potere locale in cambio di una struttura
nazionale sostanzialmente inesistente. In questo quadro la formazione di
una nazione kurda, composta da una popolazione musulmana ma non araba,
con sufficienti ragioni di ostilità nei confronti di tutte le leadership
arabe dell'area e anche di quella iraniana e di quella
turca, non sarebbe che l'ennesimo episodio della classica strategia
coloniale americana nell'area, consistente nella formazione di stati a
guida ed egemonia non araba (o araba non musulmana) all'interno di un
territorio ad immensa maggioranza araba e musulmana sunnita.

Questi stati hanno sempre svolto il ruolo di alleati fedeli e sicuri per
Washington anche perché isolati nell'area e circondati da stati e
popolazioni ostili e, quindi, bisognosi dell'aiuto esterno per
sopravvivere e imporsi all'interno dello spazio mediorientale. La
stessa strategia è stata poi utilizzata dagli Stati Uniti anche
all'interno degli stati a guida arabo musulmana, con la promozione a
classe dominante di ristrette élite strettamente legate con la finanza
americana e scarsamente riconosciute all'interno dei propri paesi.

In questo modo queste èlite sono state legate principalmente ai propri
protettori esterni senza la possibilità di utilizzare la propria
popolazione per contrapporsi ai disegni di Washington. Oggi, sulla scorta
della progressiva crescita della tensione tra gli Stati Uniti e le classi
dominanti semifeudali del Golfo Persico, sembra sia venuta l'ora per un
ulteriore spezzettamento del territorio tra stati più piccoli e più
dipendenti da Washington e con la creazione di un
Kurdistan che risponda alla doppia esigenza di costituire un cuneo non
arabo nell'area e un sicuro appoggio alla strategia israeliana di
egemonia locale.

Gli ostacoli alla realizzazione di un tale piano, però, sono molti: sul
piano interno non solo la guerriglia islamica e quella ex baathista, ma
anche i notabili sciiti sia moderati che radicali che vedono
l'indipendenza del Kurdistan in modo negativo perché, consapevoli di
avere i numeri e le carte in regola per governare un Iraq in cui il
governo abbia un minimo di legittimazione elettorale, non vogliono
perdere il controllo dei ricchi giacimenti petroliferi del nord né
ospitare all'interno di un Iraq federale un Kurdistan che abbia la
funzione di base militare e di intelligence israeliana.

Sul piano internazionale il piano di Washington e Tel Aviv trova due
oppositori principali: Turchia e Siria con l'appoggio sottobanco di
sauditi ed egiziani. Gli ex alleati di ferro turchi sono contrari per
ragioni interne alla nascita di un Kurdistan autonomo e di fatto
indipendente ai propri confini e sono perfettamente consci che
l'alleanza tra Israele e i curdi ribalta quella formalmente ancora in
vigore tra Ankara e Tel Aviv, espellendo la prima dai giochi
mediorientali riferiti sia alla commercializzazione del petrolio che al
traffico di droga, armi ed esseri umani.

Dopo tre anni di intesa molto stretta tra turchi ed israeliani sul piano
militare e su quello del controllo geopolitico dell'area
mediorientale, l'orientamento del gabinetto Sharon è stato quello di
sganciarsi sempre di più da Ankara per perseguire una politica di
infiltrazione diretta all'interno dei paesi arabi al seguito delle truppe
americane, e di alleanza con quelle componenti etniche come i curdi in
Iraq che si pongono in opposizione alla maggioranza del paese. In questo
quadro la Turchia ha perso il ruolo strategico che rivestiva nel progetto
Clinton-Peres di stabilizzazione del Medio Oriente ed è stata
marginalizzata dalle decisioni che contano sul futuro della
regione. Non a caso il Parlamento e il governo di Ankara si sono
opposti all'invasione dell'Iraq e tuttora rifiutano di inviare truppe
turche nel vicino paese al contrario di quanto fatto in Afganistan dove i
generali turchi hanno anche assunto funzioni di comando relativamente
alla missione NATO di occupazione del paese asiatico.

La freddezza con Washington e con Tel Aviv fa da contraltare al
progressivo riavvicinamento con la Siria con la quale nel 1999 la
Turchia aveva sfiorato la guerra sulla questione dell'appoggio di
Damasco al PKK, il partito di Ocalan, e su quella ancora più importante
dello sfruttamento delle risorse idriche del Tigri e dell'Eufrate, le cui
sorgenti si trovano in Turchia ma dai quali dipendono Iraq e Siria per le
loro necessità, minacciate dai progetti di costruzione di dighe messi in
cantiere da Ankara. Oggi il rischio concreto che corre il paese
eurasiatico è quello di trovarsi l'intero confine meridionale monitorato
da governi insieme ostili ad Ankara e controllati da Tel Aviv e
Washington. La conseguenza di un simile scenario sarebbe il pesante
ridimensionamento delle speranze di Ankara di riuscire a
giocare un ruolo di potenza regionale nel Medio Oriente. Questa
eventualità è vista con malcelato panico dal governo turco e dalle sue
istituzioni militari (i veri padroni del paese). Oltre alla riapertura
del dialogo con la Siria, paese candidato a essere il prossimo a cadere
sotto il maglio israeliano-americano, il mutamento dell'atteggiamento
americano verso la Turchia ha anche prodotto l'avvio del disgelo da parte
di quest'ultima verso l'Unione Europea, culminato con il viaggio di Prodi
nel paese eurasiatico, durante il quale i turchi si sono
impegnati a rendere operative le riforme riguardanti la cancellazione
della tortura e della pena di morte, il trattamento dei prigionieri nelle
carceri e il diritto dei curdi a parlare liberamente la loro lingua
madre.

Per quanto riguarda la Siria, il governo di Assad il giovane si trova
oggi in un'impasse drammatica con il paese stretto tra Israele la cui
rinnovata aggressività è stata dimostrata dal raid in territorio
siriano del 2003 e l'esercito angloamericano di occupazione dell'Iraq. Il
governo di Damasco è pienamente conscio della propria debolezza e
moltiplica i segnali di disponibilità alla trattativa con Tel Aviv. Il
recente scambio di prigionieri tra Israele e gli Hezbolaah libanesi,
storicamente protetti dai siriani e dagli iraniani, segnala che il
governo siriano teme fortemente di fare la stessa fine di quello
iracheno. Israele nei confronti della Siria mantiene una dimensione di
forte aggressività; infatti alterna aperture dallo scarso valore
pratico ma dalla forte risonanza mediatica come l'invito a Gerusalemme
rivolto dal presidente israeliano Katzev a quello siriano, con molto più
concreti segnali di rafforzamento dell'apparato militare rivolto verso il
paese vicino, la minaccia di nuovi raid e i periodici
sconfinamenti nel sud del Libano. L'impressione di fondo è che Israele
non sia per nulla disposto a restituire le alture del Golan occupate nel
1967 in cambio della pace, e che ritenga necessario un cambio di regime
nel paese vicino per ottenere il controllo delle vie della
commercializzazione del petrolio e di quelle della gestione dell'acqua,
bene la cui importanza nell'area è probabilmente superiore a quella dello
stesso oro nero. L'attuale resistenza irachena all'occupazione con la sua
coda di centinaia di morti tra i soldati americani e la sempre più aperta
opposizione in America di settori significativi delle stesse classi
dominanti tutt'altro che convinti che il coinvolgimento diretto USA in
Medio Oriente non sia la migliore soluzione della crisi di egemonia di
Washington sono i motivi che hanno permesso a Damasco di guadagnare tempo
finora e di cercare in Francia e Germania le sponde europee necessarie
per cercare di sopravvivere alla tremenda morsa israelo-americana.
Damasco per evitare di fare la fine di Baghdad sta moltiplicando i
segnali di allineamento agli USA ma questo potrebbe non bastare al regime
siriano davanti ad un'ostilità americana e
un'aggressività israeliana in palese crescita.

Giacomo Catrame


Umanità Nova, numero 10 del 21 marzo 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne




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