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(it) Umanità Nova n. 9: Grandi manovre elettorali

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Date Tue, 16 Mar 2004 10:26:56 +0100 (CET)
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Falso in bilancio e scontri di potere

Man mano che si avvicinano le scadenze elettorali, sale lo scontro tra i
partiti e si utilizza qualunque argomento per trarre il massimo
profitto in termini di visibilità e di immagine. Uno dei temi caldi della
fase attuale è la dirompenza degli scandali finanziari come Cirio e
Parmalat, che hanno lasciato dietro di sé vuoti notevoli nelle tasche di
molti risparmiatori italiani. Quando si perdono dei soldi è molto
difficile tirare una riga sopra il passato e non basta neanche la più
entusiastica convinzione ideologica per giustificare i comportamenti del
governo, che ha favorito con il proprio agire atteggiamenti
lassisti sul piano della correttezza e dei controlli. Naturalmente
privatizzazioni e deregulation non sono prerogativa del centro-destra: ha
colto nel segno chi ha indicato in Palazzo Chigi ai tempi di D'Alema
l'unica merchant bank dove non si parlava inglese operante in Italia
(ricordate Colaninno e gli altri capitani coraggiosi della scalata a
Telecom?). Lo stile finanziario della destra, comunque, la cultura dei
condoni fiscali e tombali ha esteso e rafforzato la convinzione che fare
il furbo sia alla fine economicamente pagante e che sia opportuno dare
politicamente una calmata sia alla guardia di finanza che alla
magistratura, per lasciare finalmente agli imprenditori, questa classe
eletta che si occupa altruisticamente dello sviluppo sociale generale, la
piena libertà di azione, senza pastoie burocratiche.

Questa brillante visione del mondo, condivisa e sostenuta dal
comandante in capo e Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si è
tradotta concretamente, con Parmalat, in un gigantesco crack che ha
ripulito di una decina di miliardi di euro le tasche di investitori,
fondi pensione, fondi comuni e banche, sia nazionali che esteri.
L'entità delle perdite e la loro vasta distribuzione sociale rendono la
questione assai allarmante anche sul piano elettorale. I risparmiatori
che hanno in portafoglio Argentina sono circa 400.000, quelli Cirio
35.000, quelli Parmalat 100.000. Sono però almeno 15 milioni le
famiglie che hanno rapporti con le banche e che hanno patito, quasi
inevitabilmente, qualche perdita in conto capitale negli ultimi 3-4 anni,
in certi casi di importo assai consistente. È credibile dunque l'ipotesi,
avanzata da autorevoli opinionisti, che il movimento di rivolta contro il
sistema finanziario, guidato dalle associazioni dei consumatori, in
funzione del recupero dei risparmi perduti, possa
spostare in Italia qualcosa come 2-3 milioni di voti. È evidente anche
che le candidature offerte ai rappresentanti di queste associazioni,
nella futura tornata elettorale di giugno, possono risultare decisive
nello spostamento di masse critiche di voti verso l'uno o l'altro
schieramento politico, determinando alla fine la differenza tra la
vittoria e la sconfitta. Cavalcare questo tema caldo è quindi molto di
moda.

Tutti i partiti e gli schieramenti politici fanno a gara per
accattivarsi le simpatie degli elettori traditi dalle loro banche o dalla
loro avidità di guadagno. A.N. ha fatto un convegno a Parma per
affrontare il problema e ne ha approfittato per attaccare le banche. I
D.S. hanno presentato una proposta di legge per sanare la situazione dei
risparmiatori Argentina, scaricandone i costi sulle banche o sulle
finanze dello Stato. Tremonti si è detto addirittura disponibile a
rivedere la legge che ha depenalizzato il falso in bilancio ed è
cominciato un dialogo politico "bipartisan" per predisporre una legge
condivisa sulla tutela del risparmio e la riforma del sistema dei
controlli. Tutti vogliono arrivare alle elezioni con qualche risultato in
tasca, anche se l'esigenza generale è quella di superare questa prova
senza cambiare granché nella sostanza, affidando a tempi meno burrascosi
la regolamentazione finale della materia.

Si tratta infatti di evitare altre Parmalat e di riverniciare
l'immagine del sistema Italia presso la finanza internazionale, senza
però mettere in pericolo la imperiosa necessità delle aziende italiane di
rifinanziarsi senza troppe difficoltà. La proposta di legge sulla tutela
del risparmio introduce infatti elementi di novità assai
preoccupanti per le principali aziende italiane, che nella generalità dei
casi hanno struttura finanziaria assai fragile e molti debiti in scadenza
nel triennio 2004-2006. Un articolo della proposta di legge introduce
infatti il principio che le banche debbano garantire le
emissioni obbligazionarie che curano per conto della propria clientela
"corporate" e che piazzano alla clientela "retail". Copiando dal
sistema Usa, che impone alle banche di tenersi i titoli in casa per
almeno un anno dall'emissione, la proposta di legge italiana adotta una
serie di strumenti (non ancora definitivi) che vanno nella stessa
direzione. La gamma delle alternative prevede una garanzia integrale fino
all'estinzione del titolo, oppure l'obbligo di tenerne in
portafoglio almeno il 20% per tutta la sua durata. Se approvata in questi
termini, la norma di legge avrebbe un effetto prevedibilmente
catastrofico per molte aziende italiane. Partendo dal presupposto che il
sistema Parmalat (la massiccia emissione di bond tramite società
off-shore) è stato adottato da tutte le principali aziende, si tratta di
capire come è possibile continuare a finanziarle. Il Delaware, stato Usa
con normativa fiscale super-agevolata, sede delle attività
principali di Zini (avvocato tuttofare di Tanzi), ospita circa 400
società che fanno capo, da sole, alle tre principali aziende italiane
(Eni, Fiat, Telecom). È evidente che la norma italiana, che prevede la
possibilità di emettere prestiti obbligazionari pari a non più del doppio
del patrimonio netto, è stata aggirata sistematicamente
attraverso il ricorso a società off-shore. Tutte le aziende italiane
hanno scarso capitale e scarso patrimonio, hanno limitati spazi di
indebitamento con il sistema bancario e hanno utilizzato largamente la
fase dei tassi bassi per spostare la propria esposizione verso i
risparmiatori "retail". Le banche italiane stanno attuando una politica
di strisciante restrizione del credito, accentuata dalla progressiva
concentrazione del sistema su pochi grandi gruppi e dalla conseguente
necessità di abbassare la singola esposizione debitoria con i grandi
prenditori di credito. Inoltre le banche dovranno attenersi a parametri
sempre più rigidi per rispettare i nuovi stringenti vincoli previsti dai
regolamenti internazionali di Basilea2. Se le banche fossero
costrette a garantire le emissioni obbligazionarie delle aziende loro
clienti, si rifiuterebbero di curare i nuovi collocamenti. In questa
situazione le aziende non potrebbero rifinanziare i debiti in scadenza
che con il normale cash-flow: ma in una fase di prolungata recessione
come quella attuale è escluso che ciò possa avvenire.

La situazione è dunque assai pericolosa ed occorre agire su vari
fronti. Occorre convincere i risparmiatori a rassegnarsi alle loro
perdite, magari dopo aver convinto le banche a rimborsare i casi più
penosi e disgraziati. Occorre convincere le associazioni dei
risparmiatori ad abbassare un po' il tiro al piccione sulle banche,
magari dopo aver convinto i loro rappresentanti ad entrare in qualche
lista per le europee. Occorre convincere i parlamentari che la difesa del
risparmio è sì importante, ma non allo stesso livello della
necessità delle aziende di rifinanziarsi a basso costo con i soldi degli
altri. Occorre convincere i giornalisti e soprattutto i loro lettori che
il caso Parmalat è grave (così come quello Cirio,
Giacomelli, ecc.), ma si tratta in fondo di poche mele marce in un
sistema sano e maturo che sa selezionare autonomamente, con la famosa
mano invisibile, le realtà meritevoli di sopravvivenza.

Per fare tutto questo il governo è disponibile ad ampie concessioni
"bipartisan" e persino a sacrificare una delle sue bandiere ideologiche
più idolatrate: la depenalizzazione del falso in bilancio. Del resto
questa legge era, oltre che un piacere personale fatto a Romiti,
Berlusconi e tutti quelli che avevano pasticciato con i bilanci, un
servizio dovuto alla Confindustria dopo gli impegni assunti dal premier
al Convegno di Parma, nella primavera 2001, di fronte al nuovo corso di
Antonio D'Amato, sull'onda di un patto di ferro tra destra populista e
piccola impresa che sembrava dover cambiare il mondo. È passata
un'eternità, la grande impresa si sta riprendendo con Montezemolo il
potere in Confindustria e sembra voler rinnovare una nuova stagione
negoziale con i sindacati compiacenti, dopo la fase dello "spacchiamo
tutto senza contrattare niente". Dopo le elezioni sarà possibile avere un
quadro aggiornato dei nuovi equilibri di potere e quindi lavorare in
vista di nuovi assetti politici. La deriva del governo potrebbe
partorire la necessità di intese trasversali di tipo nuovo. Anche nel
governo c'è chi lavora per tenere aperte diverse vie d'uscita.

Renato Strumia


da Umanità Nova, numero 9 del 14 marzo 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne




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