A - I n f o s
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists **

News in all languages
Last 40 posts (Homepage) Last two weeks' posts

The last 100 posts, according to language
Castellano_ Català_ Deutsch_ Nederlands_ English_ Français_ Italiano_ Polski_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe_ The.Supplement
First few lines of all posts of last 24 hours || of past 30 days | of 2002 | of 2003 | of 2004

Syndication Of A-Infos - including RDF | How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
{Info on A-Infos}

(it) Umanità Nova n.21: Settimo congresso dell'IFA - Documento sulla situazione internazionale

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Wed, 16 Jun 2004 10:33:25 +0200 (CEST)


________________________________________________
A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
http://ainfos.ca/index24.html
________________________________________________

Dal 9 al 12 aprile a Besançon si è tenuto il congresso
dell'Internazionale di Federazioni Anarchiche. Sul numero 15 di UN
abbiamo pubblicato un resoconto e due delle mozioni approvate. Per vari
inconvenienti tecnici non era stato sinora possibile proporvi anche la
terza, dedicata all'analisi della situazione internazionale, che
trovate di seguito.

La guerra permanente come paradigma del dominio statuale e capitalista

Oggi la logica del dominio e del profitto vede lo scontro di tutti i
poteri tra di loro, unificati solo dalla volontà di affamare, umiliare e
massacrare le classi subalterne. Per il resto, i meccanismi
ideologici di un tempo - lo stesso "neo"liberismo imperante per ogni dove
- sono relativamente secondari di fronte allo scenario di uno scontro
feroce per il predominio, dove gli obiettivi sono la
sopravvivenza immediata e la distruzione del nemico a qualunque costo,
fosse pure la distruzione, di lì a non molto, delle stesse possibilità di
vita sul pianeta.

In questi ultimi anni abbiamo assistito all'affermarsi del paradigma
della "Guerra Permanente". Enunciato dopo gli spettacolari attacchi
contro il Pentagono e le Torri gemelle, si è perfezionato nel periodo
successivo definendo uno schema che pone la guerra come elemento
costante del panorama politico. Il pretesto della "guerra al
terrorismo" è divenuto la chiave di volta di una politica guerrafondaia
diretta ad affermare le ragioni del più forte in spregio persino delle
flebili "regole" del diritto internazionale, portando a probabilmente
definitivo compimento l'esautorazione di ogni residua funzione
mediatrice dell'ONU.

La guerra permanente, preventiva, globale non è che l'ultima forma con la
quale assicurare il dominio del più forte, affermando le "ragioni" di chi
sfrutta, asserve, opprime la maggior parte della popolazione del pianeta.
Queste "ragioni" si definiscono in base a poste in gioco ben evidenti per
quanto misconosciute sul piano propagandistico. La
principale è il controllo delle fonti energetiche (non solo petrolio, ma
altresì acqua ed i minerali necessari per le tecnologie di controllo
satellitare ad uso militare e civile) e delle vie di comunicazione
attraverso le quali ne è garantito l'approvvigionamento. Lo strumento
bellico impiegato nelle aree cruciali per gli interessi statunitensi
garantisce agli USA il mantenimento di un primato che, sul piano
strettamente economico è loro conteso dall'Europa, dal Giappone e da
Russia, Cina, India, che, invece, non dispongono né dei dispositivi
bellici né dell'autonomia necessari a contrastare le pretese egemoniche
di Washington. In effetti una possibile chiave di lettura
dell'escalation bellica degli ultimi dieci anni vede il
ridimensionamento delle ambizioni degli storici "alleati" degli USA tra i
non secondari scopi della smania bellicista dell'amministrazione
americana.
I paesi europei, hanno negli ultimi anni assunto il ruolo sempre più
ambiguo e difficile di "alleati/competitori" degli Stati Uniti e delle
loro politiche guerrafondaie. Privi di una forza d'urto bellica e di una
capacità di coordinamento politico efficace i paesi dell'Unione Europea
si barcamenano tra il tentativo di creare un polo militare e
l'affiancamento in chiave competitiva delle politiche guerrafondaie degli
USA. Appare perciò risibile la pretesa propagandistica
dell'europeismo democratico di costruire un polo alternativo
all'imperialismo USA.

L'Italia, abbandonato il non-interventismo tipico dell'era
democristiana ed il ruolo di supporto dell'imperialismo anglo-americano
integrato da quello di mediazione verso il mondo arabo, ha oggi un
proprio ruolo imperiale attivo nello scacchiere Europeo e mondiale, con
interessi e specificità da difendere che la localizzazione mediterranea
le permettono: dal protettorato in Albania agli interventi di
ricostruzione nelle zone disastrate dalle guerre (Bosnia, Kossovo,
Afganistan...) alle lucrose commesse nella produzione e nello smercio di
armi. Il riallineamento in chiave atlantica del governo di
centro-destra è di fatto complementare al ruolo regionalmente
imperialista dello Stato italiano, che può così tentare di contrattare la
"mano libera" nei suoi protettorati in cambio del sostegno attivo alle
politiche guerrafondaie degli Stati Uniti.


Dalla guerra umanitaria alla guerra permanente...

La fine della guerra fredda ha rappresentato una cesura importante non
solo perché da un mondo bipolare si è passati ad un mondo unipolare ma
anche e soprattutto perché ha imposto l'obbligo di ridisegnare
l'immagine del nemico. Infatti lo sgretolarsi "dell'impero del male" rese
impossibile pensare il nemico come colui che minaccia la tua
esistenza, capace di dispiegare una potenza bellica tale da provocare la
distruzione del pianeta e la fine della specie. Delle due
caratteristiche peculiari dell'immagine del nemico, ossia l'essere
cattivo e l'essere capace e voglioso di una minaccia diretta, la
seconda era venuta meno, perché nessun pericolo forte pareva incombere
sull'unica super potenza. Non era quindi per gli Stati Uniti ed i paesi
suoi alleati più possibile prefigurare la guerra come estrema ratio
difensiva contro una minaccia mortale. In questa prospettiva venne
progressivamente disegnato un nuovo paradigma bellico, una rinnovata
concezione del ruolo e della funzione delle macchine da guerra, che
altrimenti potevano rischiare di vedere, sia pur mai esautorata, certo
assai ridimensionata la propria funzione.

Venne così delineata la logica dell'ingerenza umanitaria che, anziché
entrare in rotta di collisione con il vecchio principio della
non-ingerenza negli "affari interni" di un paese, curiosamente lo
affiancò. In tal modo quello dell'ingerenza umanitaria divenne l'alibi
duttile, sempre disponibile anche se mai delineato in modo preciso in
termini di diritto internazionale. All'ingerenza umanitaria che venne
invocata per giustificare la guerra in Kosovo fece da contrappunto
l'applicazione del principio della non-ingerenza negli affari interni per
quello che riguardava il massacro in atto in Cecenia o la guerra contro
le popolazioni curde, per non parlare del sempre più crudele conflitto in
Palestina ed Israele. Il paradigma della guerra
"umanitaria" fece riemergere il tema della guerra "giusta", la guerra
combattuta per imporre una verità, un ordine, una visione del mondo. Una
guerra sporca perché suo alibi sono le vittime e i profughi tra la
popolazione civile e perché un simile alibi reggesse occorreva che vi
fossero sempre più persone uccise, torturate, stuprate, sempre più gente
senza casa e senza speranza, attonite pedine di un gioco deciso altrove.

Questo schema era tuttavia ancora scarsamente duttile perché la
mobilitazione emotiva necessaria a raccogliere consensi tra le
popolazioni dei paesi occidentali, e di quelle statunitensi in
particolare, per la realizzazione delle imprese belliche "umanitarie"
trovava il proprio limite proprio nell'evidente fallimento degli scopi
dichiarati del conflitto.
La guerra "umanitaria" ha mostrato con fin troppa evidenza di essere un
meccanismo perverso che accentua i mali che pretende di curare,
mettendo in scena un dramma reale, in cui il dolore, il sangue, la
distruzione sono la scenografia oscena che nasconde agli occhi degli
spettatori il retroscena, lo spazio scuro dietro le quinte dello
spettacolo.

L'11 settembre ha rappresentato l'occasione, poco importa se favorita
direttamente o ignobilmente sfruttata, per effettuare il salto di
qualità ormai necessario all'espletamento della vocazione imperialista
degli Stati Uniti, ormai decisi a buttare sul piatto delle "relazioni"
internazionali la loro indiscussa superiorità sul piano militare.
L'immagine del nemico viene nuovamente ridisegnata: cattivo, anzi
cattivissimo, ed in grado di colpire direttamente e gravemente il
territorio degli Stati Uniti e quello degli Stati alleati degli USA. Non
coincide con un'organizzazione statuale ma è in grado di
infiltrare, dirigere, permeare, allearsi con tutti gli Stati che non sono
disponibili ad accettare la leadership globale degli Stati Uniti. Un tale
nemico apre la via alla guerra permanente, contro gli Stati cosiddetti
"canaglia" e contro tutti coloro che, anche all'interno, minacciano
l'ordine mondiale. Questo nemico assume le vesti
dell'integralista islamico. L'integralismo islamico permette di
rifondare, secondo la classica opposizione amico/nemico la categoria di
civiltà occidentale. È una categoria "vuota" che di fatto si definisce
per opposizione perché priva di senso ed identità proprie. Vi si
raggrumano infatti intorno il cristianesimo conservatore sia di matrice
cattolica che protestante, il liberalismo più nichilista, tutte le
tradizionali forme di nazionalismo, razzismo, populismo e la cultura
democratica.

In questa guerra, che nella sua versione più recente può anche essere
"preventiva", il nemico non deve "dimostrare" con i fatti la propria
natura perversa ma deve essere combattuto perché "è" perverso. La
questione intorno alla quale si è costruita la "giustificazione"
dell'attacco all'Iraq è in tal senso esemplare. Il presunto possesso di
armi di distruzione di massa diviene ragione sufficiente allo
scatenarsi della guerra. La palese asimmetria tra chi attacca (e
sicuramente possiede armi di distruzione di massa) e chi viene
attaccato ci riporta sul terreno della "guerra giusta" quella che viene
fatta perché il nemico è cattivo e, quindi, potenzialmente pericoloso. È
cattivo e, quindi, naturale alleato del terrorismo che colpisce
donne, bambini, uomini inermi. Poco importa che la stessa definizione si
possa applicare alle politiche degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Scopo della guerra non è forse l'instaurazione del "terrore" tra la
popolazione dello Stato nemico al fine di fiaccarne la resistenza? La
natura immorale della guerra ci riporta alla natura immorale degli Stati
ed all'impossibilità di pensare un ordine realmente giusto del mondo
semplicemente riformandone la struttura.


Guerra esterna e guerra interna

Il paradigma della "guerra permanente" miete vittime non solo tra le
popolazioni degli Stati "canaglia" di turno ma anche tra gli oppositori
dell'ordine costituito. I pacifisti, gli antimilitaristi, i lavoratori in
lotta, gli antirazzisti sono equiparati ai terroristi con
un'operazione propagandistica che ricorda da vicino le accuse di
"collaborazionismo" col nemico rivolte nel secolo scorso a chiunque non
accettasse la logica della guerra, del militarismo, degli Stati.
Negli Stati Uniti la promulgazione del Patrioct Act, che di fatto ha reso
possibili detenzioni extragiudiziali di semplici sospetti, nonché una
sostanziale, ulteriore militarizzazione della vita sociale
americana, è il segno inequivocabile che la politica di guerra infinita
finisce con il permeare di se anche il cuore stesso della maggiore
potenza.
Le politiche securitarie degli ultimi anni hanno visto crescere su scala
mondiale le misure repressive sul piano del "fronte interno", quello nel
quale la posta in gioco è il disciplinamento forzato dei lavoratori,
indigeni e migranti e l'ammutolimento di ogni opposizione.


Guerra Interna

I termini stessi della guerra interna sono cambiati in seguito alla
disintegrazione del comunismo sovietico. Il crollo di un'"alternativa" al
capitalismo privato ha consentito al sistema statale di presentare il
capitalismo come l'unica strada per il futuro. Così come si è
ridimensionata la minaccia di rivolta popolare. Il capitalismo,
saldamente supportato dagli stati, ha iniziato un progressivo attacco
alle modeste conquiste dei lavoratori caratterizzanti il modello
socialdemocratico. Il thatcherismo ed il reaganismo hanno spinto a fondo
l'attacco, che, dopo il crollo del regime sovietico, ha
caratterizzato in modo costante il panorama politico e sociale.
L'offensiva neoliberista si è esplicata su molti fronti. La
precarizzazione del rapporto di lavoro ha spezzato la relazione stabile
tra lavoratori normati che consentiva lo sviluppo di forme collettive di
autorganizzazione e lotta. Con il pretesto della modernizzazione e della
riduzione degli sprechi settori tradizionalmente sottratti alla logica
capitalista sono divenuti occasione di sfruttamento. La
privatizzazione dei servizi dalla sanità all'educazione, dai trasporti
alla comunicazione ne è il segno distintivo.

La risposta a questo fronte di guerra aperto dal capitale contro
l'umanità si è tradotta in un aumento dello scontro sociale a livello
globale con la classe lavoratrice che ha dato vita a scioperi e lotte
estese. Il movimento anarchico è stato sempre presente in queste lotte ed
occorre che il suo ruolo si rafforzi mantenendo viva l'iniziativa e
mettendo in chiara luce la natura globale dei processi in corso.

La nostra resistenza deve essere globale come il capitale.

Guerra interna e guerra esterna hanno lo stesso fronte e vengono
combattute con la stessa determinazione e ferocia. La militarizzazione
della vita sociale tramite provvedimenti che travalicano persino i limiti
della "normalità" democratica, senza eccessivi contraccolpi sul piano
della conflittualità interna, è stata resa possibile dalla
gigantesca operazione anestetica innescata dell'"emergenza" terrorismo.
La paura ne è il vettore potente che favorisce la criminalizzazione di
ogni forma, anche minima, di effervescenza sociale. I recenti pacchetti
securitari approvati in Francia e Gran Bretagna ne rappresentano un degno
esempio, cui fa da puntuale contrappunto l'equiparazione tra terrorismo e
lotte sociali in atto da tempo in diversi paesi.


Globalizzazione delle lotte

La cosiddetta globalizzazione economica è solo un'altra fase dello
sviluppo del capitalismo, che tenta di estendere e a rendere più
efficaci a livello planetario i tentacoli dello sfruttamento.

Per noi la globalizzazione deve significare la globalizzazione della
lotta di classe su scala mondiale.

All'interno del movimento no-global, così come ci viene mostrato dai
media, troviamo anche gruppi riformisti, cristiani, marxisti,
socialdemocratici... che spesso hanno collaborato con il capitalismo
rendendo la globalizzazione più forte. Sono gli stessi gruppi che
lavorano per lo sviluppo del capitalismo nel terzo mondo entrando nelle
comunità e spingendole alla distruzione delle proprie identità e dei
mezzi di autosufficienza economica. La conseguente migrazione delle
comunità autoctone più povere ne fa mano d'opera a basso costo per il
mercato del lavoro del primo mondo abbassandone nel contempo lo stesso
costo complessivo. Un mondo dove i migranti si vedono negata ogni
libertà e dignità umana perché la mancanza di documenti ne fa dei
clandestini. Di fronte a ciò l'IFA non può che confermare la propria
identità mantenendo i propri obiettivi: autogestione generalizzata della
società, abolizione della proprietà privata, costruzione di una società
anarchica. È quindi importante sostenere i movimenti anarchici dei paesi
poveri, aprendo autonomi canali di comunicazione e
conoscenza, fuori dal sistema dei mass media, come primo passo per un più
ampio radicamento dell'anarchismo.


Guerra alla vita

La produzione capitalista ha condotto ad una dichiarazione di guerra alla
vita stessa, una guerra che minaccia la sopravvivenza dell'intero
pianeta. Sono due i fronti su cui occorre impegnarsi. In primo luogo
l'opposizione al saccheggio delle risorse, all'inquinamento ed alla
devastazione ambientale frutto del modo di produzione capitalistico che
mira solo al profitto, ignorando che anche gli esseri umani sono parte
integrante dell'ecosistema: "nessuno mangia o respira denaro". L'altro
fronte è quello dello sviluppo delle tecnologie secondo le direttive del
potere. Il nucleare sia civile che militare che può portare alla lenta
morte radioattiva come a devastanti distruzioni, oppure la
manipolazione genetica che colonizza la vita saccheggiando i saperi
tradizionali.

L'impegno degli anarchici è a fianco delle popolazioni in lotta contro
queste aggressioni.


Contro l'ordine morale e la religione

Ogni forma istituzionalizzata di credo non è che una un'istituzione
gerarchica ed autoritaria mirante ad imporre i propri precetti morali
alle persone: contro di essa gli anarchici si oppongono con forza.
Pretendendo di incarnare un inesistente monopolio sui valori morali, in
modo sottile le religioni mirano a ad interferire con la vita privata dei
singoli. Le religioni indeboliscono l'autonomia degli individui, negando
loro la capacità di risolvere in modo diretto i propri
problemi. Chi crede nel paradiso che verrà non fa nulla per migliorare le
proprie condizioni qui ed ora!

Si continuano a combattere guerre in nome di un dio, occultandone gli
scopi di dominio e conquista, ben evidenti nello stretto legame tra le
chiese e gli stati.

Gli anarchici lottano contro la religione: cristiana, islamica... ed ogni
altra. Il nostro grande rispetto per le scelte individuali non ci
impedisce di opporci alle credenze religiose e ad ogni forma di
gerarchia.

Oggi oltre agli attacchi inferti all'autonomia dei singoli dagli
integralismi assistiamo all'emanazione di norme che erodono la libertà
soprattutto delle donne e delle minoranze sessuali. Queste norme,
spesso volute da settori che si proclamano laici, puntano al
riaffermarsi di un'etica religiosa e conformista. Ne consegue un
rafforzamento del patriarcato cui gli anarchici si oppongono come ad ogni
forma di dominio.




Da Umanità Nova, numero 21 del 13 giugno 2004, Anno 84





*******
*******
****** A-Infos News Service *****
Notizie su e per gli anarchici

INFO: http://ainfos.ca/org http://ainfos.ca/org/faq-it.html
AIUTO: a-infos-org@ainfos.ca
ABBONARSI: invia una mail a lists@ainfos.ca contenente nel
corpo del messaggio "subscribe (o unsubscribe) nomelista vostro@email".

Le opzioni per tutte le liste a http://www.ainfos.ca/options.html


A-Infos Information Center