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(it) Israele/Palestina: Comunicato del gruppo anarchico "Ma'avak Ehad" (en)

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Thu, 29 Jan 2004 10:45:04 +0100 (CET)


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Da: FdCA Ufficio Relazioni Internazionali <internazionale@fdca.it>

SINISTRA, DESTRA, DIETRO-FRONT!

Prima che gli attivisti di sinistra tornino nelle strade con veglie
contro gli insediamenti di coloni o contro l'oppressione sui
Palestinesi e nell'eventualità che riescano anche a formulare una reale
alternativa alle politiche di apartheid, alla sottrazione di terre ed
alla deportazione di basso-profilo di cui siamo oggi testimoni, essi
hanno il dovere di fare i conti con le condizioni sociali che
permettono all'attuale destra di governo di imprigionare, affamare,
ferire ed uccidere il popolo palestinese. La sinistra deve pure
riconoscere e riflettere sul ruolo che essa ha avuto nel creare e
prolungare nel tempo proprio queste condizioni.

A differenza delle condizioni politiche che rendono possibili le
attuali politiche governative (e cioè una semplice maggioranza
aritmetica nel parlamento israeliano), le condizioni sociali hanno radici
storiche e culturali più forti e più profonde che stringono in un solo
abbraccio sia la sinistra che la destra.

Queste condizioni sono interconnesse ed intrecciate, ma è comunque
possibile isolare le 2 che sono le più importanti e che stanno al
centro del perdurante conflitto tra Israele ed i Palestinesi: il
Sionismo ed il Militarismo.

La sinistra israeliana non può ergersi ad ostacolo contro la brutalità
del governo di Ariel Sharon (così come non poteva farlo con Barak,
Netanyahu o Rabin), proprio perchè ha le mani legate da un'obbedienza
cieca ai bisogni ed alle richieste dell'esercito israeliano. La
sinistra dichiara che non crede ad una soluzione militare del
conflitto, ma al tempo stesso dichiara che intende sostenere l'esercito
con un pieno ed incondizionato appoggio in ogni caso. Così, esprimendo
questa volontà di mettersi sempre ed in linea di principio al servizio
dei militari, la sinistra neutralizza ogni sua potenzialità di fermare la
carneficina militare. Se i tutti i primi ministri della storia di
Israele, sia di sinistra che di destra, non avessero saputo che
l'esercito è uno strumento sacro ed "apolitico" a loro disposizione, che
se ne frega del sostegno popolare, essi non si sarebbero messi nelle
condizioni di dipendere dai militari così facilmente e
prontamente e si può pensare che sarebbero stati capaci di perseguire con
maggiore fermezza la strada del negoziato e della soluzione diplomatica.

Ma noi chiediamo: quale credibilità ci può essere per gente che si
accorge che la forza militare non è una soluzione, che è testimone
quotidianamente dell'alto e crescente numero di vittime come dalle vaste
distruzioni necessarie per eseguire gli attacchi, e che tuttavia difende
e vuole estendere il servizio militare per farci diventare ingranaggi
della stessa macchina che crea e perpetra questi attacchi portatori di
lutto?

Un buon esempio dell'egemonia del militarismo in Israele è dato dal
gruppo denominato "Refusniks". I membri di questo gruppo non sono
obiettori di coscienza nel vero significato del termine, come può
essere nel resto del mondo, e cioè persone che non credono nella guerra e
nelle battaglie. I "Refusniks" invece si limitano solo a rifiutarsi di
fare il militare nei territori occupati. Essi sono intrisi della malattia
del militarismo, dal momento che non si pongono nemmeno per un secondo il
problema della legittimità della forza di "difesa" di Israele e non
intendono porre in discussione la legittimità della guerra come mezzo per
risolvere i conflitti nazionali. Essi desiderano essere utili alla
macchina militare, uccidere ed essere uccisi a comando, finchè non devono
personalmente marcire su qualche linea geografica, come nel caso
della "linea verde", il confine di Israele prima della guerra del 1967
con la successiva sventurata occupazione dei territori.

Il resto della sinistra, istituzioni come "Peace Now" e "Meretz", sono
ancora più addomesticate dei "Refusniks", in onore a quel vecchio mito
che vuole il servizio militare nell'esercito di Israele come una
posizione o un atto non politici. L'uniforme e l'orgoglio di reparto, al
pari del bastone, del fucile e del carroarmato, non sono affatto "neutri".

Avallare queste cose vuol dire sostenere attivamente la sofferenza, lo
sbandamento e la morte che esse portano tra le popolazioni non-ebree. Per
i più di 2000 Palestinesi uccisi dall'inizio dell'intifada di
Al-Aqsa, per le loro famiglie e per le decine di migliaia di
palestinesi feriti, privati della casa e delle loro cose dalle "nostre
forze armate", per tutti costoro non comporta alcun sollievo sapere che
quei soldati gli hanno fatto tutto questo senza alcuna "cattiveria". Per
loro non fa alcuna differenza se i soldati che stanno distruggendo le
loro città coi bulldozer, che li stanno costringendo a stare chiusi in
casa per settimane sotto il tiro dei fucili e che rovesciano bombe dal
cielo, sono "di destra" o "di sinistra", razzisti o umanitari, se credono
oppure no alla soluzione militare. Sono differenze che possono avere
significato nei talk-show televisivi, ma se fossimo al posto delle
persone che vivono nei territori occupati, anche noi non avremmo dubbi
sul fatto che queste differenze non hanno alcuna importanza.

La seconda condizione sociale che impedisce alla sinistra di ergersi
contro il massacro, oltre alla santità dell'esercito, è il Sionismo.

Nelle posizioni e persino negli slogan della principale sinistra
sionista, si possono cogliere queste tesi: "Usciamo dai territori
occupati e staremo bene" dice un gruppo studentesco, "Lasciamo i
territori, torniamo ai nostri sensi", esclama la Coalizione per la Pace,
e così via. E' la tesi che la conquista militare della West Bank e della
striscia di Gaza era ed è tuttora qualcosa di "alieno" dallo Stato di
Israele, un caso isolato di "errore" storico commesso nel passato, per
ragioni affatto connesse con la natura e l'essenza del sionismo, e se
solo si potesse venir via da lì ogni cosa tornerebbe al suo posto ed alla
normalità. La verità invece non è così semplice.

Circa 20 anni prima dell'occupazione dei territori palestinesi nel 1967,
nel conflitto che i Sionisti chiamarono "Guerra di Indipendenza" ed il
popolo palestinese chiama "El Nakba-(Il Disastro)", quasi 500 villaggi
palestinesi vennero distrutti dalle forze armate sioniste (villaggi di
cui è scomparsa qualsiasi traccia nel territorio o nelle carte
geografiche di Israele) e più della metà del popolo palestinese venne
espulso dal suo territorio che quindi divenne lo Stato di Israele (stiamo
parlando di circa 750.000 persone che furono strappate alla loro terra ed
alle loro case, sia con deportazioni forzate che con minacce o con il
terrore dei massacri compiuti dai sionisti - di cui Deir Yassin è
l'autore più famoso, sebbene non fosse il più terribile e nemmeno il solo).

Fino a che la sinistra continua a vedere l'occupazione dei territori
palestinesi come una sorta di isolato errore storico, a considerarlo come
la radice di un problema invece che il sintomo di ben altro, essa
continua ad ignorare (con evidente convenienza) la questione più
cruciale del conflitto arabo-israeliano, che sta tutto
nell'instaurazione dello "Stato ebraico" a scapito del popolo
palestinese che viveva proprio su quelle terre fino all'arrivo del
movimento sionista. Ecco perchè la sinistra sionista non riesce a
capire, proprio come Itzhak Rabin ed Ehud Barak non riuscirono a capire
sia negli accordi di Oslo che in quelli di Camp David il punto di vista e
le richieste della delegazione palestinese, che invece insisteva per il
pieno controllo della West Bank e della striscia di Gaza (appena il 22%
del territorio palestinese sotto il protettorato inglese). Chi fu così
cieco da non vedere -compresa ovviamente la sinistra sionista che accolse
con entusiasmo e sostenne quegli accordi- non capì che per i Palestinesi
la richiesta di sovranità sul già menzionato 22% di
territorio significava che essi erano disponibili a rinunciare a quel 78%
di terra da cui erano stati scacciati ed esiliati, il che
costituiva a tutti gli effetti un compromesso di portata storica.

La sinistra, il cosiddetto campo pacifista, non saranno mai in grado di
stabilire una pace vera e duratura, fino a che non ammetteranno le
responsabilità del sionismo nello spodestamento del popolo palestinese
dalla sua terra e fino a che si rifiuteranno di capire che un paese in
cui più di 1/5 della popolazione non è ebrea, non può essere
sionisticamente uno stato ebraico ed al tempo stesso una vera
democrazia. Il massimo che il sionismo può permettersi è una
"democrazia militare" con cittadini di serie B (come i palestinesi, i
beduini, i drusi ed i lavoratori stranieri) a cui fare "offerte
generose" stile Barak oppure il "riconoscimento di uno stato
palestinese" stile Sharon, cosa che significa solo la creazione di ghetti
palestinesi, separati e privi di speranza, in cui produrre a costi bassi,
sfruttare intensamente una mano d'opera a buon mercato per le industrie
israeliane: il "nuovo Medio Oriente" di Shimon Peres. Tuttavia, non è
meno sorprendente che dal 1993 (l'inizio del cosiddetto "processo di
pace") ad oggi, la situazione del popolo palestinese sia peggiorata
nettamente, mentre sia duplicato il numero dei coloni stabilitisi sulle
loro terre.

Una sinistra che insista nello stare sui parametri del militarismo e
dello sionismo e della loro narrazione storica, può dare ai Palestinesi
una cosa sola: una pace offerta da una "posizione di superiorità", con la
speranza che nel frattempo la striscia di Gaza "sprofondi nel mare", come
disse una volta il beneamato Rabin (quello stesso uomo di pace che, come
misura deterrente, ordinò di spezzare braccia e gambe di palestinesi
innocenti). Lo striscione di testa dell'ultima manifestazione di massa
della sinistra diceva "Fuori dai territori, per la salvezza di Israele!",
dimostrando come non esista l'altra parte palestinese, come i suoi bisogni
e le sue richieste siano irrilevanti di fronte a ciò che veramente conta:
i cittadini ebrei morti, solo quelli contano.

La sinistra sionista non è in grado di superare i suoi limiti
intrinseci. Il suo ruolo politico si è ridotto a fare il "poliziotto
buono" insieme al "poliziotto cattivo" Sharon ed ai generali fascisti che
lo seguiranno passo passo. Il ruolo della sinistra è quello di fissare un
controllo del danno, di essere l'aspetto gentile della
politica di segregazione. Il suo ruolo è sempre quello di bombardare,
uccidere, distruggere, discriminare - ma meno pesantemente. Il ruolo
della sinistra è quello di sparare e insieme spargere lacrime,
liberando colombe, spargendo fiori e innalzando canti pacifisti sullo
sfondo. Il massimo che può fare è cercare di imporre un "accordo di pace"
come quelli che la destra israeliana e gli USA stanno attualmente
cercando di imporre: un accordo di pace che non porta a nessuna pace ed a
nessun accordo, e che costringerà con la minaccia delle armi Arafat, Abu
Mazen e gli altri leader palestinesi a vendere il loro popolo in cambio
della carica di despota brutale e corrotto in una gigantesca prigione
spacciata per Stato.

La sinistra sionista è in competizione continua con la destra: una sfila
con più bandiere nazionali, l'altra canta più forte l'inno nazionale, una
è più dura nel condannare gli imboscati che evitano la leva....

Non possiamo che rilevare che non vi è più alcuna competizione. La
sinistra è uguale alle destra. Il comune terreno che condividono, fatto
di militarismo e sionismo, è più forte e più significativo di qualsiasi
altra differenza frutto di cosmesi che possa distinguerle. I nostri
padri, fratelli e figli, stanno commettendo crimini di guerra sul
popolo palestinese tramite un'organizzazione terroristica come
l'esercito ed il popolo palestinese, potete starne certi, non troverà
alcuna differenza fra la destra e la sinistra.


MA'AVAK EHAD

traduzione a cura dell'Ufficio Relazioni Internazionali/FdCA


http://www.onestruggle.org

Il gruppo anarchico israeliano "Ma'avak Ehad" (Una Lotta), è attivo
nell'iniziativa degli "Anarchici Contro il Muro".

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