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(it) Comunicato di RED LINK e VIS-A'-VIS

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Tue, 13 Jan 2004 11:02:32 +0100 (CET)
Delivered-to a-infos-outgoing@ainfos.ca


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Da: meletta(a)aconet.it

L'ARABA FENICE E LA VECCHIA TALPA

La grande ondata planetaria del 15 febbraio contro la guerra, di fronte
alla feroce e incondizionabile determinatezza avversaria, nonché la
spiazzante insorgenza di un'autodifesa armata da parte di un popolo
aggredito, non ha saputo ritrovare nuovi spazi e nuova capacità di
mobilitazione. Certo, dopo questa data non sono mancati momenti
mobilitativi, ma si è trattato di iniziative che hanno coinvolto
soprattutto soggettività individuali o collettive afferenti la galassia
di quel ceto politico che ha sin qui costituito di fatto, nel bene e nel
male, la struttura portante del "movimento": fanno eccezione le grandi
mobilitazioni di Evian, di Cancun e di Londra. Se così stanno le cose,
una domanda sorge spontanea: dove sono finiti quei cento e più milioni di
uomini e donne sincronicamente mobilitatisi nelle piazze di tutto il
mondo?

Con questo interrogativo non intendiamo inferire capziosamente che tutto
ciò che è successo da Seattle in poi sia stato vano, come fa e ha sempre
fatto una certa sinistra nostalgica che è rimasta a guardare, in attesa
di un riproporsi sempre identico a se stesso delle modalità mobilitative
di massa dei passati cicli di lotta. Tutt'altro! Il vento di Seattle ha
definitivamente messo alla berlina l'ideologia dominante che magnificava
impunemente le virtù salvifiche ed irrinunciabili della cosiddetta
globalizzazione e delle sue "autoregolamentate" libertà di mercato. In
questo senso, il "movimento no-global" è stato l'espressione soggettiva
delle contraddizioni materiali che si andavano accumulando: non certo
mero riflesso passivo di esse, ma loro primo (sia pur parziale)
disvelamento nella coscienza collettiva, loro prima operante critica di
massa.

Riteniamo però che si debba lucidamente prendere atto che la delusione
"post 15 febbraio", di fronte all'irrefrenabile avanzata della macchina
bellica di Monsieur le Capital, è stata assai cocente: mai nella storia
si era manifestata un'opinione comune così ampia e diffusa per tutto il
globo, eppure la politica della morte ha proseguito il suo sporco
lavoro.

Approfittando di tale delusione, una parte della sinistra e del
pacifismo sta cercando di rilanciare l'autonomia della politica (la
politica delle alleanze con i propri avversari, la politica nelle
istituzioni). Al contrario, questo senso di frustrazione non può essere
rimosso tramite la sua strumentalizzazione politicistica. Se vogliamo
contribuire a rilanciare il "movimento", la fase attuale non può più
essere affrontata con l'ingenua fede nella possibilità di costruire
immediatamente un altro e alquanto indeterminato mondo, senza fare i
conti con la potenza reale dell'avversario. Ed è perciò necessario
contribuire alla comprensione del dato di fatto che molti fenomeni,
denunciati giustamente dal "movimento no global", non sono accidenti o
distorsioni morali, semplici patologie eliminabili con una "cura
culturale" o altrettanto "morale", ma affondano le loro radici nel
sistema di accumulazione capitalistico e nella sua crisi ormai più che
trentennale.

Per un verso, non si tratta di spiegare questo dato di fatto o di porlo
in modo ultimativo, con il risultato, magari non voluto, di
delegittimare la parzialità e l'insufficienza del movimento reale così
come di volta in volta si esprime; per un altro verso, nondimeno, esso
(di sovente rilevato da una parte del "movimento" stesso) deve in questa
fase emergere, nella consapevolezza collettiva, con la massima
chiarezza. E ciò, a maggior ragione oggi, a fronte di posizioni che nella
loro apparente genericità, pur sembrando più affascinanti o
inclusive a livello di massa, si rivelano però assolutamente
paralizzanti. In questo senso, va senz'altro inquadrata la posizione di
certo pacifismo assoluto ed ideologico (come quello, ad esempio, di
Emergency), con il suo appello al "cessate il fuoco", invitante sul piano
morale ma nei fatti assolutamente "disarmante". E' incontestabile, del
resto, che tale area sia rimasta assente da qualsiasi iniziativa che,
nella nuova situazione data, si sarebbe per essa rivelata collusiva con
la violenza della resistenza irakena e, in fondo, come un oggettivo
invito a scontrarsi con gli apparati repressivi dei paesi aggressori.

D'altronde, un pacifismo siffatto non può che riconoscersi come
espressione della "società civile", intesa nella sua effettiva
originaria accezione (marxiana) di agglomerato indistinto di singolarità
atomistiche, affatto opacizzante le specifiche antagonistiche
determinazioni di classe della "società del capitale". E cos'altro può
fare siffatta "società civile" mondiale se non manifestare l'astratta
volontà dei suoi astratti componenti, su di un piano meramente etico ?

Ecco, il punto è proprio questo!

La "società civile" ancora una volta ha dimostrato di essere nulla più di
una mera rappresentazione ideologica, affatto priva di fondamento
materiale. Se il nostro mondo fosse davvero regolato da qualcosa di
simile ad una dialettica democratica tra politica e società reale, quei
cento milioni di persone avrebbero dovuto riportare una schiacciante ed
immediata vittoria. E invece l'appello di alcune componenti del
movimento (peraltro enfatizzate ad arte dai media) alle regole della
pacifica convivenza tra i popoli e al diritto internazionale, e
un'acritica perdurante fiducia nella democrazia rappresentativa borghese
si sono rivelati fatalmente impotenti: nell'impossibilità di costruire
immediatamente un altro mondo, ci si è così incancreniti nel tentativo di
rimescolare gli imputriditi ingredienti di quello vecchio.


La guerra infinita e le aporie dei pacifisti


La guerra infinita non è, dunque, un mero accidente della storia. Per
scongiurarla, a poco vale fare appello - a mò della vecchia
socialdemocrazia - ad una regolazione statuale dell'accumulazione, in
grado di temperare le dinamiche dell'internazionalizzazione selvaggia del
capitale. Se esiste, infatti, una capacità di regolazione del
sistema economico finalizzata al sostenimento dell'accumulazione da parte
dello stato, essa si deve basare su una capacità impositiva nei confronti
dei singoli capitali di cui possa beneficiare il "capitale collettivo".
Ma, in assenza di un'autorità politica "al di sopra" degli interessi
particolari, nessuno può essere disponibile a rinunciare, nell'immediato,
ad una parte dei suoi profitti per poter godere, in un secondo tempo, di
un'eventuale ripresa dell'accumulazione. Ed è questa la situazione in cui
ci troviamo, dopo anni di internazionalizzazione del capitale, di
liberalizzazioni e di privatizzazioni. In realtà
ritornare ad una regolazione su scala nazionale dell'accumulazione è
assolutamente improponibile per le multinazionali dei paesi avanzati,
perché questo significherebbe ripristinare barriere esiziali per il loro
sviluppo. Tale esito sarebbe immaginabile solo nell'ambito di un aperto
scontro tra entità statuali, tale da preludere, presumibilmente, ad un
diretto confronto bellico.

L'alternativa è una regolazione a livello internazionale che però
presupporrebbe la definizione di un'esplicita gerarchia tra capitali
egemoni e capitali subordinati: proprio ciò che è in gioco nell'attuale
fase di guerra economica, con il suo portato di aspri conflitti
politici.

Certo, si può ancora persistere nelle illusioni keynesiane di un
rilancio statuale della domanda aggregata di cui tutti quanti,
lavoratori e singoli capitali, possano beneficiare. Ma bisognerà prima o
poi prendere atto del fatto che non è stato l'abbandono delle politiche
keynesiane, negli anni Ottanta, a determinare l'attuale crisi, ma è stata
quest'ultima, iniziata negli anni Settanta, a provocare
l'abbandono di un interventismo statuale oramai inefficace per sostenere
l'accumulazione. In realtà, ogni intervento statuale è essenzialmente un
intervento redistributivo finalizzato a calmierare il conflitto sociale o
ad indirizzare le risorse esistenti verso quelle porzioni di capitale
ritenute strategiche, perché minacciate dalla concorrenza internazionale
o perché in grado di sostenere il processo accumulativo generale nel
medio-lungo periodo.

Insomma, una regolazione internazionale della valorizzazione
capitalistica, oggi, richiederebbe l'affermazione incontrastata di un
soggetto egemone nell'agone mondiale e, in considerazione degli attuali
rapporti di forza, questo soggetto non potrebbe che incarnarsi negli
Stati Uniti. E allora ci imbattiamo in un paradosso: coloro che si sono
opposti all'impero Usa e al suo bellicismo, in nome di una gestione
regolata del capitalismo internazionale, si pongono, volendo essere fino
in fondo coerenti, a fare il tifo per l'instaurazione di una sorta di
"new-deal imperiale" o, in alternativa, a sostenere l'affermazione di
imperialismi nazionali o sovranazionali in competizione tra di loro, fino
all'esito estremo della guerra. E qui, al di là della già aspra
competizione fra l'area valutaria del dollaro e quella dell'euro, va
rilevato l'altro profondo fattore di instabilità conflittuale, ad alto
rischio di diretta tracimazione su di un piano definitivamente bellico,
rispetto al colosso cinese, senz'altro finanziariamente assai più debole
di quello europeo, ma certamente meno malleabile sul piano
politico-militare.

Una parte del "movimento no global" sembra aver scartato l'ipotesi
suddetta, di regolazione statuale, pensando di premere dal basso per
imporre un'altra regolazione, magari attraverso poteri diffusi e
municipalismi più o meno conflittuali. Rispetto alla questione del
"potere", essa non si è posta, né in termini di conquista, né in termini
di scontro reale: l'ha semplicemente evitata.

Non sottovalutiamo che uno dei presupposti della diffusione di tale
deriva ideologica è stato costituito dalla realtà di una presa di parola
diretta da parte di milioni di individui, mobilitatisi fuori (e quindi
potenzialmente contro) la mediazione della politica istituzionale. Questo
processo di autentica democrazia di base, sinora, non è riuscito però ad
esprimersi nella vita quotidiana e nei luoghi di lavoro, ma si è
travasato solo nelle grandi manifestazioni di piazza, sia pur con una
continuità sicuramente sorprendente. Da tale limite, è nato il vizio di
non fare i conti con le radici reali del sistema, riflesso e
trasfigurato appunto in virtù, nel suddetto impianto ideologico.

D'altronde, è incontestabile che il più ampio movimento della storia sia,
però, anche quello che ancora non ha colto neppure un risultato in
termini di cambiamenti del mondo o, se volete in termini più volgari, in
termini di riforme. Con un'aggravante: questa mancanza di risultati viene
esaltata da più parti come espressione di una lotta
post-comunista, come espressione di una fase in cui predominano
obiettivi immateriali.

Ma c'è ancora di più. Benché apparentemente conflittuali e
incomponibili, la richiesta di più stato e più politica ed il
vagheggiamento di un "esodo" dallo stato e dalla politica si pongono,
nella concretezza della pratica quotidiana, come imprescindibilmente
complementari. L'esodo, infatti, risulta operativamente impraticabile
data la permanente e pervasiva vigenza del potere politico ed economico,
e si riduce dunque all'occupazione del livello istituzionale più
periferico. Tale occupazione, però, necessita sempre e comunque di una
sponda al livello più alto, che solo una qualche espressione di governo
in salsa "neo-post-cripto-socialdemocratica" può offrire (per un
edificante case study, si rimanda alla tragicomica istoria dei rapporti
fra Bertinotti e Casarini).


Sovversivi di tutto il mondo in gattabuia!


A fronte di queste indeterminatezze, non può sorprendere che possa
prevalere un senso di impotenza tale da portare ad una sorta di afasia
del "movimento", che infatti, da lunghi mesi si è carsicamente
reinterrato, quasi a ridefinire gli ambiti della propria stessa capacità
di incidenza progettuale. E ciò, tanto più in forza del fatto che lo
"stato democratico" non sta certo a guardare, aspettando che i soggetti
che hanno dato vita alla grande ondata mobilitativa di questi ultimi anni
si riprendano dal loro disorientamento e rialzino la testa.

Se qualcuno nutrisse ancora qualche residua illusione sulla natura super
partes dello stato (o tanto più sulla sua permeabilità a pressioni dal
basso in tempi, come gli attuali, di crisi radicale della
rappresentanza), rispetto al conflitto sociale, è lo stato stesso a
smentirlo, dimostrando sempre più chiaramente la sua natura di gendarme
disciplinatore, in piena sintonia con la politica della morte attuata sul
fronte esterno. Le "amorose attenzioni" della magistratura italiana nei
confronti del "movimento" si sono in un primo momento concretizzate nelle
accuse, da parte delle procure di Genova e Cosenza, di
associazione sovversiva, graziosa eredità del codice fascista, non a caso
mai abolito dalla "democratica repubblica fondata sul lavoro". E vale la
pena ricordare che tale tipo di reato è un'aberrazione anche da un punto
di vista liberale. Con esso, infatti, si perde la
concatenazione temporale immediata tra azione (delitto) e reazione
(castigo). Il nuovo reato viene definito "di pericolo", ma tale
situazione di pericolo, appunto, si pretende sia già configurabile in
base alla sola intenzione allo stato embrionale: anche due persone
organizzate, quindi - dirà la giurisprudenza -, possono realizzare
l'ipotesi di reato di sovversione e beccarsi, solo per questo, 15 anni di
carcere, come altri 15 anni possono essere rifilati per "devastazione e
saccheggio", anche con il solo "concorso psichico". In altre parole, si
punisce in anticipo, "preventivamente". A supporto della guerra infinita
scatenata su scala planetaria dal capitale imperialistico, è iniziata di
fatto la controrivoluzione preventiva sul fronte interno delle sue
singole specifiche componenti statuali.

In Italia, la normativa inerente i cosiddetti "reati associativi", già
introdotta in epoca fascista, è rimasta dormiente per molti anni, fino a
che l'esplosione dei movimenti sociali dei sessanta/settanta creò il
contesto in cui essa fu puntualmente riutilizzata, in innumerevoli
occasioni, nell'evidenziazione della sua manifesta natura spudoratamente
classista. Per di più, all'art. 270 si aggiunse l'art. bis, il ter e poi
il quater, con pesantissime aggravanti di pene e di carcerazioni
preventive. Finita la cosiddetta emergenza, l'aberrazione giuridica
rimase in vigore, con tutte le aggravanti connesse, pronta per essere
riutilizzata in occasione di un qualsivoglia futuro inasprirsi del
conflitto sociale; cosa che, come stiamo vedendo, è puntualmente
accaduta.

Tanto che abbiamo successivamente avuto un nuovo salto di qualità nella
spirale repressiva: le procure di Napoli e Roma hanno avuto addirittura
la faccia tosta di contestare i reati di "associazione per delinquere",
rispettivamente finalizzata all'"estorsione di posti di lavoro" e
all'occupazione di edifici pubblici !?!

Tali episodi repressivi costituiscono una limpida esemplificazione di
quella linea di condotta che si va affermando nella magistratura,
tendente a ridurre il conflitto sociale a pura fenomenologia criminale.
Non si riconosce più alle lotte neppure la loro "legittimità" sociale,
dovuta alla soddisfazione di bisogni elementari come la casa o il
lavoro, ma le si declassa ad azione criminosa, sia per aggravarne lo
statuto di illegalità e poterle colpire con maggiore gravità, sia per
creare consenso verso l'azione repressiva, equiparando tout court le
lotte sociali alla criminalità organizzata.

Come se tutto ciò non bastasse, un ulteriore colpo di scena è stato
pianificato sul terreno del più drastico disciplinamento sociale:
l'azione antiterrorismo attuata in concomitanza con la manifestazione
sindacale contro la riforma delle pensioni del novembre scorso. Non può
sfuggire la strumentalità di questa operazione. A parte la più immediata
impressione che se ne poteva trarre - della serie: "c'è chi lavora per la
sicurezza dei cittadini, mentre altri perdono tempo in irresponsabili
sfilate" -, la sua più subdola finalità era quella di creare una sorta di
automatica omologante sovrapposizione tra conflitto sociale e
"lottarmatismo". Potrà sorprendere che in questa operazione sia stato
reiteramente coinvolto anche lo stesso sindacalismo "triconfederale",
considerando le sue posizioni tutt'altro che radicali. Ma il fatto è che
nel contesto attuale appare totalmente intollerabile anche la stessa
esistenza di una rappresentanza sociale, qual è quella sindacale. Essa,
infatti, pur rientrando nel ciclo strutturalmente astrattizzante della
rappresentanza, mantiene comunque una più stretta relazione con la
materialità dei soggetti rappresentati. Ed è proprio per questo suo
connaturato statuto che la Cgil, per bocca del malcapitato Cofferati, fu
costretta a sterzare a sinistra sotto la spinta dell'incazzatura di tre
milioni di proletari scesi in piazza per difendere l'articolo 18. La
stessa dinamica che ha spinto la Fiom ad organizzare una lunga ondata di
scioperi, tuttora ininterrotta, che sta ormai di fatto invalidando la
riforma Biagi, in ampi comparti del settore metalmeccanico, e sta
frenando un trend di caduta dei salari monetari che vede oramai l'Italia
come uno dei paesi europei con il più basso costo del lavoro.

A conferma del fatto che è il conflitto in quanto tale ad essere ormai
considerato criminale, le associazioni padronali dell'Emilia Romagna
hanno accusato di incostituzionalità i precontratti fatti firmare dalla
Fiom, invocando l'intervento della magistratura e del legislatore, per
mettere fine alla "scandalosa" prassi degli scioperi. E soltanto "ieri",
di fronte alla vera e propria rivolta dei lavoratori dei trasporti
pubblici, l'iniziativa antisindacale è infine passata direttamente nelle
mani del governo, con le scontate, immediate ricadute: precettazioni a
raffica, invocazioni del pugno duro da parte della magistratura,
progetti di inasprimento della già castratoria legislazione che
regola/ingabbia lo sciopero.

Sotto la spinta di tale pressione e approfittando della scusa offerta
dalla presunta violazione del diritto alla mobilità dei cittadini
(quello stesso diritto quotidianamente negato dal dissesto del servizio
pubblico e non certo dagli scioperi selvaggi), la Cgil, dal suo canto, ha
già iniziato ad archiviare la breve stagione del suo "radicalismo
coatto", assumendo atteggiamenti più consoni alla sua costitutiva
vocazione concertativa: con la firma del contratto, il maggiore
sindacato italiano ha svolto il solito ruolo di pompieraggio a mezzo del
consueto accordo al ribasso, dopo che nei giorni precedenti aveva più
volte preso le distanze dalle "poco opportune" forme della lotta e, in
alcuni casi, aveva addirittura boicottato attivamente gli scioperi,
spargendo false voci di defezione da parte di alcuni comparti di
lavoratori.

Ma il fiorire di iniziative repressive non è certo una prerogativa
italiana. Una costante produzione di "politiche securitarie" -
all'insegna della "Tolleranza Zero" - suggella il moderno comando del
capitale mondializzato, a conferma del fatto che la politica di guerra
non riguarda più, esclusivamente, i paesi ed i popoli dipendenti
dall'imperialismo, ma diventa, progressivamente, la strategia politica
prevalente (sia pure ancora su di un piano di netta diversificazione)
anche nei confronti del proletariato metropolitano.


Quel pasticciaccio brutto di via dell'Anima (de li mortacci sua!)


L'Italia dunque si inserisce pienamente in un trend internazionale, per
questo aspetto, ma anche per molti altri. Occorre però aggiungere che il
nostro paese rappresenta un caso estremo delle dinamiche che si stanno
affermando a livello internazionale. In Italia, in luogo
dell'aziendalizzazione dello stato, riscontrabile a livello
internazionale, abbiamo una singola azienda che si è fatta direttamente
stato. L'aspetto eversivo del governo Berlusconi non deriva dunque da una
sua "cultura fascista", ma da una ben specifica logica
imprenditoriale, ferocemente aliena da ogni preoccupazione di mediazione
sociale, applicata alla gestione dello stato.

A parte un minor rispetto per le "formalità" democratiche (che comunque
non è poca cosa), i due processi tendono ad un medesimo risultato:
appassisce la democrazia rappresentativa e germoglia la rappresentazione
democratico-spettacolare, in cui il citoyen si appiattisce
tendenzialmente sul bourgeois.

In tutto ciò non bisogna mai dimenticare che il crinale del rapporto di
forza tra le classi costituisce la vera posta in gioco: ciò cui si tende
in questa fase è la negazione di qualsivoglia forma di riconoscimento
politico dei bisogni proletari, fossero anche quelli più immediati ed
elementari. Le istituzioni, infatti, costituiscono la concretizzazione,
relativamente stabile, di un punto di equilibrio tra i diversi interessi
di cui sono portatrici le classi sociali e le molteplici fazioni in cui
ciascuna di esse si può dividere.

In altri termini, le istituzioni non sono altro che espressione delle
regole pattiziamente adottate dalla classe dominante e dal mondo
politico per risolvere/dissolvere, mediandolo o reprimendolo, il
conflitto di classe.

Quando gli interessi fino ad un certo punto ritenuti legittimi, per il
mutato contesto interno e internazionale, non possono più essere
conciliati, è fatale che siano le stesse istituzioni a diventare terreno
di scontro politico.

Il "senso comune di sinistra" che, dopo il Social Forum di Firenze, ha
cercato in Italia, pure tramite il "girotondismo" (e in Francia tramite
Attac), di contaminare anche il "movimento", ha invece riportato l'opera
eversiva del governo di destra alla specifica personalità e ai privati
interessi del presidente del consiglio e della losca Corte dei miracoli
che lo contorna. In tal modo, in Italia, la lotta contro il
neoliberismo, già di per sé fuorviante rispetto al vero nemico
rappresentato dal capitalismo tout court, si è andata a sovrapporre
confusamente con la battaglia contro Berlusconi, identificato quale causa
prima di tutte le dinamiche implosive della cosiddetta dialettica
democratica, che si stanno affermando nel nostro paese con irrefutabile
plateale evidenza. La personificazione delle aberrazioni del sistema,
nella figura di Berlusconi, assunto come "male assoluto" ed inteso come
eccezionalità deviante, ha contribuito ulteriormente a far dimenticare
che ad essere aberrante è il sistema in se stesso. La necessità di
disarcionare il cavaliere, obiettivo ovviamente condivisibile e
certamente non irrilevante, ha finito per appiattire/colonizzare una
parte del "movimento" sul versante di un asfittico "fronte democratico" e
per emarginarne, costringendola di fatto all'attuale "interramento", la
parte restante che non voleva farsi stritolare da questo abbraccio.
Purtroppo, basta leggere le innumerevoli dichiarazioni degli esponenti
del centrosinistra, a proposito delle berlusconiane riforme delle
pensioni, del mercato del lavoro, dell'università ecc., per capire che
l'Ulivo sta rassicurando il capitale circa le sue intenzioni di non
intaccare sostanzialmente le "conquiste" del centro-destra nel caso di un
prossimo cambio di governo.


Riposino in pace le ceneri dell'araba fenice


Tirando le somme, dobbiamo constatare che, da diversi punti di vista, ci
troviamo in un impasse abbastanza pesante, perché non si è riuscito
ancora a fare i conti fino in fondo con le dure circostanze dell'odierna
fase del capitale. L'evocazione di "altro mondo possibile" non uscendo
ancora dalla sua genericità, si è incrociata con il lavorio di chi evoca
un "altro capitale", ormai impossibile. Non si può dunque uscire da tale
difficoltà radicalizzando i concetti di società civile, democrazia
formale, stato di diritto, keynesismo, cioè di tutte quelle
rappresentazioni ideologiche prese a prestito dal pensiero borghese
sedicente "progressista". Tant'è che la stessa disobbedienza civile, in
fin dei conti (sebbene ci sia una parte di coloro che ad essa si
ispirano, che si propone di caratterizzarla come "disubbidienza
sociale"), non è che la versione più radicaleggiante di tale pensiero, in
quanto essa si limita a contestare specifiche norme in nome di una norma
più alta, sia essa una costituzione nazionale o la "dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino" dell'Onu.

Ma oggi ciò che è in gioco (come mostrano nel modo più limpido la
fetenzia del caso italiano, per un verso, e l'esautoramento bellicistico
dell'Onu, per un altro), sono proprio quelle impalcature istituzionali,
sia nazionali che sovranazionali, in nome delle quali alcuni tardivi
neofiti della disobbedienza civile pretenderebbero contestare le
concrete articolazioni dell'ordine esistente.

Oggi è il capitale che, costretto a presentarsi con la sua faccia più
feroce, fa implodere il castello ideologico da lui stesso creato,
facendo riemergere l'ostinata durezza delle contraddizioni di classe.

A fronte di ciò, il cittadino, già svilito e omologato al borghese, deve
finalmente riconoscersi nuovamente all'interno delle proprie
determinazioni materiali, come proletario. Ma è proprio questo
auto-riconoscimento che risulta difficile nell'attuale configurazione
dello spazio produttivo, caratterizzato da un'altissima frammentazione e
da un intenso processo di precarizzazione. In questo contesto è
plausibile ipotizzare che ampi settori di classe potranno organizzarsi ed
esprimere una propria vertenzialità anche sul piano sindacale,
soprattutto se troveranno momenti di espressione che travalichino la
ristrettezza e la limitatezza del proprio rapporto di lavoro immediato,
in cui è oggettivamente assai difficile spezzare le gabbie di un
isolamento paralizzante, nonché l'eventuale ideologia
"partecipazionistica" tipica di certe microaziende a gestione
"familiare". Questo salto mortale, dal proprio malessere personale al
tentativo di risolvere al livello più alto le contraddizioni materiali
che lo ingenerano, è potenzialmente foriero di una forte radicalità, a
patto che le figure proletarie si riconoscano in quanto tali nel loro
aderire al "movimento". Fin qui, invece, è stata ancora diffusa,
nonostante il positivo risveglio iniziato a Seattle, la percezione di se
stessi quali individui astratti, come cittadini eticamente motivati.

Dovendo fare i conti con questa percezione, certo non eliminabile
tramite colpi di scopa propagandistici, siamo convinti, insomma, che il
"movimento" - quel fenomeno di ampia mobilitazione partecipativa
deflagrato col vento di Seattle e da noi interpretato come il primo
segnale di un nuovo soggetto collettivo in gestazione, il primo suo
manifestarsi sul terreno di un processo di ricomposizione
necessariamente lungo e complesso - difficilmente risorgerà dalle sue
ceneri come l'araba fenice, sempre identica a se stessa.

Con ciò non si vuole minimamente negare la sua importanza, neppure quando
ha saputo articolarsi sul terreno dell'opposizione alla guerra,
mobilitandovi immense maree umane. Oggi che la "quarta guerra mondiale
contro l'umanità" (per dirla insieme a Marcos) è definitivamente passata
dalle armi dell'economia all'economia delle armi, è più che mai
necessario cimentarsi su questo piano e, nel caso specifico dell'Iraq,
ribadire le nostre discriminanti fondamentali in faccia a tutti coloro
che, dietro esitanti equidistanze fra aggressori ed aggrediti,
nascondono il desiderio di tornare ai loro sporchi business, as usual. E
queste discriminanti non possono che essere il ritiro immediato delle
"truppe alleate" e la piena legittimità di qualsivoglia forma di
effettiva autodeterminazione (compresa la resistenza armata) contro
l'occupazione neo-colonialistica, soprattutto, se si tiene conto che il
rilancio di un movimento mondiale dovrà necessariamente coinvolgere la
più grande maggioranza degli esseri umani, tutti potenzialmente
destinati a condividere l'attuale sorte degli irakeni. Obiettivi questi
che senz'altro - prima lo sappiamo meglio è - scandalizzerà molti
soggetti protagonisti della fase conclusasi il 15 febbraio, scatenando
una dura polemica.

Ma tutto ciò non basta. Non è sufficiente fare professione di un
internazionalismo che, in questi termini, potrebbe risultare troppo
astratto. Oggi più che mai è necessario porre in primo piano, con forza,
la succitata connessione tra fronte esterno e fronte interno della guerra
permanente preventiva, ufficialmente scatenatasi dopo le Twin Towers! La
guerra non è infatti mero scontro di soli capitali, ma anche iniziativa
contro i lavoratori, contro i proletari: sicuramente nella fase della sua
esplicazione, con immani stragi tra i civili, non meno sicuramente nella
fase della sua preparazione.


Toh! Ci è parso di vedere una vecchia talpa


Siamo infatti convinti che il grande movimento di massa espressosi fino
al 15 febbraio, non solo non si trasformerà nel suo contrario, come
accadde invece alla vigilia della I guerra mondiale, ma, pur attraverso
le sue difficoltà e il suo attuale interramento, potrà consentire alla
vecchia talpa di scavare altri cunicoli e di riemergere da altri buchi.
Le contraddizioni materiali si stanno approfondendo e generalizzando.
Limitandoci alla situazione italiana, le mobilitazioni per l'art. 18 e
per le pensioni, la lunghissima serie di scioperi dei metalmeccanici per
invalidare la riforma Biagi e conquistare un contratto decente
potrebbero essere le prime manifestazioni di un diffuso scontro di
classe. Una prima manifestazione di questo scenario si è certamente
concretizzata con lo sciopero dei lavoratori dei trasporti pubblici che
hanno di fatto invalidato la direzione sindacale della loro lotta, hanno
infranto la legislazione repressiva del (non più) diritto di sciopero e
sono infine giunti a rigettare gli ordini prefettizi di precettazione,
proseguendo tuttora nel loro cammino di autoricomposizione diretta,
dentro la materialità del conflitto capitale/lavoro.

Non può sfuggire il profondo significato di questo evento.

Lo sciopero selvaggio è la negazione, anche se in forma immediata, della
regolazione giuridica del conflitto di classe: l'opposizione tra il
diritto del compratore della forza lavoro e il diritto del suo venditore
non trova più una conciliazione nei termini delle regole codificate, ma
si manifesta quale vera è propria antinomia tra due poli che si
fronteggiano, facendo affidamento sui meri diretti rapporti di forza.

Certo, questa lotta è stata determinata in primo luogo
dall'esasperazione dei lavoratori che hanno agito - si potrebbe dire - a
livello quasi istintivo. Ma, a ben vedere, è proprio il suo carattere
assolutamente spontaneo che la rende particolarmente significativa: date
le condizioni oggettive che oggi prevalgono, l'unica possibilità per i
lavoratori di difendere i propri diritti e interessi è stata quella di
agire con estrema radicalità. E in questa loro azione i lavoratori hanno
dovuto riscoprire il valore irrinunciabile dell'autorganizzazione,
essendo in questo facilitati dalla possibilità di utilizzare i reticoli
organizzativi preesistenti, messi su grazie ad anni di paziente lavorio
da parte dei sindacati di base. Questi ultimi, da parte loro, hanno
assecondato l'autorganizzazione dal basso dei lavoratori, rinunciando a
qualsivoglia logica di parrocchia, senza cioè considerare la
mobilitazione quale occasione per estendere la propria influenza e
rappresentatività. Nel farsi strumento e nell'immergersi nel magma della
composizione di classe, afferente anche alla base confederale, i
sindacati di base hanno certo risposto pure alla sacrosanta esigenza di
non offrire pretesti alla criminalizzazione delle loro organizzazioni, ma
resta il fatto che la risultante di tale comportamento è stata un
essenziale contributo ad un processo di ricomposizione dell'autonomia di
un comparto di lavoratori, manifestatosi in una mobilitazione di massa
assolutamente unitaria.

E' sicuramente presto per dire se questo sarà solo un episodio isolato o
se le contraddizioni di cui questa insorgenza è espressione esploderanno
in modo diffuso. Quello che sappiamo è che nessuna lotta può sviluppare
tutte le sue potenzialità nell'isolamento. E siamo anche convinti che,
dal suo canto, il "movimento", per superare la fase di re/interramento
(in cui, a nostro avviso, ha comunque espresso il proprio rifiuto,
rispetto alle derive e agli approdi su cui lo si pretendeva recuperare
alla logica dell'esistente), dovrà consapevolmente ancorarsi a queste
contraddizioni, per riconoscersi in forza di esse quale proletariato
universale, e come tale comprendere quindi fino in fondo che la sua non è
né può limitarsi ad essere una lotta di ordine solamente etico, ma deve
sapersi riconfigurare come lotta di classe, cimentandosi dunque
sull'impervio crinale della contraddizione capitale/lavoro.

Se vogliamo aiutare la vecchia talpa a riemergere di nuovo, non possiamo
dunque che ripartire dal senso strategico progettuale dell'opzione
comunista e, contemporaneamente, da una ricerca collettiva di nuovi
ambiti e forme per la ricomposizione che si riconferma come fortemente
ostacolata dall'attuale configurazione materiale del ciclo di
produzione/valorizzazione.


Il movimento di tutti i bisogni e il bisogno di un solo movimento


Proprio in questo senso risulta necessario ridefinire un visibile ambito
anticapitalistico all'interno del "movimento", se vogliamo cercare,
collettivamente, di dare una risposta all'enorme domanda politica che dal
"movimento" stesso nasce. Fin qui, l'esigenza di una ridefinizione
politico-strategica ha ricevuto soltanto pseudo-soluzioni, da parte della
multiforme paccottiglia delle ideologie progressiste, più o meno
verniciate a nuovo, e delle suggestioni di assai vecchio stampo evocanti
grandi e soffocanti apparati di "massa". Il vuoto lasciato dalla debacle
di queste "dottrine" può rappresentare un salutare shock soltanto se non
si tradurrà in smarrimento e senso di impotenza.

Con ciò non vogliamo assolutamente perorare la causa di sconsiderate
strette organizzative in salsa più o meno avanguardistica. Dove porti la
logica "da apparato" lo conferma ancora una volta la vicenda di
Rifondazione, che ha cercato di cavalcare le mobilitazioni di questi
ultimi anni, esaltandole strumentalmente in modo sostanzialmente
acritico, per poi abbandonare repentinamente il suo opportunistico
"movimentismo", in vista dell'ingresso nel futuro governo Prodi. E
altrettanto evidente è l'esito assolutamente annichilente - oltre che
troppo spesso assurdamente "suicida" -, cui conduce qualsivoglia
minoritarismo autoreferenzialistico ed incentrato su di un
"comportamentalismo" formalisticamente assunto quale unica
"discriminante" di una qualche presunta purezza rivoluzionaria.

Al contrario, l'esempio da seguire e da generalizzare, è semmai quello
sin qui offerto dai sindacati di base nella vertenza degli
autoferrotranvieri: essi hanno utilizzato le loro organizzazioni come
strumento per far crescere il "movimento reale", piuttosto che
strumentalizzare quest'ultimo cercando di sussumerlo sotto la direzione
di una struttura ipostatizzata. Bisogna essere comunque consapevoli che
la logica di apparato può in ogni momento riproporsi e interrompere la
prassi virtuosa sin qui seguita. Se questo accadesse la conquista di
qualche tessera in più sarebbe ben misera vittoria a fronte del danno
inferto alla lotta in corso che, nella giornata del 9 gennaio, ha
segnato un'ulteriore grande successo e un ancor più netto smarcamento nei
confronti dei sindacati triconfederali.

Occorre insomma tenere insieme la necessaria affermazione di una forte
identità e un'altrettanto importante apertura nei confronti delle
differenti soggettività che in questi anni hanno dato vita al
"movimento". Se sapremo collocarci nelle potenzialità della lotta
anticapitalista in questo modo trasparente ed orizzontale, potremo
ritrovare al nostro fianco anche una parte consistente di quelle
"sensibilità autenticamente democratiche" che nel "movimento" hanno
ripetutamente deciso di mobilitarsi a favore dei diritti e dei bisogni
basilari degli esseri umani. Oggi, infatti, questi diritti e bisogni non
sono più riconosciuti né riconoscibili da parte di un capitale che è
divenuto oramai "incapace di sfamare i suoi stessi schiavi".

Se si riconoscerà finalmente che il vero nemico di tutte le lotte è un
capitale oramai fattosi totale e sempre più necrogeno ed affamato di
sangue, si dovranno anche comprendere e superare le debilitanti
ingenuità che hanno contraddistinto questi anni di pur smisurate
mobilitazioni. Si dovrà cioè capire che la prospettiva politica da
costruire non può essere quella di tanti movimenti particolari, che si
sommano meccanicamente per creare momenti di unità astratta, in
occasione di singole scadenze, per tornare subito dopo nella loro
sostanziale separazione e nell'isolamento dei luoghi di lavoro.

La capacità di incidere nei reali rapporti di forza si darà soltanto se
le determinazioni concrete specifiche - sin qui troppo spesso
astrattizzate nel cielo dell'etica e della cittadinanza - dei soggetti
che hanno dato vita al "movimento" potranno infine riconoscersi in
un'universalità concreta capace di trovare fondamento materiale nella
comune condizione proletaria e di costruire un'unità
politico-progettuale in forza di un irriducibile anticapitalismo,
collettivamente e consapevolmente vissuto.

Non si tratta certo qui di una forzosa e astratta reductio ad unum che
lasci fuori di sé le particolarità delle diverse soggettività. Il punto
da capire è che le lotte per l'affermazione dei più differenti bisogni,
con tutto il portato delle loro specifiche ricchezze propositive,
possono e devono essere esplicitamente vissute per quello che già
materialmente sono, in potenza: le molteplici e concrete articolazioni,
cioè, di un unico radicale scontro, lo scontro di classe contro il
dominio, di Monsieur le Capital, contro il suo processo di
valorizzazione imprescindibilmente incentrato sullo sfruttamento e
articolato sul ciclo spettacolare dell'astrattizzazione universale della
merce.

Né si tratta di uno scontro che evita per altra via la questione del
potere, che è diffuso, articolato, ma anche centrale. In tutti i casi,
non contaminabile, né deperibile. Per il resto, anche la vita concreta,
la viva esperienza delle masse in lotta, insegnerà molte cose, come è
sempre successo.


11 gennaio 2004


I/le compagni/e di Red Link - email: redlink@Virgilio.it

La redazione di Vis-à-Vis - email: karletto@rm.ats.it




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