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(it) Comunismo Libertario n.57

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Date Mon, 16 Feb 2004 16:58:33 +0100 (CET)


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E' uscito il n°57 di COMUNISMO LIBERTARIO di cui vi inviamo il sommario e
l'editoriale

Sommario Comunismo Libertario n°57:
* Perché gli USA sono andati in Iraq - Stefano Capello
* Chiapas: anniversario di una rivoluzione - Giordano Cotichelli
* Acqua in bocca - Simona Penco
* Per una componente sindacale in CGIL - Carmine Valente
* Il tram del diritto di siopero corre sui binari degli autoferro -
Valentina Riemma
* Unità delle forze sindacali e sociali per sconfiggere la Riforma
Moratti - Luca Papini
* Le dinamiche sociali e gli ambiti contraddittori del riformismo -
Annibale Viappiani
* Contratto della sanità e sindacalismo di base - Claudio Strambi
* Dopo sei mesi di sciopero, continua la lotta dei salaries del
Mc-Donald di Strasourg saint-Denis - Natalia Caprili
* Immigrazione e integrazione nella Valdera e nel Valdarno -
Associazione Cittadini del Mondo Valdera (Pisa)

EDITORIALE

L'ineluttabilità dei processi reali. Noi e "lor signori"

Dopo una lunga stagione di ubriacatura ideologica che non ha
risparmiato neppure ambiti radicali, riappare sulla scena sociale una
vecchia conoscenza: la lotta di classe. Riappare nei modi a lei
consueti: assemblee affollate di lavoratori nelle fabbriche e nei
depositi, scioperi prolungati, picchetti, autorganizzazione; e riappare
in settori e categorie che certa letteratura economica e politica
davano per estinti, marginali, scomparsi. In uno scenario produttivo dove
tutto sembrava "ex" e tutto era "post", sono gli
autoferrotranvieri ed i metalmeccanici, in buona compagnia dei
lavoratori dell'istruzione, cosìcome i classici statali a dettare i tempi
della politica sociale. Al di là dell'esito concreto delle lotte, che ci
auguriamo possa risultare vincente sul terreno delle garanzie salariali e
normative e che i tempi di questa nostra rivista non
permettono di seguire quotidianamente, si evidenzia una certezza. La
stagione delle pratiche, degli accordi sindacali e politici
continuamente a ribasso, dello scambio ineguale con le compagini
governative, sia di centro sinistra che di centro destra, sul terreno
salariale e sulle garanzie occupazionali, la cosìdetta stagione della
concertazione, é finita. Non più per sola scelta governativa e
padronale, ma nella consapevolezza e nei comportamenti dei lavoratori a
dispetto delle reiterate affermazioni di Ciampi e degli stessi gruppi
dirigenti delle organizzazioni sindacali che ancora si attardano a
tessere le presunti lodi del passato periodo. I margini economici e
sociali, sempre più ridotti a causa dell'agguerrita lotta
concorrenziale a livello planetario, sono saltati. Le continue
ristrutturazioni nei comparti industriali cosìcome nei trasporti e negli
stessi servizi hanno e stanno incidendo pesantemente sulla tenuta
del tessuto sociale della maggioranza della popolazione.
L'arretratezza delle seppur minime garanzie occupazionali, dei livelli
salariali, l'incertezza costante delle nuove leve di lavoratori, rende
palese, oggettiva si potrebbe dire, la necessità di rilanciare il
conflitto sociale. Il vero e ultimo arbitro degli accordi sindacali non
sta più nella capacità mediatoria dei gruppi dirigenti sindacali,
all'interno dei margini padronali o governativi sempre più ridotti, ma
nei classici rapporti di forza fra le classi. Non ci pare casuale,
infatti, che il Sindaco di Milano Albertini minacci di licenziare 5 mila
autoferrotranvieri protagonisti degli scioperi selvaggi, che le Ferrovie
invece licenzino realmente 4 ferroieri, rei di aver criticato l'azienda e
che in occasione degli scioperi dei meccanici indetti dalla sola FIOM si
sono mandati i carabinieri nelle fabbriche a prendere i nominativi degli
scioperanti; sempre non casualmente dopo ogni sciopero si assiste al
balletto delle cifre, chiaramente riduttive da parte del governo e
padronato. Solo la capacità di mantenere alta la
mobilitazione, di allargare il consenso e di coinvolgere più settori
lavorativi, può ribaltare le conseguenze della frantumazione e
dell'arretramento che la stagione della concertazione ha determinato.
Questo quadro, tanto reale, quanto diverso da quello disegnato dagli
epigoni del capitalismo da una parte e dagli estimatori e dispensatori di
continue svolte epocali dall'altra, é infine completato dalle tinte forti
di un salutare ribellismo delle nuove generazioni, le cui
naturali aspettative sono mortificate dalla totale incertezza delle
prospettive lavorative e professionali, cosìcome dall'imbarbarimento
degli stessi rapporti personali che si vorrebbero, al pari di un "suk",
all'insegna di una spietata concorrenza individuale. Tale anelito,
seppure più di carattere etico che politico, ha riavvicinato le nuove
generazioni al gusto della politica e della militanza, alla
consapevolezza di una possibile autodeterminazione, accentuando il
rifiuto alla omologazione, indicando non più un orizzonte
necessariamente all'interno dell'attuale sistema, denunciando con
energico sdegno le ingiustizie ed gli orrori della società
capitalista. D'altra parte l'immagine che l'attuale modello economico,
politico e finanche istituzionale sta dando di se é altrettanto
significativo. La riduzione dei margini economici non permette più il
rispetto delle regole e degli stessi equilibri istituzionali
formalmente preposti a mascherare la mistificazione democratica del
bilanciamento dei poteri fra esecutivo, legislativo e giudiziario. Due
leggi, quella sulle telecomunicazioni o legge Gasparri, quella
sull'immunità delle massime cariche istituzionali o lodo Schifani,
presentate dal Governo ed approvate al Parlamento ricevono il pollice
verso, una dal Presidente della Repubblica, l'altra dalla Consulta della
Magistratura, in un rocambolesco tavolo da ping pong fra le diverse
istituzioni , dove la posta in palio, oltre agli interessi
squisitamente personali del primo Ministro, sono gli interessi di classe
che l'attuale governo ben rappresenta e gli stessi rapporti di forza e di
potere all'interno degli stessi schieramenti politici. La battaglia fra
il Ministro dell'economia Tremonti e la Banca d'Italia, dopo il crac
della Parmalat assomiglia molto più a una lotta fra clan oltre che uno
scontro istituzionale, visto che proprio Fazio fu uno degli sponsor
maggiori dell'attuale compagine governativa, fautore convinto della
riforma del mercato del lavoro e della stessa prevista riforma delle
pensioni. La stessa crisi della Parmalat, ultima dopo quello della
Cirio, dimostra come il sistema finanziario e produttivo,
sia intrinsicamente baro. Non si tratta di un errore di percorso o di
valutazione rispetto al mercato o ai flussi produttivi, ma di vera e
propria ruberia, scientemente ordita dal padronato con la
collaborazione attiva degli istituti di credito, a danno dei
lavoratori e in prima istanza dei risparmiatori e possessori di
obbligazioni, spesso stessi soggetti, unici a perdere realmente i loro
risparmi e il loro posto di lavoro.

I partiti riformisti, non svolgono più da tempo il loro ruolo storico di
garanzia minima delle condizioni di salvaguardia sul terreno
sociale, sempre più subalterni e schiavi di una logica di affidabilità
nei confronti dei poteri forti, da più di un decennio attraversano un
processo di ridefinizione di cui a breve non si intravede l'uscita.
(ulivo, partito riformista, partito socialdemocratico, lista unica,
triciclo, etc). Lo stesso Parlamento é da due anni e mezzo piegato alla
discussione di leggi e propositi che hanno come unico motivo fondante,
oltre agli interessi economici personali del Primo ministro, la
necessità di mettere al riparo dai guai giudiziari e svincolare da ogni
controllo le ruberie di una classe imprenditoriale e l'intreccio
incestuoso tra politica, imprenditoria e gruppi finanziari. Quanto tutto
questo sia lontano dall'esigenze reali delle masse lavoratrici e delle
nuove generazioni é percepibile a chiunque e contrariamente ad un primo
istinto di nausea e ritrosia a fronte degli accadimenti si rende ancor
più fondamentale la presenza all'interno dello scontro sociale degli
anarchici e del progetto comunista e libertario. Dobbiamo
approfondire ed esplicitare la critica nei confronti delle istituzioni e
del sistema economico e politico. Dobbiamo esaltare la cocciutaggine dei
fatti materiali e reali contro ogni falsa ideologia volta a mettere la
sordina agli interessi contrapposti fra le classi, cosìcome dobbiamo
rifuggire da pratiche e logiche settarie o avanguardiste lontane dai
livelli di coscienza delle mase. Dobbiamo fare il massimo sforzo
organizzativo nell'orientare le battaglie politiche e sindacali in senso
autogestionario nelle metodologie, lontane e fuori dalle prassi
parlamentari, autonome nell'elaborazione degli stessi propositi
rivendicativi. Non siamo sulla stessa barca dei Cragnotti, dei Tanzi, nà©
di Bondi. I nostri interessi non sono quelli di "lor signori". Rilanciare
la cultura e la metodologia del conflitto come architrave su cui
disegnare nuovi scenari e nuovi orizzonti, in particolare per le nuove
generazioni, partendo da una stagione di forte recupero salariale per i
lavoratori occupati, inceppando il meccanismo
dell'accumulazione, riconquistando sempre più spazi di
autorganizzazione, lanciando una battaglia generalizzata contro la
precarietà delle condizioni di vita a cui siamo soggetti.

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