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(it) Umanità Nova n.4: Georgia: giochi di potenza tra USA e Russia

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Date Thu, 12 Feb 2004 10:39:58 +0100 (CET)


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Missione incompiuta

Nell'ultimo articolo sul golpe dell'opposizione georgiana abbiamo
affrontato le implicazioni geopolitiche di quanto è avvenuto tra
dicembre e gennaio nella piccola repubblica ex sovietica. In
quest'articolo vorremmo affrontare, invece, lo svolgimento dei fatti con
un'analisi più puntuale degli avvenimenti politici a Tbilisi
culminati con la presa del potere dell'opposizione nazionalista e
filoamericana rappresentata dal neo presidente Saakashvili.

Il 2 novembre si sono svolte le previste elezioni legislative che hanno
incoronato vincitrice la coalizione "Nuova Georgia" del presidente Eduard
Shevardnadze, asceso al potere nel 1993 dopo la guerra civile iniziata
nel 1991 che aveva visto il raccogliticcio esercito georgiano del primo
Presidente, il nazionalista Gamsakurdia, disfarsi in fedeltà claniche e
cedere di fronte all'insorgenza nazionale delle repubbliche autonome
dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia. La vittoria dell'ex Ministro degli
Esteri di Gorbaciov viene immediatamente contestata dalle opposizioni
nazionaliste che iniziano una campagna culminata con l'assalto al
Parlamento georgiano del 23 novembre e proseguita con la mediazione del
Ministro degli Esteri russo, Igor Ivanov il quale, dopo una visita al
Presidente assediato e la partecipazione a un meeting dell'opposizione,
annunciava l'abbandono del paese da parte di
Shevarnadze, la nomina di Nino Burdzhanadze (figlia di Ancori, vecchio
amico del Presidente e monopolista nazionale del commercio di
granaglie) a capo dello stato ad interim, e la fissazione della data del
4 Gennaio per nuove elezioni presidenziali.

Queste ultime sono state vinte agevolmente da Mikhail Saakashvili che ha
conquistato il 78% dei voti non dovendo scontrarsi con nessun
candidato degno di questo nome dopo il ritiro di Shevardnadze.
Le ostilità, però, non risalgono agli scorsi mesi, quanto al 4 luglio del
2003, quando l'ex segretario di Stato Usa James Baker, attualmente
consigliere esterno della Casa Bianca ed appartenente al "clan Bush",
visitò il paese caucasico e tenne una serie di riunioni con i partiti
dell'opposizione allo scopo di unificarli in vista di una candidatura
anti-Shevardnadze. Quest'ultimo era ritenuto da Washington troppo
freddo con le pretese USA di arrivare in breve termine alla costruzione
dell'oleodotto Baku-Ceyan che avrebbe attraversato il paese
determinando così la marginalizzazione di Mosca nel processo di
commercializzazione del petrolio e del gas caspici. Peraltro il vecchio
diplomatico sovietico veniva considerato da Washington troppo vicino ai
russi che, pur non amandolo, lo ritenevano il male minore da affrontare
per non perdere completamente la partita sul gioco degli oleodotti
caucasici. Shevardnadze in questi anni si è barcamenato tra Mosca e gli
Stati Uniti, accettando l'indipendenza di fatto delle regioni autonome
(oltre all'Ossetia e all'Abkhazia bisogna annoverare l'Adjaria) e la
presenza di truppe russe in questi territori (teoricamente come
cuscinetto tra i georgiani e le forze indipendentiste), ma si era
assicurato un certo consenso alla Casa Bianca ospitando alcuni
istruttori militari, teoricamente inviati da Washington a "tagliare i
rifornimenti" ai ribelli ceceni in odore di adesione ad Al Qaeda nella
gola del Pankisi, stretto territorio ai confini della repubblica russa
ribelle, orograficamente poco controllabile dai georgiani, e aderendo al
programma GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbajian, Moldova)
insieme ad altre repubbliche ex sovietiche in procinto di passare armi e
bagagli sotto l'ala americana.

A Washington il gioco su due tavoli del Presidente georgiano non è più
bastato con l'approfondimento del confronto con Mosca sul controllo dei
territori ex sovietici e, in particolare, di quelli strategici per il
rifornimento di petrolio e gas naturale all'Europa. In specifico la
decisione di ribaltare Shevardnadze è avvenuta dopo l'accordo tra
Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakistan per la costituzione di uno
spazio economico comune, e dopo l'accordo raggiunto in Moldova che
consente l'indipendenza di fatto della Transnistria, regione a
maggioranza russa al di la del fiume Dniestr e incuneata tra il corpo
della Moldova e l'Ucraina, e la presenza in pianta stabile del XII°
reggimento dell'Esercito Russo nella capitale di questo territorio,
Tiraspol.

Così il quattro di luglio si è svolta a Tblisi una riunione tra Baker e i
politici considerati filoamericani allo scopo di imporre una lista unica
per l'opposizione facendola capeggiare da Nino Burdzhanadze, e di imporre
una nuova procedura elettorale studiata dagli esperti del
Dipartimento di Stato americano che prevedeva commissioni elettorali
composte da cinque rappresentanti del governo, nove dell'opposizione e
nemmeno uno del Presidente; inoltre il presidente della commissione
sarebbe stato nominato dall'OSCE.

A queste riunioni erano presenti Zhvanja per i Democratici,
Gachechiladze per la Nuova Destra, Natelashvili per i Laburisti,
Gogiditze per Rinascita, Asatiani per i Tradizionalisti e ,
naturalmente Saakashvili per i Nazionalisti. Baker durante la sua
permanenza presso il paese caucasico rifiutò ostentatamente di
incontrarsi con il Capo del governo e leader delle forze
filo-Shevardnadze, Dzhorbenadze.

I risultati della riunione furono ottimi per gli americani dal punto di
vista del varo della nuova legge elettorale, ma lo scontro tra i
politici dell'opposizione per la leadership iniziò subito e ridiede fiato
alle speranze di Shevardnadze: il leader della Nuova Destra si sfilò
accusando Saakashvili di avere posizioni estremiste sulla
questione delle truppe russe sul suolo del paese caucasico, i Laburisti
si staccarono dal blocco per timore di perdere consensi nel loro
insediamento di sinistra apparendo troppo filoamericani, Saakashvili,
infine, contestò il diritto alla leadership di Burdzhanadze, asserendo di
essere lui ad aver diritto alla preminenza in quanto presidente del
Consiglio comunale di Tbilisi. Dopo estenuanti mediazioni gli americani
riuscirono a mettere insieme un'alleanza tra Burdzhanadze, i
Democratici, Tradizionalisti e i Nazionalisti di Saakasvhili, il quale
ottenne la guida della coalizione. Dopo i risultati resi noti con una
settimana di ritardo, e le contestazioni degli osservatori
internazionali, l'opposizione ha iniziato la mobilitazione il cui
risultato sono state le dimissioni del contestato Presidente, la
fissazione di nuove elezioni presidenziali, e l'annullamento di quelle
legislative che saranno ripetute in primavera.

La Russia è intervenuta tra il 12 e il 23 novembre, rendendosi conto di
non poter più difendere il vecchio ministro di Gorbaciov e ha iniziato
un'opera di mediazione che si è conclusa con il ritiro di Shevardnadze e
con l'apertura di credito agli "americani" dell'opposizione. Apertura di
credito che è durata lo spazio di un mattino, visto che alle pacate
dichiarazione di Nino Burdzhanadze ("l'opposizione è pronta ad
ascoltare i buoni consigli e i desideri della Russia"), sono seguite
quelle ben più bellicose del neo-presidente Saakashvili che ha
dichiarato che il suo programma ha tre priorità: la costruzione
dell'oleodotto Baku-Ceyan, la riunificazione al paese delle repubbliche
secessioniste e il ritiro delle truppe russe. Ovviamente un simile
programma è destinato a trovare il plauso d Washington e la contrarietà
di Mosca la quale dispone ancora di carte importanti per determinare gli
sviluppi del vicino caucasico.

Dal punto di vista geopolitico si può dire che gli USA hanno segnato un
punto nella partita a scacchi che giocano con gli ex sovietici dal 1991 a
oggi; la Georgia ha infatti un'importanza strategica per due paesi, non
per le proprie risorse, quanto per la propria posizione geografica: essa
si trova sull'unica direzione che permetterebbe agli USA di
commercializzare le risorse gaspetrolifere del Caspio senza passare dal
territorio russo. La partita del trasporto delle risorse energetiche del
Caspio e della loro commercializzazione è centrale non tanto dal punto di
vista economico, quanto da quello politico. In gioco, infatti, è il
controllo del rubinetto delle risorse principali alle quali
guardano i paesi europei per il loro sviluppo; le alleanza tra la
Gazprom, il conglomerato russo per il gas e il petrolio) e le
multinazionali europee del settore (tra cui l'Agip) preoccupano
fortemente Washington per il loro potenziale non solo finanziario, quanto
politico e foriero di possibili alleanze tra l'Europa e la
Russia. Per Washington si tratta di impedire questa prospettiva e di
marginalizzare la Russia sullo scenario internazionale. Per ottenere
questo risultato gli Usa sono disposti anche a spingere per la
costruzione di un oleodotto come il Baku-Ceyan che, dal punto di vista
economico, è un'impresa costosa, difficile e inutile, e a impedire alle
imprese angloamericane di partecipare a imprese vantaggiose come il
gasdotto da Novorossijsk alla Turchia e quello che dal Kazakistan porta
il gas verso la Russia e da qui all'Europa. Questi progetti ovviamente
mirano a rilanciare il ruolo della Russia nell'area e a elevarne il rango
di fronte ai paesi europei: due obiettivi che la Casa Bianca non può che
contrastare per imporre il suo controllo sul corridoio
eurasiatico.

Lo scontro Mosca-Washington dura ormai dal 1992 quando le repubbliche
dell'ex Unione Sovietica si resero indipendenti e si avviò il processo di
progressiva annessione di queste all'interno del blocco ad egemonia
americana. La Russia reagì a questo inserimento degli USA nel proprio
"cortile di casa" sostenendo tutti soggetti che giocassero un ruolo di
destabilizzazione dei nuovi poteri. Appoggiò l'Armenia nella guerra
contro l'Azerbaijgian per il Nagorno Karabak, ottenendo il risultato di
sconfiggere il principale alleato degli americani nell'area, appoggiò
l'insurrezione nazionalista delle repubbliche autonome della Georgia,
ottenendo poi dall'allora neopresidente Shevardnadze di stanziare le
proprie truppe in funzione di Peacekeeping. Questo almeno in teoria,
perché in realtà le truppe russe impediscono ai georgiani di attaccare
osseti, abkazi ed adjari e costituiscono uno strumento efficace di
pressione sulla leadership di Tbilisi.

Washington, da parte sua, ha combattuto la sua guerra non dichiarata non
solo con l'appoggio ai governi postsovietici, ma anche con
l'appoggio alla progressiva islamizzazione dell'indipendentismo ceceno,
che ha trasformato quest'ultimo in una guerriglia islamica i cui legami
con i servizi segreti sauditi e pakistani (e, quindi, con la rete di Bin
Laden) sono accertati sia dalle fonti dei finanziamenti di cui godono i
ceceni, sia dalla presenza nelle loro fila di comandanti e combattenti
arabi provenienti dalla scuola dell'Afganistan. La Cecenia ha
un'importanza strategica all'interno dell'area paragonabile a quella
georgiana, dal momento che l'oleodotto Baku-Novorossijsk (oggi la
strada principale per il petrolio azero e caspico in generale) passa
proprio per il martoriato territorio caucasico.

La guerra afgana di Bush aveva temporaneamente avvicinato Mosca e
Washington perché la seconda aveva bisogno dell'appoggio della prima per
garantirsi il rapporto con l'Alleanza del Nord della quale la
Russia era diventata da nemico numero uno alleato principale dopo
l'affermazione dei Talebani. I russi, d'altra parte, vista la
situazione finanziaria interna avevano l'assoluta necessità di vendere
quanto più petrolio possibile e gli Stati Uniti, dietro contropartita di
una sensibile riduzione del prezzo al barile, si erano prestati ad alzare
esponenzialmente la quota di greggio acquistato in Russia. La guerra in
Iraq, però, ha rotto l'idillio tra i due ex nemici della Guerra Fredda;
la Russia si è resa conto che la politica mediorientale di Bush l'avrebbe
definitivamente esclusa da ogni possibilità di
influenzare gli eventi nell'area e ha iniziato una progressiva virata
della propria politica estera che l'ha portata in rotta di collisione con
Washington sul Caucaso, sull'Asia Centrale (dove l'esercito russo ha
aperto una piccola base radar non lontana dalla base americana
impiantata alla fine del 2001) e naturalmente sull'Iraq. Le elezioni per
la Duma russa di novembre sono stata l'ultima occasione per
rinfocolare lo scontro tra i due paesi, con l'amministrazione americana
che condannava i metodi (non certo limpidi) utilizzati da Putin per
eliminare i partiti filoamericani dal Parlamento, dopo averne arrestato i
finanziatori appartenenti al clan dei favoriti dalle privatizzazioni
gestite da Eltsin e dal piccolo gruppo di oligarchi ex comunisti ed eroi
nel neo capitalismo mafioso che hanno gestito la Russia nel
decennio Novanta. Putin, da parte sua, ha risposto per le rime
ricordando al Presidente americano le non certo limpide circostanze della
sua elezione. Dopo questo scambio di cortesie si è sviluppata la vicenda
georgiana che, con il suo temporaneo finale è destinata ad acuire
ulteriormente lo scontro tra la strategia del dominio di
Washington e il tentativo di Mosca di sopravvivere come potenza
regionale e principale interlocutore dei paesi europei.

Giacomo Catrame

Da "Umanità Nova" n. 4 dell'8 febbraio 2004
http://www.ecn.org/uenne/




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