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(it) Umanità Nova n.4: Ribellarsi è necessario

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Tue, 10 Feb 2004 18:53:23 +0100 (CET)


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Preti, padroni e fascisti si spartiscono la torta

Che sia una situazione tragica è sotto gli occhi di tutti. Che sia pure
seria, è da dimostrare. Governata da un premier ispirato ora
dall'etereo spirito santo, ora dal carnale Baget Bozzo, e che si
compiace di riprodurre gli aspetti più squallidi e caricaturali
dell’italiano da cartolina (la menzogna, la furbizia, il disprezzo delle
regole, il sotterfugio, il vittimismo, la servile arroganza del perfetto
maggiordomo), retta da una maggioranza che è riuscita a far rimpiangere,
in soli tre anni, lo squallore e lo sfascio di mezzo
secolo di regime democristiano, la nostra bella repubblica non sta certo
vivendo uno dei periodi più esaltanti della sua giovane storia. Vediamo
infatti ripresentarsi prepotentemente i frutti di quello
spirito reazionario e oppressivo che credevamo spazzato via dal vento
dell’aprile del 1945: l’invadenza clericale che metterebbe il
crocefisso financo in bagno, il razzismo che da chiacchiera da bar si fa
legge dello stato, lo spirito di patria che ci vorrebbe, sfruttati e
sfruttatori, tutti fratelli, il nazionalismo del tricolore piantato sulla
torretta di un carro armato nei deserti asiatici, il fascismo rivalutato
come fecondo momento di identità popolare, un capitalismo brado e di
rapina che fa strame dei pochi puntelli sopravvissuti alla furia degli
anni in cui trionfavano nani e ballerine. Autoritarismo, repressione,
libero mercato: quando preti, padroni e fascisti si
accordano per spartirsi la torta, c’è poco da stare allegri! Ci manca
solo che torni il sabato fascista e siamo a posto.

Nel campo mediatico siamo a un passo dal vedere trasformate in fantasie
da educande le più inquietanti previsioni dell’orwelliano 1984.
Cannibalizzato definitivamente l’intero sistema radiotelevisivo con la
legge Gasparri, l’unica informazione che raggiunge, e condiziona, il
popolo della tv, stordito dai telegiornali in fotocopia, è la
stucchevole e rassicurante esegesi delle veline sfornate a getto
continuo dai vari ministeri, e per veline intendiamo quelle vere, non
quelle sculettanti sul muso dei due giullari di corte al soldo del
padrone di Mediaset. "Tutto va bene e viviamo nel migliore dei mondi
possibili", è un ritornello che ci pare di aver già sentito.

Nel campo istituzionale è in atto una guerra per bande che vede
contrapposti, e spesso con ottime ragioni, i massimi poteri dello
stato. Il capo del governo che attacca la magistratura, la magistratura
che ridiscute i poteri del parlamento, la Banca d’Italia che scende alla
rissa con il Tesoro, la Consob che se la prende con il Garante, la Corte
dei Conti che fa le scarpe alla finanziaria, le commissioni
parlamentari che si riducono a sputacchiere, la Corte costituzionale che
bastona il governo, il governo che bastona la Corte costituzionale, e per
finire il Presidente della repubblica che viene amabilmente preso a pesci
in faccia dal Calderoli di turno. E la litigiosità dei padroni va a
contagiare anche la servitù: se i comandanti delle tre armi
potessero esprimere con parole la stima che si portano reciprocamente,
troverebbero un momento di concordia solo per spargere, tutti insieme,
letame sui carabinieri. Se non fossimo sicuri che il cinismo del potere
potrebbe razionalizzare anche questa conflittualità, e quindi
restringere i residuali spazi di libertà, potremmo rallegrarcene.

In campo economico, se possibile, le cose vanno ancora peggio. Il crac
Parmalat, preceduto da quello Cirio e seguito da quello Finmatica,
consente di trarre due conclusioni certe: la prima che il capitale è
ladro, porco e fetente e la seconda che solo i lavoratori sono i
garanti della produzione dei beni di prima necessità. Tutte le
istituzioni, il che non ci sorprende, vi sono coinvolte e da questo
osceno rimpallo di responsabilità fra governo, bankitalia, banche
d’affari, padroni e speculatori vari, emerge la complicità di un
sistema che ha sostituito alle regole certe, ma ormai antidiluviane, del
capitalismo di impresa, quelle spregiudicate del capitalismo
speculatore e finanziario. Per le quali tutto è permesso e tutto è
possibile. Del resto l’intero ceto politico, da Prodi a D’Alema a
Berlusconi, per anni si è ingegnato a far sì che il muro di Berlino,
crollando, trascinasse con sé anche quel minimo di regole "etiche" che il
capitalismo doveva sbandierare per giustificare la propria
"superiorità morale" sul comunismo. E ora che cominciano a saltare fuori
i nomi dei beneficiari dei fondi distratti da Tanzi, non ci
stupisce di ritrovare, in compagnia di Comunione e Liberazione,
l’affascinante signora Zincone Dini (toh, anche qua!) e quel galantuomo
di Cossiga, il cui nome compare regolarmente ogni volta si rimesti nel
torbido. Resta fuori Formigoni stavolta, ma lui i soldi, come pare, già
li prendeva dal boia di Baghdad.

A fronte di tutto questo le condizioni di vita e di lavoro delle classi
subalterne subiscono un continuo peggioramento. Con i suoi difensori
tradizionali e "istituzionali" occupati a sbranarsi sul computo dei
deputati da spartirsi nella prossima tornata elettorale o a saltellare in
girotondo come tanti piccoli idioti, quello che rimane della mitica
"classe" assiste alla incessante distruzione di posti di lavoro (la
prossima chiusura delle acciaierie di Terni è l’ultimo esempio del
"declino industriale del paese") e alla costante erosione di salario e
pensione, mangiati da una inflazione sfacciatamente superiore a quella
dichiarata con tanta sfacciataggine. Precarietà nei conti di casa,
dunque, precarietà nelle garanzie sui posti di lavoro, precarietà nella
tutela dei diritti, precarietà nei servizi lautamente pagati con tasse e
contributi. Così non può durare!

E infatti, finalmente, due più due riprende a fare quattro. Dopo anni di
liberalismo trionfante e di lotta di classe morta, durante i quali i
conti non tornavano mai, riprende ora, inevitabilmente, una fase di forte
conflittualità che poggia le proprie ragioni sulla crescente precarietà
dell’esistente. Ripresa delle lotte, dunque, e riacquistata
consapevolezza di una più avanzata coscienza sociale derivante dalla
sedimentazione delle esperienze di questi ultimi anni. Le lotte degli
autoferrotranvieri, con la rimessa al centro del ruolo trainante delle
cosiddette aristocrazie operaie e l’affannosa rincorsa dei sindacati
istituzionali timorosi di perdere il tram, sembrano ragionevolmente
essere i prodromi di una fase di attacco di lungo respiro.

In questa situazione gli anarchici, come sempre, vengono a farsi
interpreti delle esigenze di emancipazione che salgono dalla società, per
trasformarle in atti collettivi e costruttivi di protesta e
ribellione, tesi a sviluppare gradualmente la coscienza libertaria nel
cuore della società. Fino al momento della rottura degli equilibri,
quando sarà possibile il concretizzarsi non solo di un mondo nuovo, ma di
un mondo migliore.

Naturalmente, a fronte della forte ripresa dell’iniziativa libertaria che
ostinatamente cerca di trasformare la protesta proletaria in un radicale
e condiviso progetto di liberazione, lo Stato, non potendo disconoscerne
le ragioni, risponde con le armi che più gli sono
congeniali: la repressione, la mistificazione, la provocazione.
Rispolverando, così, le antiche strategie che vorrebbero mettere la
sordina alle istanze antagoniste per ridurre tutto al solito gioco fra
guardie e ladri, ben sapendo che in questo gioco, visto troppe volte, il
vincitore è sempre stato lui. Ma questo processo di "normale"
criminalizzazione del nostro movimento sta già trovando le sue risposte
tanto nella accentuazione dell’iniziativa di massa dei libertari,
quanto nella riproposizione di una strategia che vuole coinvolgere sui
propri contenuti, autogestionari e antiautoritari, sempre più ampi
settori sociali. Senza scorciatoie giacobine e senza impazienze
velleitarie.

Questa è la strada che stiamo percorrendo, perché questa è la nostra
strada.

Massimo Ortalli


Da "Umanità Nova" n. 4 dell'8 febbraio 2004
http://www.ecn.org/uenne/




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