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(it) Lotta di Classe n.78: Palloni Gonfiati

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Mon, 9 Feb 2004 19:08:26 +0100 (CET)


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I recenti scandali finanziari che hanno coinvolto migliaia di
risparmiatori (Argentina, Cirio, Parmalat) stanno portando
all’attenzione dell’opinione pubblica tre problemi:
* i falsi in bilancio delle grandi imprese;
* le ricadute per l’economia nazionale;
* il comportamento di alcuni importanti istituti di credito.

FALSI D’IMPRESA
Per quanto riguarda il primo aspetto occorre sottolineare che, nel corso
di prolungate stagnazioni economiche, è fisiologico che alcune aziende
entrino in crisi e siano quindi destinate a fallire. Però il fallimento
di un’impresa non è un evento improvviso, che si compie da un giorno ad
un altro. Vi sono sintomi che lasciano capire per tempo che qualcosa non
va. Invece sia per Cirio, sia per Parmalat la
"scoperta" dello stato di insolvenza è avvenuta nel giro di poche
settimane, o addirittura di pochi giorni.

Da qualche parte si sono levate voci che dichiaravano che queste truffe
sono possibili solo in Italia, perché è una nazione ancora poco evoluta
dal punto di vista finanziario e normativo. Chi afferma ciò ha la
memoria corta, dato che i peggiori esempi di inganno degli investitori
sono venuti proprio dagli Stati Uniti d’America: i nomi Enron,
WorldCom, Conseco ed altri sono già stati dimenticati? Eppure gli Usa non
possono certo essere definiti un paese arretrato dal punto di vista
finanziario! Ma allora, cosa sta succedendo?

Senza aver la pretesa di analizzare compiutamente l’operatività delle
imprese nell’attuale scenario economico, credo però sia possibile fare
qualche considerazione.

La prima è che le società quotate in borsa agiscono sempre più con
l’occhio rivolto all’immediato. In un contesto in cui il controllo
"pubblico" è visto come indebita intromissione negli affari del
"virtuoso" privato, la tentazione di falsificare i bilanci, di
raggirare gli investitori con annunci tendenziosi, di cavalcare
disinvoltamente le norme e di sollecitare atteggiamenti compiacenti da
parte di chi dovrebbe vigilare stimola comportamenti truffaldini da parte
di molti dirigenti aziendali. Quello che conta per questi signori è
guadagnare di più e, per ottenere questo, il valore delle azioni delle
società che dirigono deve salire, non importa se per meriti reali o
attraverso efficaci bugie.

O LA BORSA O LA VITA

Parmalat è una delle pochissime società multinazionali italiane.
L’entità del suo buco è pari a circa lo 0.8% del prodotto interno lordo
del nostro paese. La domanda è: quante altre Parmalat ci sono in
Italia?

È un quesito importante: l’Italia non ha la stessa dimensione economica
degli Stati Uniti. Altri casi di questo genere, oltre a pregiudicare la
fiducia internazionale nelle imprese italiane, potrebbero essere in grado
di far collassate l’intero sistema economico nazionale.

La risposta non è facile. Tuttavia pare di poter spendere qualche
parola (relativamente) tranquillizzante. Parmalat, al contrario di Cirio,
è un’impresa industrialmente solida. Se non avesse i buchi
finanziari creati da qualche ladrone, potrebbe continuare a stare sul
mercato. È probabile che si intervenga su diversi fronti per sviluppare
un’operazione di salvataggio, che comunque potrà avere effetti ben poco
piacevoli per i lavoratori cui, come purtroppo è regola, si cercherà di
far pagare il prezzo della disonestà dei dirigenti e dei padroni.
Inoltre la struttura imprenditoriale italiana è costituita per lo più da
un tessuto di piccole e medie imprese che, in generale, non hanno mai
avuto bisogno di edulcorare i loro conti, essendo già molto
favorite dalla legislazione vigente (evasione ed elusione fiscale,
libertà di licenziamento dei lavoratori, flessibilità dei sub
fornitori, etc.).

In questo contesto un fattore di diffusione della patologia economica può
invece essere rappresentato dai danni ai risparmiatori. Infatti, anni di
bombardamento mediatico hanno fatto sì che molte persone
investissero i propri risparmi nel finanziamento delle imprese,
acquistando azioni in borsa o sottoscrivendo obbligazioni emesse da
aziende. Attratti dalla possibilità di lucrare plusvalenze superiori al
rendimento dei titoli di stato, molti si sono lanciati in ardite
operazioni: bond argentini, azioni della new economy, obbligazioni Cirio
e Parmalat e quant’altro di volta in volta disponibile. Il
desolante risultato, per quelli che non sono riusciti a vendere al
momento giusto questi titoli, è ormai evidente a tutti. Ma chi li ha
convinti a fare questi investimenti?

CUORE DI BANCA

Il "normale" funzionamento di una banca prevede che questa raccolga il
denaro dai risparmiatori e lo investa per finanziare attività
commerciali e produttive. In questo schema il rischio rimane a carico
dell’istituto di credito: se fallisce l’impresa finanziata, la banca avrà
delle perdite (in gergo "sofferenze"). È un processo che ha un suo
equilibrio intrinseco: le competenze bancarie dovrebbero permettere di
valutare con criterio quali imprese sono meritevoli di credito e quali
no.

Quello che è emerso in occasione di questi scandali è invece qualcosa di
patologico. Semplificando la questione, senza però distorcere gli
avvenimenti, è avvenuto che alcuni istituti di credito hanno
finanziato, senza entrare nel merito della qualità del debitore, grossi
gruppi industriali (o stati sovrani come l’Argentina). Poi le banche,
grazie alle maggiori informazioni e alla loro capacità di analizzare i
dati, appena hanno capito che le cose si stavano mettendo male, hanno
girato, con una certa "disinvoltura", questi debiti ai risparmiatori loro
clienti, sotto forma di titoli azionari e obbligazioni. Quando, poco
dopo, i crak sono venuti a galla, le banche hanno tirato un
sospiro di sollievo e i clienti si sono ritrovati con i loro risparmi
vaporizzati.

Non è stato esattamente un comportamento edificante. Molti hanno
pensato (non andando poi troppo lontano dalla verità) di essere stati
turlupinati.

LA RIVALUTAZIONE DEL MATERASSO?

Il primo pensiero non può non andare a chi doveva tutelare i
risparmiatori e la correttezza dell’informazione. Mentre avvenivano
queste allegre transazioni, cosa stavano facendo Banca d’Italia,
Consob, membri dei collegi sindacali, società di revisione e
certificazione dei bilanci? La logica proporrebbe un’alternativa: se
sapevano sono complici, se non sapevano sono inutili ...

La realtà è che il piccolo risparmiatore, il pensionato e, più in
generale, chiunque cerchi di accantonare qualche risorsa per i momenti di
difficoltà futura è come un piccolo bignè ad un raduno di golosi
affamati. Non tutti gli operatori finanziari (banche, assicurazioni e
promotori) sono in malafede quando consigliano investimenti ai loro
clienti. Però, a scanso di equivoci, hanno strumenti per convincerli a
fare quello che loro conviene.

Una scappatoia sembra essere rappresentata dagli investimenti in
immobili. Il mattone è sempre il mattone, si dice. Però è bene sapere che
esistono anche le bolle speculative immobiliari (Giappone docet). Allora?
L’unica soluzione è mettere i propri sudati risparmi sotto il materasso?
Sì, forse. Anche se bisogna essere consapevoli che
l’inflazione ne decurterà il valore, mese dopo mese.

Recentemente si sta enfatizzando il ruolo della cosiddetta finanza etica.
Ma chi controlla l’effettiva eticità degli investimenti fatti? E,
comunque, rimane il punto: se investo in imprese etiche che non rendono
nulla, ho fatto meritevole beneficenza, ma non ho salvaguardato il mio
risparmio. Da questo punto di vista sarebbe molto più lucrativo investire
in attività un po’ più spregiudicate (traffico di armi,
droga, tratta dell’immigrazione), però è un settore in cui operano grandi
investitori che non accettano piccoli soci ...

Viene da pensare che, forse, l’unica soluzione sia spendere "tutto" in
divertimenti senza preoccuparsi del futuro, sperando che qualcuno si
occupi di noi quando avremo bisogno. Ma, anche ammesso di avere
qualcosa da dilapidare, questo mix tra consumismo e assistenzialismo
sembra poco realistico. Il sistema accetta volentieri le nostre spese, ma
difficilmente interverrà quando saremo in difficoltà.

Insomma, sembra che non se ne possa uscire. È un mondo difficile! Però
noi siamo libertari e, rifacendoci ad uno dei nostri principi di fondo,
sappiamo che la soluzione dei problemi risiede nella capacità di
organizzarsi, senza aspettare che un’entità esterna intervenga per
risolvere tutto magicamente.

E se la via di uscita dal dilemma del "risparmio tradito" fosse gestire
direttamente i nostri risparmi, utilizzandoli in attività legali e
controllabili da chi investe? Sergio Onesti, in un precedente numero di
Cenerentola ha, molto opportunamente, sollevato la questione.
Parliamone.


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