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(it) Umanità Nova n.3: Iraq - il conto salato dell'occupazione USA

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Tue, 3 Feb 2004 10:33:07 +0100 (CET)


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Terrore di Stato e terrore fondamentalista

Come era largamente prevedibile, l'arresto del dittatore Saddam Hussein
non sposta di una virgola, almeno a medio termine, l'evolversi della
situazione bellica in Iraq. La guerriglia locale, che considera le truppe
occidentali occupanti, continua a opporsi nella maniera epocale, ossia
con il controterrore degli assalti kamikaze, pronti a immolarsi pur di
infliggere perdite al nemico. Tattica suicida eticamente non sostenibile
e politicamente non condivisibile perché brucia ogni
potenziale di politica partecipata. Non ci si stancherà mai di notare
fino alla ripetizione come sia simmetrica, e quindi conservatrice, la
pratica del controterrorismo a fronte del terrorismo di stato. Anche se
il fanatismo non sempre è figlio della miseria in cui versano da
decenni le popolazioni di quell'area martoriata, l'ottundimento delle
coscienze da parte dei fondamentalisti si alimenta invece della
disperazione reale che ormai da tempo immemore (dal protezionismo
coloniale sino alle odierne dittature sostenute dalle potenze egemoni)
oscura l'orizzonte esistenziale di giovani e anziani alla ricerca di una
vita degna di essere vissuta. Ma altrettanto indubbiamente non sarà una
guerriglia condotta da leader religiosi, disposti a utilizzare vittime
predestinate e attentamente coltivate, a promettere una
emancipazione reale a uomini e donne in ogni latitudine.

Saddam in manette potrà risultare in maniera interessante addirittura
destabilizzante se arriverà vivo al processo che intenteranno contro di
lui i suoi nemici interni: avrà da raccontare della stretta di mano del
1983 con Rumsfeld allora suo amico, avrà da raccontare parecchio sulle
forniture di gas chimici che in una notte del 1988 inghiottì 5mila curdi
ad Halabja senza sollevare alcun embargo contro di lui e i suoi
protettori a stelle e strisce; avrà da raccontare chi lo armò contro
Khomeyni nel 1980; avrà da raccontare i favori ai turchi quando
nell'Operazione Anfal divorò 20mila curdi segnando l'ennesimo genocidio
ai danni di quelle popolazioni, che oggi probabilmente l'hanno
smascherato e venduto agli americani per umiliarlo un minimo. In altri
termini, e al di là della minaccia di usare quella pena di morte che lui
stesso ha disinvoltamente usato contro la sua popolazione (e in qualche
caso contro il proprio clan e parentado vario, pur di
mantenersi saldo al potere), l'ipotesi di un pubblico processo per fargli
espiare le sue responsabilità ed emendare così la popolazione irachena di
lui vittima, ma in qualche caso complice perché garantita dal sistema,
diventerà un affare bollente nelle mani degli alleati: l'Onu vorrebbe un
processo equo e garantista, come Saddam non ha mai concesso a nessuno,
per permettere alla burocrazia internazionale di riaffermare il suo
status sovranazionale, mentre gli iracheni leader in pectore vorrebbero
processarlo a casa loro, secondo le consuetudini locale, pur essendo
privi di una qualsiasi legittimazione, ed essendo per lo più poco
imparziali per via delle ferite inferte loro dal
carnefice di Baghdad, e poco indipendenti essendo messi al potere dalle
armi americane. Come sempre, il tribunale nella forma che ne uscirà
segnerà in anticipo un conflitto risolto in un dato modo, ricoprendo
successivamente lo scontro tra forze con una retorica giudiziaria che
cela il formalismo giuridico dietro la dura sostanza dei vincitori di
turno che processano lo sconfitto di turno.

Cosa ci stanno a fare in Iraq gli alleati europei di Bush è ancora un
mistero, nonostante la lista delle imprese alleate escluse dal
banchetto della ricostruzione.

Che nessuno creda a quella lista, tranne il suo estensore Paul
Wolfowitz, non è un mistero, a partire dalla nomina di un rivale
interno alla cerchia dei neocons, quel James Baker, già segretario al
tesoro e agli esteri sotto Reagan e Bush padre, incaricato dalla Casa
bianca di rinegoziare il debito estero iracheno (oltre 300 miliardi di
dollari tra debiti della prima guerra del golfo e debiti per prestiti mai
rimborsati su crediti finanziari e crediti di acquisto di beni, anche
militari; a circa 35mln di dollari ammonta la quota italiana) proprio
manovrando sull'ingresso di imprese di quei paesi che
ridimensioneranno o cancelleranno i loro crediti ai nuovi governanti,
ossia alle autorità filoamericane che resteranno al potere sostenute
dalle armi e dalla finanza a stelle e strisce. Ciò riaffermerebbe una
pratica messa in voga dagli Usa nel passato, quella di non riconoscere i
"debiti odiosi" (così vengono definiti) quando, in seguito ad una
conquista, se li trovano sul proprio fardello ereditandolo dal regime
precedente (il caso cubano dopo la guerra ispano-americana a metà XIX
secolo); peccato che tale pregevole iniziativa di cancellare il "debito
odioso" non venga adoperato a favore dei paesi del terzo mondo, da esso
seppelliti, che se li vedono rinfacciare e negoziare col contagocce
nonostante siano stati regimi corrotti e filoccidentali a crearli
aprendo voragini nei conti pubblici, spesso monitorati da istituzioni
finanziarie internazionali quali il Fmi, la World Bank, il Banco
latinoamericano o le agenzie di rating tipo Moody's, Standard & Poors e
altre attualmente agli onori della cronaca nera (Arthur Andersen,
Deloitte, Northon) per la loro stretta e famelica complicità comprata a
caro prezzo nei fallimenti di imprese liberali quali Enron, Mci, Cirio e
Parmalat.

I documenti Usa di inizio 2003 predisponevano una road map della
conquista irachena e dei passi successivi che, ad una attenta analisi,
rivelano più le strategie di medio-lungo periodo che non una tattica del
presente nel gestire l'occupazione militare e politica. Infatti la
costruzione di un governo provvisorio, la formulazione di una
Costituzione che vada bene per tutti, l'adozione del modello afgano di
gestione per la ricostruzione, il coinvolgimento delle potenze alleate e
degli organismi internazionali ostili all'intervento armato,
l'annullamento del debito contratto dal governo iracheno: sono tutti
passaggi segnalati in anticipo rispetto ai fatti sul campo, e sono
leggibili sia in chiave strategica di lungo respiro - controllare la
dipendenza occidentale e orientale dal petrolio, più di quanto non
dipendano gli Usa, in vista di un accerchiamento politico-energetico del
baricentro asiatico prossimo venturo (l'impresa statale cinese CNPC è tra
le più attive, insieme a quella malese, nel rilevare imprese occidentali
in disimpegno dalla zona africana del Sudan, ad esempio, a testimoniare
ormai l'efficienza rispetto alle regole di mercato e
tecnologiche di quel braccio operativo della sovranità cinese); sia in
chiave strategica di medio-respiro - prevenire un contraccolpo
antisaudita a Riyadh, garantendosi il secondo bacino energetico del
pianeta.

A breve termine, tuttavia, il conto salato delle truppe d'occupazione è
messo in cantiere sin da subito, pur dovendo dissimularlo agli occhi
dell'opinione pubblica.

Difficile nascondere gli attentati, difficile prevenirli, difficile
rimediare alla proliferazione di gruppi e gruppuscoli di resistenza
armata, difficile controllare le frontiere in un paese straniero
impedendo il flusso di terroristi. Certo, sul piano mediatico, la
pazienza di una opinione pubblica locale, alla vigilia del voto
presidenziale a fine 2004, può sempre essere addomesticata innalzando i
livello di allarme e di panico pilotato, come dimostrano i non-eventi
natalizi, di cui non occorre dimostrare alcunché in quanto funzionano
proprio tanto in presenza quanto e soprattutto in assenza di tali
eventi.

Gli Usa utilizzano la guerra al controterrore in Iraq - ma già si
potrebbe preannunciare la prossima tappa siriana... - per rimescolare le
carte anche in Europa, come dimostra la spaccatura a Bruxelles sulla
nuova costituzione europea a 25, in cui Spagna e Polonia si sono
rivelate la quinta colonna americana, mentre Chirac e Schroeder sono
improvvisamente diventati i paladini europei pacifisti e democratici a
buon mercato, in un duello geostrategico in cui le popolazioni del nord e
del sud contano poco o nulla per le élite al potere. Il braccio di ferro
tra Usa e Ue a livello internazionale, su piani diversi quali quello
commerciale, finanziario, diplomatico, continua pur essendo entrambi i
contendenti amici da lunga data e probabilmente a lungo termine
convergenti sul dominio mondiale. Tuttavia al presente non deve
sorprendere un prolungamento del conflitto sotterraneo che vede nei fatti
una Europa spaccata e l'Italia oggi schierata dal governo in carica sul
versante oltreatlantico come mai nella nostra storia
repubblicana, nemmeno negli anni di sovranità limitata all'epoca delle
stragi di stato e della destabilizzazione amica.

Che l'Italia torni quindi ad essere campo di battaglia tra i due
contendenti, a prescindere dalla minaccia del comunismo ormai
inesistente (ma è mai esistito un pericolo rosso in Italia dopo Yalta e
dopo la svolta salernitana di Togliatti??), riapre uno scenario
inquietante che introietta un nemico esterno ricucendolo con abiti quasi
nuovi in nemici interni da inventare ad uso dell'opinione
pubblica saziata dai media di regime.

Salvo Vaccaro


Da "Umanità Nova" n. 3 del 1 febbraio 2004
http://www.ecn.org/uenne/




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