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(it) [MEDIA] Pinelli, vita e morte di un anarchico

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Date Wed, 15 Dec 2004 12:23:33 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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L'arresto dopo il 12 dicembre, il volo dalla finestra della questura.
Oggi avrebbe 77 anni.
* * * * *
«Al campo 16 ci sarà stato un centinaio di persone, un gruppo cupo sulla
terra calpestata, sotto il cielo verde e viola. Su di un viale poco
discosto, sotto grandi pioppi ignudi, una ventina di agenti in borghese
guardavano i compagni del morto. Eravamo ai due lati di una trincea.
Quando siamo arrivati i becchini stavano calando la bara di Pinelli».
Così su Linea d'ombra, Franco Fortini raccontava i funerali di Giuseppe
Pinelli, "l'anarchico defenestrato". «La voce roca ha attaccato "Addio
Lugano bella". Erano in molti a cantare, ma a bassa voce e il ritmo era
lento, davvero una marcia funebre». Addio, Pinelli. Era il 18 dicembre
1969. La sua storia - la sua vita e soprattutto la sua morte - esplode
come un dramma nel sanguinoso dramma collettivo di quei giorni, quando
l'Italia intera è sconvolta dalla bomba esplosa nella sede della Banca
nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano. Alle ore 16,37
precise del 12 dicembre 1969: sono 17 morti e 84 feriti.

Trentacinque anni fa. La vita e la morte di Pinelli nel crogiuolo di
ferro e fuoco di quell'anno, una vita e una morte che diventano subito
simbolo, protesta, tragico segno del tempo. Pinelli è l'anarchico
Pinelli. Appena dopo l'esplosione, la polizia, che ha subito imboccato la
strada dell'attentato di matrice anarchica, va a prenderlo, lo arresta e
lo porta in questura, dove lo tengono sotto torchio per tre giorni
consecutivi: è tra i sospettati. Ha un alibi, ma non gli credono. Pino
Pinelli non uscirà vivo da quella stanza: la sera del 15 muore "volando"
dal quarto piano della questura.

Pinelli si è suicidato lanciandosi nel vuoto, dice il questore Marcello
Guida già 20 minuti dopo: e il suo suicidio «è anche una ammissione di
colpevolezza, perché il suo alibi era crollato».

Stranissimo suicidio di un anarchico: vi si scriveranno sopra 11 libri,
una commedia (Dario Fo), un documentario, un film, un ipertesto per
Internet. Tutto intorno alla domanda: "Chi ha ucciso Pinelli?". Una
domanda rimasta lì, sospesa. Da 35 anni.

«E' circa la mezzanotte di lunedì 15 dicembre 1969. Un uomo discende
lentamente lo scalone centrale della Questura di Milano». Sono passati
tre giorni dalle bombe di piazza Fontana, in mattinata è stato arrestato
Pietro Valpreda (sarà poi assolto nel 1985), e nelle stanze al quarto
piano dell'ufficio politico «almeno un centinaio tra anarchici e giovani
della sinistra extraparlamentare sono sottoposti a continui
interrogatori».

L'uomo è Aldo Palumbo, cronista dell'Unità; sta per attraversare il
cortile, quando «sente un tonfo, poi altri due, ed è un corpo che cade
dall'alto, batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello
sottostante e infine si schianta al suolo, per metà sul selciato, per
metà sulla terra soffice dell'aiuola». La mattina dopo «tutti i
quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe
Pinelli»: così racconta la tragedia Pinelli un libro che, uscito un anno
dopo con il titolo-scandalo La strage di Stato (Samonà e Savelli),
diventerà uno strumento formidabile di controinformazione.

Il dossier, serratissime 150 pagine, non è firmato, «è frutto - dice una
nota dell'editore - del lavoro paziente e sistematico di un nutrito
gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare che hanno raccolto
- spinti dal desiderio di accertare i fatti e di risalire alle
responsabilità politiche - informazioni e testimonianze, messo a
confronto dichiarazioni pubbliche di funzionari di polizia e altri
personaggi implicati nelle vicende, fornendoci un quadro impressionante
della realtà politica».

Siamo infatti nel pieno della "strategia della tensione". Il termine è
usato per la prima volta il 14 dicembre 1969 dal settimanale inglese The
Observer in un commento sulla situazione italiana. E sta ad indicare un
contesto storico, politico, sociale nel quale «si provoca a freddo un
clima interessato di allarmismo, agitando il pericolo degli "opposti
estremismi" e della impossibilità per le forze di polizia di mantenere
l'ordine». Pane quotidiano sono attentati di marca fascista, scontri di
piazza, cariche della polizia. L'autunno caldo ha portato in piazza 5
milioni di lavoratori. Randolfo Pacciardi grida al pericolo comunista, al
quale bisogna «reagire con fermezza». Da una parte i "neri", dall'altra
"i rossi", il caos delle cosiddette fazioni contrapposte è sapientemente
organizzato anche con la deliberata azione di provocatori infiltrati nei
cortei sindacali, nella sinistra extraparlamentare, nelle frange
anarchiche. E «in quelle settimane il Fronte Nazionale di Junio Valerio
Borghese, i Gruppi di Azione Nazionale di Mario Tedeschi, l'Ordine Nuovo
di Pino Rauti e altre 15 organizzazioni di estrema destra lanciano
l'appello alla mobilitazione. Il Pci è costretto a far scattare
l'operazione di sicurezza e vigilanza nelle sue 4.290 sezioni e 11.170
cellule».

E' in questo quadro, dove si inserisce a pieno titolo anche la caccia
all'anarchico, che rientra tutta intera la tragedia Pinelli. Pino
giungerà al Fatebenefratelli praticamente morto, ma l'ipotesi del suo
suicidio appare immediatamente un'assurdità, una menzogna, un grottesco
tentativo di depistaggio.

La polizia, in forte imbarazzo, fornisce via via tre versioni diverse
dell'accaduto. La prima: Pinelli si è buttato perché è coinvolto nella
strage, una confessione di colpevolezza, al grido "E' la fine
dell'anarchia". La seconda: Pinelli si è buttato, ancorché innocente,
perché si è lasciato prendere dal panico. La terza: Pinelli non si è
buttato, è stata una morte accidentale («quando ha spalancato la
finestra, abbiamo tentato di fermarlo, ma senza riuscirci»).

La verità, subito gridata, e successivamente fatta propria dalla
contro-inchiesta della sinistra extraparlamentare, è però un'altra:
Pinelli è stato "suicidato" in Questura, lassù nella stanza al quarto
piano dell'ufficio politico. Lassù, nella stanza al quarto piano dove si
svolgono gli interrogatori, e dove, a un certo punto, «parte, tra i
tanti, quel colpo decisivo che fa stramazzare Pinelli sulla sedia, gli fa
perdere conoscenza: Pinelli sta male. Pinelli ha bisogno d'aria. Bisogna
avvicinarlo alla finestra, appoggiare il suo corpo inanimato alla sbarra
di ferro trasversale, bassa. Troppo bassa, non trattiene il Pino, il Pino
scivola giù nel vuoto». E la necroscopia poi accerterà «una lesione
bulbare all'altezza del collo», di cm 6x3, che, strano, sembra
assomigliare in modo impressionante a un ben assestato colpo di karatè,
di quelli che si danno col taglio della mano.

E lassù al quarto piano della Questura, nella stanza dove si interroga il
Pino, sono presenti quattro o cinque poliziotti, tra essi anche quel
giovane commissario aggiunto che, tre anni dopo, darà il nome e il volto
ad una nuova tragedia, quella che si chiama appunto omicidio Luigi
Calabresi (sarà ucciso con tre revolverate il 17 maggio 1972, il delitto
del quale poi saranno incolpati Pietrostefani, Bompressi, Sofri).

L'anarchico Pinelli, il più emblematico dei destini all'interno di una
vicenda e di una storia assai più grandi di lui. Una vittima preordinata.
Nel commemorarlo, i suoi amici e compagni milanesi, quelli del mitico
circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa, via Lugano 31 (che è poi il
"suo" circolo, quello del Pino, quello dove lui si prodigava
quotidianamente, quello dove sono nati i primi Cub, ancora oggi
imperturbabilmente sulla breccia), fanno il ritratto di un uomo generoso,
solidale, gentile. Avrebbe oggi 77 anni (e sarebbe nonno, le sue
amatissime figlie sono già madri da un pezzo) il Pino, nato a Porta
Ticinese nel 1928. L'anarchico Pino, che aveva fatto solo la quinta
elementare e cominciato a lavorare quasi da bambino, come garzone di
fornaio e poi come magazziniere. L'anarchico Pino che a 17 anni fa la
staffetta nella Resistenza, si impegna lì alla Ghisolfa nel movimento
anarchico, divora libri, e che nel '54 vince un concorso delle Ferrovie
per un posto di manovratore e l'anno dopo sposa la Licia (la ragazza
incontrata a un corso di esperanto). L'anarchico Pino che è un vero
autodidatta, e lavora per la Crocenera (cibo e vestiti per i compagni in
carcere), tiene in piedi la biblioteca con cura meticolosa, i libri tutti
ordinati, tutti schedati e tutti con la loro copertina rigorosamente
nera. «E quando, verso le 7 di sera del 12 dicembre, Calabresi e gli
altri dell'ufficio politico piombano nella sede, Pinelli è appena
arrivato per lavorare un po'», in quel circolo che è diventato la sua
seconda casa.

La magistratura archivierà l'inchiesta sulla fine di Pinelli come "morte
accidentale", e la sorprendente sentenza definitiva del 1975 farà molto
discutere sul famoso "malore attivo" - o forse "suicidio passivo" -
dell'anarchico Pinelli.

«La storia si è fatta lunga, la polvere del tempo cade, ma basta una
scrollatina che tutto torna crudo e violento, come fosse successo ieri».
Chi ha ucciso Pinelli?

Maria R. Calderoni

da italy.indymedia.org; fonte liberazione




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