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(it) Collegamenti Wobbly No.2/4: Del dominio dello stato - appunti per una teoria critica libertaria del potere statuale [Parte II] (fr)

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Date Sun, 15 Aug 2004 11:46:49 +0200 (CEST)


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Lo Stato, come concetto e come problema, ha assunto uno statuto
singolare nelle autorappresentazioni del «movimento dei movimenti», da
Seattle in poi. La presenza dello Stato si evince dalla critica al
neoliberismo, dalla critica della repressione dai fatti di Napoli e
Genova, dall'opposizione alla militarizzazione e alla guerra dopo l'11
settembre 2001. Eppure questa sorta di protagonismo non si accompagna
quasi mai ad un'esplicita riflessione sul ruolo dello Stato e ad una sua
effettiva problematizzazione. Niente o quasi si legge sulle
capacità degli apparati statali e degli impianti legislativi di
plasmare le menti alla routine della sottomissione, di produrre e
riprodurre le gerarchie sociali; nulla o quasi sul nesso fra la
dimensione «protettiva» e quella repressiva dello Stato. In questa
seconda parte, due sono gli interrogativi ai quali tento di fornire una
risposta:

(a) quali sono le principali concezioni dello Stato che emergono
all'interno del «movimento dei movimenti»?
(b) in che senso, esse rimuovono o rimangono aggrovigliate ad una
visione semplicistica o contraddittoria dello Stato contemporaneo?


1. Tre concezioni prevalenti

Se si spulciano dichiarazioni, prese di posizione, documenti più o meno
ufficiali alla ricerca di una problematizzazione del ruolo dello Stato
nelle società attuali non si va molto lontano. Le riflessioni a tutto
campo si contano sulle dita di una mano. Non che manchino dei
riferimenti e delle critiche puntuali, vuoi sul fronte dell'esigenza di
maggiore «democraticità» delle strutture dello Stato, vuoi come critica
del carattere repressivo di alcune di esse. Tuttavia, nulla che abbia un
qualsivoglia carattere di sistematicità, che travalichi la
frammentarietà o l'accenno fugace. Parrebbe ovvio attribuire tale
frammentazione e mancanza di riflessioni e di critiche di fondo al
carattere composito o al carattere diffusamente «morale» del movimento. O
dirsi che, in fondo, un pensiero critico elaborato andrebbe cercato fra
le solite minoranze intellettuali che si muovono dentro o attorno ai
movimenti.

Comunque, in diversi documenti «di battaglia» si ritrovano le
concezioni più o meno esplicite del ruolo dello Stato presenti, anche
trasversalmente, nelle diverse correnti o anime del «movimento dei
movimenti». Malgrado l'estrema eterogeneità espressa su altri piani, ivi
compresa una differenziazione su base nazionale e continentale che
dipende dalle diverse specificità politiche, sociali e culturali, è
possibile distinguere almeno tre concezioni in seno al movimento: (1)
quella favorevole alla sovranità degli Stati nazionali e contraria alla
globalizzazione; (2) quella che per è per una «riappropriazione dal
basso»; (3) quella che possiamo chiamare «insurrezionalista».


2. Lo Stato come baluardo anti-liberista

E' questa la concezione dominante dello Stato all'interno del movimento
dei movimenti, di cui forse Attac e il gruppo «Monde Diplomatique»
risultano i più espliciti e visibili sostenitori, e che propende per un
rinnovato controllo dei mercati e dei flussi finanziari da parte degli
Stati nazionali. Ne emerge una concezione dello Stato inteso anzitutto
come argine protettivo contro il dominio del mercato, come garante ultimo
della comunità e del bene comune, baluardo degli interessi dei cittadini
contro il carattere selvaggio e prevaricatore del liberismo. Come
«qualcosa di sicuro e di durevole … che istituisce valori e
regole», ed esprime un'esigenza costante di fronte ad un capitalismo che
inventa in permanenza il proprio contrario» . In una parte del movimento
dei movimenti gli Stati sono investiti di funzioni di
solidarietà e di coesione (per i suoi meccanismi ridistribuitivi dello
Stato sociale), di amministrazione, di protezione e di sicurezza e
persino di lotta contro la criminalità. In fondo, cosa unisce la difesa
della natura contro il suo sfruttamento selvaggio, la rivalorizzazione
del ruolo del parlamento rispetto all'esecutivo, la lotta contro lo
spreco e l'appropriazione privata dell'acqua, ... ? Nel sottolineare la
sostanziale alterità dello Stato rispetto al capitalismo, si ritrovano
insomma le tracce di una classica rappresentazione dello Stato espressa
dalla socialdemocrazia europea agli inizi del XX secolo.

Dopo i fatti di Genova, l'anima anti-liberista ha dovuto scoprire la
faccia repressiva dello Stato; poi, con altrettanto stupore, lo Stato
bellico (Afghanistan, Irak), interpretando queste «derive» più che altro
come una conseguenza autoritaria insita nell'invadenza del
neo-liberismo. In altri termini, l'opposizione alla «globalizzazione
militarizzata» viene ricondotta a ragioni unicamente economiche, mai
intrinseche alla natura imprescindibilmente repressiva e bellica dello
Stato moderno. Non ci si deve stupire, allora, se la critica dei
comportamenti della polizia e dell'interventismo americano non si
accompagnino ad una precisa e sistematica disamina del ruolo della
polizia e dello Stato nelle società attuali. La semplicistica
contrapposizione fra capitalismo globale (da combattere) e sovranità
statuale (da salvaguardare o da recuperare), ma anche la difficoltà a
riflettere sulla natura dello Stato contemporaneo, diventano la
premessa all'incapacità di elaborare una critica alla logica statuale in
quanto tale. Lo Stato come rete di istituzioni, risorse e meccanismi di
controllo che hanno come scopo fondamentale quello di garantire l'ordine
sociale è un tema rimosso da questa corrente. Eppure, come potrebbe lo
Stato (nazionale), il detentore del monopolio della
violenza legittima (Weber) su di un determinato territorio, privarsi o
non usare un apparato di polizia al fine di reprimere ogni forza che
tenti di indebolire o delegittimare tale monopolio?


2. La globalizzazione dal basso e l'appropriazione dei «nessi
amministrativi»

La seconda concezione dello Stato è espressa soprattutto da quelle
correnti del «movimento dei movimenti» (come i Disobbedienti in Italia)
che puntano sulla cosiddetta globalizzazione dal basso, ad esempio
attraverso il cosiddetto «bilancio partecipativo» e su una più generale
aspirazione ad una «democratizzazione» delle strutture Stato. Insomma,
questa eterogenea corrente muove dall'esigenza di fornire una risposta
«pratica» all'espropriazione dei poteri dei cittadini da parte delle
attuali istituzioni nazionali e internazionali e del capitalismo. Fra le
molteplici esperienze che si muovono in questa direzione, ci sono quelle
che vedono nelle istituzioni locali i luoghi della
riappropriazione, nelle metropoli europeo o in quelle del Sud America ,
da cui emerge una critica della concezione dello Stato come struttura
centralistica e burocratica, espressione di decadenza democratica.
Tuttavia, i sostenitori di questa concezione, che in generale criticano
la difesa sovranista dello Stato, muovono da una rappresentazione
idealizzata dello Stato e dei suoi rapporti con la cosiddetta società
civile. Lo Stato contemporaneo è un apparato complesso, segmentato e
ormai un po' dappertutto decentrato. La partecipazione «alternativa» nel
quadro dei poteri locali, quando non rimette in discussione i ruoli
gerarchici (chi decide quali settori e quali risorse devono essere
sottomesse a discussione e soprattutto alla decisione?), al di fuori di
un contesto di radicale cambiamento dei rapporti di forza, non solo fra
capitale e lavoro, ma anche fra logiche amministrative, di delega e
logiche di liberazione sociale e di reale autoappropriazione, sul piano
nazionale, regionale, locale, non può andare lontano. Senza questa
componente, anche la critica teorica del potere statale come
partecipazione dal basso – di per sé un tema proprio anche ad una
teoria critica libertaria – si risolve in una rimozione della logica
statuale. Il problema è che, in queste concezioni, lo Stato rima con
Stato nazionale. Per cui, risulta che, una volta dichiarata la propria
avversione per la «nazione», e riscoperto il «locale» o la «società
civile», lo Stato perde la sua problematicità teorica e politica,
rimanendo un «luogo» fondamentalmente neutro o aperto alla
riappriopriazione.


3. Lo Stato, difensore del capitalismo, da distruggere

La terza anima è invece quella che più mette in luce come le logiche di
dominio pervadono le strutture dello Stato. Tuttavia, la
rappresentazione dello Stato rimane schematica, unicamente incentrata
sulla funzione di repressione aperta degli apparati dello Stato e della
loro funzione di difesa del capitale e delle sue proprietà. Soprattutto
nell'area del «blocco nero», lo Stato e il capitalismo costituiscono un
unico obiettivo «da distruggere» attraverso la pratica dell'azione
diretta. Ispirato ad un classico modello insurrezionalista, fatto
proprio da numerose minoranze che hanno costellato la storia
dell'Otto-Novecento, l'azione diretta oppure l'azione esemplare,
violenta contro la proprietà privata, contro i «simboli» del capitale,
sarebbero il modo per mettere a nudo la vera faccia, quella violenta, del
capitale e del potere statuale. Ora, non è arduo vedere in questa
concezione il disconoscimento della complessità dell'azione pervasiva che
gli Stati esercitano sulle e nelle società contemporanee, dove l'opera di
disciplinamento sociale non segue solo i canali
«tradizionali» della repressione poliziesca e carceraria. Questa
rappresentazione molto semplificata delle funzioni dello Stato
disconosce la sua crescente funzione «securitaria» e «protettiva», quella
risposta dall'alto alla crisi dei legami comunitari e del legame sociale,
che l'«anarchismo insurrezionalista» ottocentesco non poteva ancora
intravedere.


4. Affinità, potenzialità e contraddizioni irrisolte

Una volta illustrate le tre principali concezioni dello Stato presenti
nel «movimento dei movimenti», si possono vedere affinità e differenze.
Ciò che unisce la seconda e la terza corrente, sia quella che vede nello
Stato un nemico da abbattere, senza possibilità di mediazione, sia quella
ne vede la possibilità di un'«appropriazione» attraverso processi di
partecipazione democratica, è la critica della sovranità nazionale. Tale
criterio le distingue dalla prima, che invece vede nel recupero della
sovranità «perduta» il modo per combattere la
globalizzazione dei mercati. La corrente «insurrezionalista» si
distingue per l'uso di forme immediate di violenza simbolica e di
strada allo scopo di provocare le classi subalterne contro gli apparati
repressivi dello Stato e del capitalismo, mentre le altre due, pur in
forme diverse, puntano ad una «democratizzazione» dello Stato con mezzi
pacifici o comunque legali, sia che vogliano un rafforzamento dei
parlamenti contro gli esecutivi, ritenuti ostaggi delle multinazionali e
delle organizzazioni economiche sovrananzionali (FMI, Banca mondiale
ecc.), sia che riscoprano il «municipalismo» o il cosiddetto budget
partecipativo. In questo caso, nulla degli apparati di delega sono messi
in discussione. Se ne chiede piuttosto una maggiore apertura verso la
partecipazione dei cittadini, un processo di riforma che
sappia realizzare quanto l'ideologia democratico-rappresentativa, più o
meno esplicitamente, promette.

Il distacco o la diffidenza nei confronti dei partiti, come organi
burocratici e autoreferenziali, appare come lo sfondo comune alle tre
concezioni esaminate. La cosiddetta crisi della politica è una diagnosi
largamente condivisa, anche se poi le conseguenze tratte sono diverse. Su
questo piano s'insediamo le potenzialità liberatorie che, a mio avviso,
pur contraddittoriamente, esistono più diffusamente nel
«movimento dei movimenti». Non bisogna però credere che esso, dal punto
di vista pratico, non abbia creato problemi o rischi alle classi
dominanti nella lotta per l'egemonia della logica statuale. Poiché uno
degli esiti insiti in questa lotta è la neutralizzazione dei conflitti
sociali, operata attraverso una sussunzione amministrativa degli
stessi, non si può che constatare una certa funzione di resistenza del
«movimento dei movimenti», sebbene essa non riesca a declinarsi in senso
contro-egemonico. Perché ciò si realizzi, occorrerebbe una
maggiore consapevolezza delle logiche di dominio statuale da parte dei
soggetti che animano il movimento.

Nessuna di queste concezioni s'interroga sullo sviluppo degli apparati
amministrativi dello Stato moderno, dei suoi complessi procedimenti
decisionali, della settorializzazione dei compiti e allo specialismo
tecnocratico che, in una fase di crisi del movimento operaio, di crisi
degli ideali comunisti e socialisti, di fine del mondo bipolare tendono a
rafforzarsi ed imporsi sull'insieme delle sfere della vita. Per di più,
una parte sostanziale dell'ideologia del «movimento dei movimenti» non
vede contraddizione fra una partecipazione dal basso, all'interno
dell'ordinamento giuridico-amministrativo attuale e il ruolo «sociale»
dello Stato, non considerando che la costruzione dello Stato sociale nel
secondo dopoguerra ha contribuito in modo sostanziale all'aumento degli
apparati statali di controllo.

In una fase di crisi di legittimità della democrazia dei partiti, di
crisi dello Stato sociale, in un'epoca di Stato «flessibile» in fieri,
una logica di «democrazia dal basso» può anche riuscire ad incunearsi. Ma
solo per alcuni specifici settori di marginale importanza, che non
rimettono in discussione la logica statuale-amministrativa di fondo.
Questa convivenza è possibile non solo per la legittimità di fondo che i
suoi guardiani (le élites burocratico-amministrative) credono
comunque di detenere, e per l'articolazione complessa dello Stato in
strutture relativamente autonome (locali, regionali, nazionali), ma anche
al carattere «soft» cui è costretta la logica
amministrativo-burocratica da altre logiche, compresa quella del
mercato. Così, se gli apparati amministrativi (e di polizia) sono
diventati instancabili leggi, regolamenti, vincoli, appena disturbati
dagli esiti delle tornate elettorali o dalla partecipazione puntale dei
cittadini a parti infime del bilancio dello Stato, si devono adattare ad
un mondo, occidentale, in cui l'esercizio del potere non si fa
abitualmente attraverso la repressione aperta o puntuale dei corpi (come
invece può accadere nelle manifestazioni, ma soprattutto nelle carceri),
ma per il tramite di più soavi e flessibili forme di
socializzazione all'obbedienza, legate alla società dei consumi (per cui
se non consumi, infrangi le regole della convivenza e diventi un paria).

Di fronte al dominio odierno della logica statuale, la provocazione della
repressione aperta degli apparati dello Stato si scontra con anzitutto
contro la propria impotenza. La violenza, poco più che
simbolica, delle componenti «insurrezionaliste» è lungi dal poter
innescare un processo di erosione del monopolio della forza e
dell'esercizio socialmente legittimo della violenza fisica detenuta dagli
Stati occidentali. L'elevato sostegno sociale che ha lo Stato oggi deriva
non tanto o non solo dalla fiducia manifesta, ma dal fatto che le sue
strutture e i suoi servizi (non solo sociali) fanno parte delle
condizioni abituali di vita e dell'universo delle certezze minime per la
maggioranza delle persone, attivisti dei movimenti compresi. Occorre
inoltre considerare due aspetti che riguardano il ruolo e la
rappresentazione della violenza fisica nelle società contemporanee: per
un verso, il ruolo quotidiano svolto dai mass media, esperti nello
spettacolarizzare e banalizzare o censura la violenza, per altro, una
delle conseguenze del disciplinamento sociale al monopolio statale della
violenza, espressa nell'interiorizzazione della proibizione al farsi
giustizia da sé, ossia l'aumento del livello medio
d'inaccettabilità morale della violenza manifesta nelle società
occidentali contemporanee.

In ogni modo, l'interesse precipuo delle classi dominanti è che si
mantenga inalterata la scissione fra una rappresentazione dello Stato
visto nella sua funzione «protettiva» (contro il mercato e le
incertezze delle condizioni di vita) e un'immagine dello Stato come
apparato repressivo. In altre parole, che ogni interrogativo sul legame
indissolubile fra le due facce non diventi senso comune, che non
fuoriesca dall'alveo di minoranze marginali. Il consolidamento di
questa scissione è stato l'obiettivo implicito della repressione
poliziesca durante le manifestazioni «no/new global» di Goteborg e
proseguita in altri paesi (Praga, Genova, ecc.). E se si è nel
frattempo ridotta non è solo perché, nel contesto attuale, la violenza
«gratuita», aperta, pubblica, degli apparati dello Stato rischia di
minare la credibilità delle sue élites di governo, ma perché
l'obiettivo, almeno finora, è stato raggiunto: isolare i «violenti» dai
«pacifici» e «democratici», impedire quindi che soggetti altri da
quelli riconosciuti dallo Stato (altri Stati, partiti, ecc.) riescano a
mettere in dubbio la legittimità degli ordinamenti attuali e anzitutto il
monopolio statuale della violenza.


Per non concludere

Insomma, le concezioni prevalenti dello Stato presenti nel «movimento dei
movimenti», attorno ai concetti di «difesa», «appropriazione» e
«distruzione immediata» dello Stato, sembrano incapaci di affrontare le
sfide che il dispiegarsi odierno della logica statuale impone ad un
percorso di liberazione sociale. Lo Stato in quanto tale appare come il
convitato di pietra del «movimento dei movimenti» ed esprime l'altra
faccia della scarsa radicalità del movimento stesso sul piano sociale. Ma
le considerazioni fin qui presentate, più che una critica
moralistica delle mancanze, vere (dal mio punto di vista) o presunte, del
«movimento dei movimenti» e delle sue componenti, richiamano
l'esigenza di andare per così dire oltre, di far emergere una
fenomenologia più puntuale del potere statuale e delle sue
contraddizioni, scandagliando meglio alcuni degli elementi che la prima e
la seconda parte di questo contribuito hanno potuto solo
superficialmente
affrontare.


Oscar Mazzoleni


Note:
La prima parte di questo contributo è uscita in Collegamenti-Woobly,
n.s., no. 2, luglio-dicembre 2002.

Cfr. D. Giachetti, Un rosso relativo. Anime, coscienze, generazioni
nel movimento dei movimenti, Roma, Datanews, 2003.

Martin Vanier, «L'Etat n'est pas hors jeu» in ATTAC, Agir local,
penser global. Les citoyens face à la mondialisation, Paris, Editions
Mille et une nuits, 2001, p. 61. Nel documento ufficiale dei forum
italiani presentato al Forum sociale europeo del novembre 2002, si legge:
«Ci battiamo per politiche e società in cui non domini lo
strapotere delle multinazionali, l'asservimento dei bisogni sociali agli
imperativi del profitto e la sovranità degli Stati e dei popoli ai
comandamenti delle grandi istituzioni sopranazionali, Fondo monetario
internazionale (Fmi), Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) e Banca
mondiale (Bm)». Citato in AA.VV., Mappe di movimenti. Capire i movimenti
globali. Da Porto Alegre al Forum sociale europeo, Trieste Asterios,
2002, p. 186. In questo quaderno (Concetti Chiave, numero speciale) sono
inoltre raccolti numerosi documenti ufficiali approvati nelle assemblee
dei diversi incontri internazionali.

Su questi temi, è utile rifarsi alla rivista «New Global». Si veda
inoltre P. Sullo (a cura), La democrazia possibile. Il Cantiere del Nuovo
Municipio e le nuove forme di partecipazione da Porto Alegre al Vecchio
Continente, Roma-Napoli, Carta/Intra Moenia, 2002. Si veda inoltre, dello
stesso editore, a cura di L. Castellina, Il cammino dei movimenti. Da
Seattle a Porto Alegre, 2003 ai cento milioni in piazza per la pace,
2003.

Cfr. Bloc Book. Cosa pensano le tute nere, Viterbo, Stampa
alternativa, 2001; Io sono un black bloc. Poesia pratica della
sovversione, Roma, Derive & approdi, 2001.

Su questo, si riveda la prima parte del presente contributo.

Cfr. Z. Bauman, La libertà, Troina, Città Aperta, 2002.

In questo senso, sociologi parlano di «fiducia sistemica» (cfr. N.
Luhmann, La fiducia, Bologna, Il Mulino, 2002).

Questo fenomeno è rilevato da numerose inchieste svolte negli ultimi
30 anni e consente ad esempio di capire la remora, che si è consolidata
negli ultimi decenni, da parte dei governi occidentali, di mostrare al
pubblico i caduti nelle proprie guerre. Queste riflessioni traggono
ispirazione dai lavori di N. Elias, e in particolare: Il processo di
civilizzazione, Bologna, Il Mulino, 1996.

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Da Collegamenti Wobbly n°2 e 4. Per contatti:
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L'articolo e' stato tradotto in francese per La Question sociale #1





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