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(it) Collegamenti Wobbly No.2/4: Del dominio dello stato - appunti per una teoria critica libertaria del potere statuale [Parte I] (fr)

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Date Fri, 13 Aug 2004 19:46:50 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Nel recente dibattito sulla globalizzazione, la questione dello stato è
spesso ridotta alle sue dimensioni economiche (persistenza o meno delle
economie nazionali; deregolamentazione dei mercati con conseguente crisi
dell'intervento statuale, ecc.) o identitarie (la crisi
dell'identità nazionale). Si tratta però di una visione parziale e
semplificata del ruolo che lo stato svolge nel capitalismo
contemporaneo. Occorre invece porre seriamente mano, secondo me, se si
vogliono porre le basi per una rinnovata teoria critica libertaria, alla
questione dello stato come «feticcio», il quale domina la nostra
quotidianità e il nostro modo di pensare, spesso anche fra chi si pensa
radicalmente contro la società esistente. Insomma, uno stato che,
attraverso le sue procedure (giuridiche) e strumenti (disciplinari e
finanziari), innerva la vita quotidiana dell'insieme degli individui. Lo
stato non è solo dotato di strumenti di repressione (polizie,
carceri), non è solo regolatore dell'economia e garante dell'«unità
nazionale». Vanno dunque relativizzate le tesi che vedono la crisi dello
stato «keynesiano» o la crisi dello stato nazionale come la crisi dello
stato in quanto tale. Lo stato è anzitutto potentissimo
«mediatore», una macchina di potere che si cela negli anfratti più minuti
della nostra vita. Per affrontarlo, occorre quindi anzitutto tentare di
svelarne dinamiche e meccanismi, e soprattutto individuare, in modo se
possibile realistico, le ragioni della sua diffusione.

Queste riflessioni, che si vogliono provvisorie e aperte a revisioni e
emendamenti, nascono da una doppia esigenza: da un lato, quella di
contribuire a mettere a nudo la logica statuale, dall'altro quella di
mostrare come questa logica, nelle società contemporanee, in
particolare quelle a capitalismo avanzato, sia diventata tanto
pervasiva da essersi neutralizzata come oggetto di critica e di
conflitto: ormai scontata, «naturale» componente del convivere comune
(1). In una seconda parte, cercherò riflettere sui margini di manovra che
si presentano oggi a una critica pratica della logica statuale.

In questa prima parte, intendo in sostanza argomentare le seguenti tesi:

la logica statuale è parte integrante dello sviluppo capitalistico. Non
bisogna vedere una semplice opposizione fra logica statuale e logica
capitalistica, ma un'alleanza nella differenza. Il punto di contatto
maggiore non è tanto di tipo economico, ma antropologico-politico: lo
stato risponde o tenta di rispondere ai bisogni di sicurezza
(esistenziale, simbolica e materiale) che il capitalismo produce con la
sua logica di rivoluzionamento continuo delle condizioni sociali e
culturali su cui poggia (secondo una famosa formula, «tutto ciò che è
solido si dissolve nell'aria»); entrambe le logiche convergono nel
combattere le forme di solidarietà antagonista che, via via, esse
stesse creano; negli ultimi decenni la logica statuale si è rafforzata
nei paesi capitalisti avanzati, in relazione alla crisi del legame
sociale (connessa alla crisi del fordismo e del movimento operaio) e allo
sviluppo di uno «stato diffuso» in grado di adattarsi alle sfide
dell'accumulazione flessibile.


1. La logica statuale

Cos'è la logica statuale? Definisco questa logica come dominio delle
gerarchie burocratico-amministrative sulla vita degli individui. Il pieno
dispiegamento della logica statuale implica obbedienza,
disciplina, dipendenza degli individui e delle collettività che ne sono
soggetti (2). Si può parlare di piena interiorizzazione della logica
statuale quando lo stato, le sue funzioni pratiche, sono considerate
«naturali» e assunte come tali dalle persone stesse. Si può leggere la
storia dei paesi occidentali negli ultimi due secoli come la storia della
lotta per l'egemonia della logica statuale in tutte le sfere della vita
individuale e collettiva. Perché si risponde secondo lealtà al comando
statuale? In linea di principio, questa lealtà ha due facce: la prima è
il risultato di un'azione, in quanto espressione di una lealtà
«oggettiva», la seconda di un atteggiamento passivo o
acquiescenza verso l'esercizio dell'autorità statuale riconosciuta come
tale. Nel primo caso rientra la renitenza, una volta riconosciuta dal
dettato costituzionale (3). Al secondo caso si riferisce l'accettazione
dell'autorità del vigile urbano che ti multa. Ma l'obbedienza a misure
puntuali comprese nell'esercizio del potere statuale suppone forse
qualcosa di più profondo, che fonda il perché dell'obbedienza? Thomas
Hobbes fornisce una delle risposte più limpide e cinicamente schiette: il
comune interesse all'autoconservazione e alla sicurezza degli
individui. Lo stato si può arrogare con successo il monopolio della
violenza legittima (Weber), perché questa legittimità, più o meno
consapevole, è condivisa dalla maggioranza degli individui all'interno di
un determinato territorio. La lotta per l'egemonia della logica statuale,
momento chiave dello sviluppo delle società moderne, compie allora un
passo decisivo. Lo stato diventa una risposta decisiva ai sentimenti di
insicurezza e trova dall'altra parte una disponibilità all'obbedienza.


2. Insicurezza, storicità, solidarietà

L'ideale di Hobbes è una società pacificata, dove gli individui
alienano la loro libertà allo stato in cambio di sicurezza. Al di fuori
dello stato non c'è nessuna possibilità di sfuggire alla guerra di tutti
contro tutti insita nello stato di natura. Per Hobbes, lo stato e la
società sono la stessa cosa: entrambe nascono dalla paura che gli
individui hanno della morte, dal «desiderio delle cose necessarie ad una
vita confortevole», quindi dall'esigenza di difendersi contro le passioni
violente degli altri (4). Hobbes parte da presupposti
schiettamente individualistici per arrivare a conclusioni radicalmente
collettivistiche: detto altrimenti, l'interiorizzazione dello stato, il
pieno rispetto della delega «offerta» allo stato sovrano, sarebbero la
condizione per quel convivere civile che gli individui reputano
rispondere al loro interesse.

Le critiche a questa concezione sono ovviamente molteplici e
l'obiettivo non è qui di riassumerle. Basti dire che, oltre
all'illusione di una società pacificata, nella sovrapposizione fra
società e stato Hobbes esclude la possibilità che l'esigenza di
«sicurezza» possa soddisfarsi altrimenti che attraverso un'alienazione
della libertà a un ente o a procedure che chiedono obbedienza. Ma ciò
implica una negazione-rimozione di quelle forme organizzate di
solidarietà che si conciliano in parte con la libertà e l'autonomia
individuale e che hanno fornito una risposta diretta ai bisogni di
sicurezza e di autoconservazione. Più in generale, nell'individuo
atomistico e egoistico hobbesiano non c'è la possibilità di pensare alla
storicità e all'intensità diversa dell'esigenza di sicurezza. Il
sentimento di insicurezza non è un fenomeno naturale, contrariamente a
quanto affermava Hobbes. E' un prodotto delle condizioni storiche
(delle abitudini, ecc.), del grado di sradicamento sociale, dei livelli
di precarietà, del tipo di enti e collettività (famiglia, ecc.) che
convivono con lo stato in una società determinata e che in parte
possono contrastarlo (movimento operaio).

Inoltre, per ricordare una critica fondamentale rivolta a Hobbes da
Foucault, l'obbedienza degli individui non corrisponde semplicemente a un
atto volontario, ma è il risultato di un'opera di disciplinamento e
assoggettamento messa in opera da vari dispositivi di potere (5).

Nel contempo, la storia occidentale dall'‘800 ad oggi è stata
profondamente segnata dalla lotta per imporre lo stato come referente
principale, anche se non unico, della risposta all'insicurezza degli
individui e delle società sottoposte all'espansione dei rapporti
sociali capitalistici. Il nesso fra espansione capitalistica (e «guerra
capitalista» di tutti contro tutti) e «bisogno» di stato è
fondamentale. Da questo punto di vista Hobbes, pur nei suoi limiti,
suggerisce un utile grimaldello interpretativo per capire le ragioni,
certo parziali, della diffusione della logica statuale.


3. L'insicurezza nel capitalismo moderno e il ruolo dello stato

Hobbes scriveva il suo Leviatano nel ‘600, quando si avviò il processo di
formazione degli stati moderni, in un'epoca in cui il capitalismo non era
ancora entrato nella fase industriale. Sappiamo però che
l'ordinamento giuridico statuale diventerà una condizione
imprescindibile della crescita e dell'espansione del capitalismo. Senza
la costruzione di solidi stati nazionali, il capitalismo non avrebbe
potuto garantirsi le condizioni di sicurezza degli scambi e di
proprietà dei mezzi di produzione.

Se lo stato favorisce l'emergere del capitalismo, l'espansione di
quest'ultimo rafforza a sua volta la legittimità dello stato, non solo
fra i detentori dei mezzi di produzione. Il capitalismo produce, per sua
stessa natura, una crescente insicurezza sociale. I conseguenti bisogni
di sicurezza prodotti dagli sconvolgimenti sociali e culturali
determinati dalle profonde trasformazioni del mondo moderno, e in
particolare dallo sviluppo del modo di produzione capitalistico,
pongono le condizioni efficaci di una interiorizzazione della logica
statuale.

Il modo di produzione capitalistico si riproduce attraverso un
rivoluzionamento continuo delle proprie condizioni di funzionamento (come
dice Marx, il rullo compressore delle forze produttive fa sì che «tutto
ciò che è solido si dissolv[a] nell'aria»). Le incertezze
sociali e il bisogno di sicurezza si rafforzano nella misura in cui
l'espansione capitalistica rompe i legami di solidarietà tradizionali
(comunità rurali, famiglia, ecc.) e rimette in discussione reti di
solidarietà che aveva contribuito a creare in certe fasi (come
l'erosione della solidarietà operaia con la crisi del fordismo). E sono
lo stato e la sua logica a essere delegati a una funzione
«rassicurante» nel momento stesso in cui il capitalismo accresce le
insicurezze distruggendo i legami sociali. Le radici materiali del
successo della logica statuale stanno in gran parte nelle condizioni di
insicurezza prodotte dal capitalismo. Non da una metafisica necessità.
Qui stanno la convergenza e la complementarità fra capitalismo e stato,
malgrado le logiche in parte diverse (6). Qui sta la chiave per capire
perché lo stato sia riuscito a imporsi fra le masse, perché l'egemonia
statuale come logica integrante lo sviluppo del modo di produzione
capitalistico sia stata, in gran parte, in grado di sostituirsi ad altre
forme o istituzioni garanti della solidarietà fra gli individui. Non a
caso, anche nel linguaggio comune il concetto di «solidarietà» tende a
slittare, nelle società capitalistiche avanzate, verso quello di
«sicurezza», non solo per effetto delle politiche neoliberali.


4. Gli apparati moderni di disciplinamento, fra capitalismo e stato

La logica statuale è contigua e in parte coincidente con quella del
capitalismo. Entrambe si basano sullo sviluppo di apparati o
dispositivi di disciplinamento sociale volti all'assoggettamento degli
individui. Il disciplinamento si dimostra efficace perché si muove su due
piani interrelati. Il primo è strutturale: l'istituzionalizzazione e
imposizione di strumenti di controllo, di regolamenti, di forme di
assoggettamento dei corpi, come hanno illustrato in modo mirabile gli
studi di Michel Foucault. Il secondo è di tipo soggettivo, in un
doppio senso: è inconscio e affettivo, rinviando al piano strutturale o
«sistemico» appena accennato; il secondo è per così dire
cognitivo-razionale (che si ispira in un certo senso a Hobbes): da un
lato, la razionalità del perseguimento del profitto o del salario per
vivere e per ambire al benessere materiale; dall'altro la razionalità del
principio della sicurezza, che fa accettare agli individui la
subordinazione alla logica statuale in cambio di una protezione della
propria vita e del proprio benessere (anche materiale). L'assunzione di
certi ruoli che traducono nel concreto la logica statuale (ad esempio il
pagare le tasse, il camminare sui marciapiedi e non nelle aiuole come
prescrive la legge, ecc.) deriva sia da abitudini o consuetudini («è
normale»), sia dall'effetto di un rapporto costi-benefici (se
nessuno pagasse le tasse, chi pagherebbe gli ospedali pubblici e i
poliziotti che mi difendono dai ladri?).

Con quali mezzi si è espresso questo disciplinamento? Diversamente dalle
società pre-capitalistiche e pre-industriali, lo sviluppo del capitalismo
moderno si è contraddistinto per una serie di «apparati» che hanno
favorito l'egemonia della logica statuale. Essi hanno
plasmato le mentalità dei paesi occidentali del Novecento, e in
particolare nel periodo compreso fra gli anni ‘10 e gli anni ‘60:

* lo sviluppo della leva obbligatoria, mezzo di irreggimentazione delle
masse; come premessa alla guerra nazionalista moderna, come
mobilitazione delle masse proletarie sotto le bandiere nazionali;
* la disciplina di fabbrica, taylorista in particolare, come espansione
della disciplina militare nell'organizzazione del lavoro e nella
produzione di merci;
* lo sviluppo della burocrazia moderna come apparato amministrativo dello
stato, con la conseguente espansione dei «nessi amministrativi» nella
vita quotidiana;
* lo sviluppo del Welfare state, non solo come apparato burocratico, ma
anche come mezzo di intervento capillare nella società; come stato
«protettore» e garante della «sicurezza sociale»;
* lo sviluppo della scolarizzazione di massa, come propedeutica diffusa
al disciplinamento al lavoro (sottomissione all'"autorità» e prima
interiorizzazione delle gerarchie statuali).

Insomma, esercito, impresa fordista-taylorista, burocrazia, stato
sociale e istituzioni varie di socializzazione determinano
un'articolata e complessa opera di disciplinamento sociale, il cui esito
è il consolidamento della logica statuale nelle società
contemporanee (7). Questi apparati hanno così contribuito, attraverso le
molle del riconoscimento sociale, della paura, dell'interesse, in una
parola del bisogno di sicurezza (materiale e esistenziale), a
estorcere obbedienza o a persuadere all'obbedienza e
all'assoggettamento gli individui.

E' importante sottolineare il ruolo della burocrazia. L'affermazione
della burocrazia muta i rapporti fra stato e «sudditi». Da una visione
diadica (sovrano-suddito), si passa a una visione triadica
(sovrano-apparati amministrativi-sudditi), dove la forza e la stabilità
dello stato e dei suoi apparati «non si misura tanto sull'efficienza e
sulla legittimità del vertice, quanto sulla pervasività del controllo dei
comportamenti alla base» (8). Non si può capire il ruolo dello stato
nella società contemporanea senza tenere a mente questa
trasformazione fondamentale che si è resa possibile con lo sviluppo della
burocrazia in alleanza con le forme di disciplinamento e
irreggimentazione dell'esercito e dell'impresa fordista-taylorista, ecc.


5. Crisi del fordismo, crescita dell'insicurezza e «bisogno» di stato

La crisi del fordismo (l'accumulazione flessibile) erode le aspettative
di sicurezza che lo stesso sviluppo capitalistico e dello stato avevano
contribuito a creare nei primi decenni del dopoguerra:

* la precarizzazione del mondo del lavoro e la fine delle promesse (non
mantenute) del fordismo; certo, ciò non significa che la crisi della
grande fabbrica fordista abbia significato la fine dell'applicazione dei
metodi di razionalizzazione del lavoro, quindi di disciplinamento
sociale.

* le attese deluse dello stato sociale: burocratismo e politiche
neoliberiste;

* l'espansione dell'individualismo atomistico, prodotto dall'espansione
della società dei consumi;

* la crisi del movimento operaio novecentesco: il movimento operaio ha
per un verso favorito (con la delega crescente allo stato della sfera
della riproduzione, compresa l'assistenza), per un altro contrastato, la
logica statuale. Ha favorito, anche se alle volte suo malgrado, lo
sviluppo di logiche alternative, di solidarietà e di la lotta, dentro e/o
contro lo stato (si pensi al '68 europeo, profondamente segnato da
linguaggi, culture e immaginari ereditati dai movimenti socialisti,
comunisti e anarchici).

L'esperienza delle classi subalterne europee ha seguito dagli anni '70 ad
oggi, schematicamente, questo percorso: dapprima hanno cominciato a
godere del benessere e di una sicurezza materiale che prima, padri e
nonni, non avevano mai goduto; si sono progressivamente emancipate dai
legami con la terra attraverso una piena integrazione nella vita della
fabbrica e della metropoli; hanno integrato in parte usi, consumi e
valori del consumo propri alle classi medie; ne è risultata maggiore
dipendenza dall'impresa (salario come unico mezzo di sostentamento), dal
mercato (per il consumo) e dallo stato (cassa integrazione, ecc.);
l'avvento dell'accumulazione flessibile (9) ha prodotto
un'atomizzazione sociale, ha favorito lo sviluppo di paure sociali (con
il conseguente uso politico delle stesse da parte delle destre) e
creato nuovi sbocchi e domande di sicurezza individuale e collettiva. Nel
quadro di questa trasformazione complessiva, occorre collocare anche il
venire meno della coscrizione di massa. Nei paesi occidentali, l'impresa
di nazionalizzazione delle masse, con i suoi riti e le sue liturgie,
anche militari, sembra in parte essere declinata. Negli anni '90 è emersa
con chiarezza la crisi della coscrizione obbligatoria - come si è detto,
un'istituzione decisiva nell'opera della costruzione immaginaria degli
stati nazionali. Gli eserciti professionisti,
concepiti per un intervento esterno alle frontiere europeo-occidentali,
non sono intesi come disciplinamento e irregimentazione delle masse.
Questa funzione dell'istituzione militare viene meno non solo per
l'inconcepibilità di una guerra interna fra stati occidentali, ma
soprattutto perché viene meno questa esigenza interna di formazione del
cittadino-soldato. A spiegazione di questo passaggio, non vanno solo
messe in campo ragioni strategiche e di politica internazionale (il
conflitto armato si sposta fuori dall'Europa, ecc.) o di politica
interna (maggiore sviluppo dei corpi di polizia), ma anche motivi
legati alla lotta per l'egemonia sulle classi subalterne. La fine della
coscrizione obbligatoria sembra supporre che le classi dominanti diano
ormai per scontato che la maggioranza degli individui abbia
interiorizzato la logica statuale. Quando lo stato è un'entità
interiorizzata, fatta propria come principio regolatore indiscusso della
vita collettiva, il suo potere si neutralizza agli occhi della
maggioranza della popolazione. Ciò presuppone che lo stato si sia
affermato come difensore (e garante) della società nel suo insieme, non
solo di una parte (le classi dominanti), ma anche che abbia adeguato le
proprie modalità e meccanismi di azione alle trasformazioni più
generali che investono la società e il modo di produzione
capitalistico.


6. Lo stato diffuso come strumento principe della lotta per l'egemonia
della logica statuale nell'epoca dell'accumulazione flessibile

Le trasformazioni economiche, sociale e culturali degli ultimi tre
decenni hanno insomma favorito un incremento del ruolo dello stato, in
risposta alle domande di sicurezza individuale e collettiva. Eppure, da
alcuni anni, si tende a vedere nell'emergere del ruolo transnazionale dei
mercati finanziari e nella maggiore mobilità delle imprese un
indebolimento dell'intervento dello stato anche dal punto di vista della
sua capacità di garantire la coerenza interna degli stati
nazionali. Nel contempo, però, lo stato come conglomerato di apparati, di
leggi, di erogazioni differenziate di denaro e potere non ha
arrestato la sua espansione. Il suo budget complessivo non è certo
diminuito. Lo stato ha piuttosto ampliato la sua sfera influenza,
innervando sempre più la nostra vita, dentro e fuori la sfera
lavorativa.

Non solo: nella misura in cui, da un lato si diffonde la crisi del
fordismo, dall'altro gli stati nazionali sono sottoposti a pressioni
economiche esterne crescenti, anche gli strumenti dell'egemonia della
logica statuale si modificano in parte. La lotta per la riproduzione
dell'egemonia della logica statuale è posta di fronte a continue sfide in
una società in perenne trasformazione e deve quindi adattare le proprie
forme.

Si potrebbe parlare dell'emergere di uno stato diffuso, corrispondente
alla recente fase di globalizzazione economico-finanziaria, in quanto
strumento della riproduzione della logica statuale. Accanto infatti alla
«fabbrica diffusa» (10), effetto della crisi delle grandi
concentrazioni produttive proprie del modello di accumulazione
fordista, le esigenze di controllo, e di conseguenza i poteri dello stato
nell'epoca dell'accumulazione flessibile, si adeguano per così dire alla
«porosità» della vita sociale, moltiplicandosi sul
territorio. Se da un lato lo stato nazionale ha delegato una parte di
poteri a strutture sovrastatali (EU, ONU, ecc.), dall'altro abbiamo
assistito a un decentramento dei poteri degli apparati centrali versi gli
enti locali e regionali. Negli stati di tradizione centralista, gli enti
locali che avevano, fino a poco tempo fa, funzioni di tipo
amministrativo-esecutivo, sempre più acquistano funzioni di direzione
politica e si ritrovano, accanto allo stato centrale, ad agire con
proprie prerogative sullo stesso spazio territoriale. Nella letteratura
specialistica, si parla di «multilevel governance». Questo processo ha
lasciato credere che i poteri dello stato venissero meno, potendo
contare sul fatto che l'opinione dominante confonde lo stato centrale, lo
stato nazionale, con lo stato tout court. Sfumando i suoi contorni
(dov'è il «palazzo d'inverno»?), apparendo come sottomesso alla logica
del capitale, lo stato non sembra più essere al centro della
riproduzione sociale. In questo processo di mimetizzazione rientra anche
il fatto che gli apparati di stato stanno integrando modalità e tipi di
organizzazione del lavoro mutuati dalle imprese private
(licenziamenti, taylorismo, ecc.), ma anche il fatto che il «privato» sta
assumendo compiti che fino a fino a pochi decenni fa stavano solo e
saldamente nelle mani dello stato (è il caso dello sviluppo delle
polizie private). Anche il sistema scolastico, segue una logica simile:
in parte, integrando le «regole» delle imprese private anche per essere
più funzionale alle esigenze del sistema economico capitalistico; in
parte, favorendo lo sviluppo di scuole private.

Non bisogna nascondersi che questo «salto di qualità» verso lo «stato
diffuso» si nutra in parte della logica profonda della logica di
sviluppo degli apparati moderni dello stato, in particolare
dell'ambivalenza stessa della burocrazia moderna: per un verso, essa
raffigura l'idea di una struttura razionale e anonima (kafkiana) che
incorpora il mito del controllo totale sulla vita degli individui (alla
Orwell, per intenderci); per l'altro, lo sviluppo dell'apparato
amministrativo nei paesi occidentali è andato di pari passo con una
differenziazione interna molto spinta, che ha un impatto in apparenza
«soft» sulla vita degli individui, soprattutto quando deve integrare nel
proprio funzionamento non solo o non più il principio del servizio al
cittadino, ma a quello del cliente. Anche se il potere è in
un'ultima istanza centralizzato, le attività svolte dalle varie
componenti dell'apparato variano sia per forma sia per contenuti e
tendono a occupare in modo capillare gli ambiti di vita (11) per
rispondere non solo agli interessi delle caste burocratiche, a una
esigenza sistemica di controllo sociale, ma anche legittimandosi come
strumenti di garanzia e di controllo di sfere altre (come quella
economica), integrando in parte la logica di queste stesse sfere.

Cresce insomma, con lo sviluppo dello stato diffuso, la difficoltà di
individuare nello stato in quanto tale un bersaglio decisivo della lotta,
contro-egemonica, per l'autonomia individuale e collettiva. Anche i
recenti movimenti «no-global» sembrano, in massima parte, non vedere
nello stato un avversario. Dobbiamo allora considerare chiusa la lotta
moderna per l'egemonia della logica statuale? Il dispiegamento della
logica statuale nell'epoca dell'accumulazione flessibile e delle
politiche neo-liberal-corporative può considerarsi privo di
contraddizioni? E le resistenze? Questi gli interrogativi che saranno al
centro della seconda parte di questo contributo.

Oscar Mazzoleni


Note:
(1) Una riflessione importante sulla logica statuale sta in R. Lourau, Lo
Stato incosciente, Eleuthera, Milano 1988 ; si veda anche, dello stesso
autore, «Logica statalista e logica non statalista» in AA.VV., Le ragioni
dell'anarchia, Eleuthera, Milano 1996, pp. 95-105.
(2) Per «disciplina si deve intendere la possibilità di trovare, in virtù
di una disposizione acquisita, un'obbedienza pronta, automatica e
schematica ad un certo comando da parte di una pluralità di uomini». M.
Weber, Economia e società, vol. I, Comunità, Milano 1999, p. 52.
(3) P. Virno, Mondanità. L'idea di ‘mondo' tra esperienza sensibile e
sfera pubblica, Manifestolibri, Roma 1994, p. 99.
(4) Cfr. T. Hobbes, Leviatano, a cura di T. Magri, Editori Riuniti, Roma
1976.
(5) Cfr. ad esempio M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della
prigione, Einaudi, Torino 1978; Id., ‘Bisogna difendere la società',
Feltrinelli, Milano 1998.
(6) Su questi aspetti, cfr. R.L. Heilbroner, Natura e logica del
capitalismo, Jacabook, Milano 2001.
(7) E' Max Weber che, forse per primo, ha visto un nesso diretto fra
disciplinamento militare, principi razionalizzatori dell'apparato
burocratico statuale e sviluppo dell'impresa capitalista.
(8) P. P. Portinaro, Stato, Il Mulino, Bologna 1999, p. 81.
(9) D. Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore, Milano 1997. (10)
Cfr. A. Bihr, Dall'‘assalto al cielo' all'‘alternativa'. Oltre la crisi
del movimento operaio europeo, BFS, Pisa 1998.
(11) G. Poggi, Lo stato. Natura, sviluppo, prospettive, Il Mulino,
Bologna 1992, p. 192.


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L'articolo e' stato tradotto in francese per La Question sociale #1





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