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(it) Una lezione da cogliere

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Fri, 23 Apr 2004 16:11:37 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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È urgente ricordare alcuni fatti per capire la situazione in Iraq al fine
di dare un'altra prospettiva alle voci che chiedono il ritiro delle
truppe italiane.
Nel 1991, dopo una guerra scatenata dalla Coalizione occidentale che aveva
provocato centinaia di migliaia di morti, in Iraq esplose un'insurrezione
sociale contro la fame e contro il regime di Saddam Hussein. Migliaia di
soldati iracheni abbandonarono l'uniforme, mantenendo però le armi per
rivolgerle contro un sistema che li voleva soltanto carne da cannone.
Contagiando ben presto l'insieme degli sfruttati, la sommossa si allargò
a numerose città, dando vita a forme di autorganizzazione chiamate shoras
(Consigli). Tutti gli Stati occidentali, temendo gli effetti di una tale
sollevazione, armarono il regime affinché soffocasse nel sangue la
rivolta generalizzata. Così fu. Le tanto sbandierate "armi di distruzione
di massa", i micidiali gas chimici vennero allora impiegati dall'esercito
di Saddam Hussein con la complicità, nelle regioni a nord, dei partiti
nazionalisti curdi. L'instabilità sociale sconsigliò agli Stati Uniti e
ai loro tirapiedi o concorrenti di occupare direttamente il paese.
Dopo più di dieci anni di embargo - il quale è costato la vita a un
milione di iracheni - gli Stati Uniti hanno deciso, in nome della "guerra
al terrorismo", che il momento dell'occupazione era venuto. Ciò che la
stampa asservita ha debitamente nascosto è che l'occupazione militare del
2003 non sarebbe mai stata così rapida se i proletari iracheni non
avessero disertato in massa l'esercito, per nulla disposti a farsi
ammazzare per interessi che non erano i loro. Ancora una volta, pensando
bene di disertare con le armi, in attesa. Il resto è storia recente.

Di fronte a condizioni di vita sempre più miserabili, appena crollato il
regime, gli sfruttati saccheggiano tutti i luoghi che ricordano l'odiato
potere e il suo partito. La repressione alleata è brutale, andando ad
aggiungersi all'odio contro i "liberatori", già responsabili, tra
bombardamenti ed embargo, di un gigantesco massacro. Quello che nessuno
esercito poteva fare - e cioè mettere in difficoltà la più grande potenza
militare del mondo - riesce ad una guerriglia sociale. Dagli attentati
contro i convogli militari a quelli contro le ambasciate e i quartier
generali, dagli attacchi contro la nuova polizia irachena ai sabotaggi ai
danni di oleodotti e raffinerie, dai linciaggi dei marines agli scioperi
di massa, orami nessuno può bersi la menzogna di una popolazione che ama
i "soldati portatori di pace". Nessuno che abbia un minimo di lucidità
può credere che una simile sollevazione possa essere opera unicamente di
gruppi islamisti. Tanto per fare un esempio, durante i saccheggi il
"comitato supremo della rivoluzione islamica" invitava, senza successo, a
restituire i beni al governo.

Certo, di fronte all'estremo isolamento in cui si trovano gli sfruttati
iracheni, stretti nella morsa dei massacri democratici e del nazionalismo
integralista, le forze islamiste, strumento della classe proprietaria,
accrescono il loro potere. E noi?

La logica della guerra, con la sua violenza indiscriminata e dunque
terrorista, espone le popolazioni dei governi guerrafondai a terribili
rappresaglie (come le bombe di Madrid insegnano). Non si tratta più di
uno spettacolo televisivo.

C'è un solo modo per uscire da questa spirale di morte: dimostrare nella
pratica che gli sfruttati occidentali non sono alleati dei propri
padroni, bensì complici dei propri fratelli iracheni che i bombardamenti
e la repressione non sono riusciti a domare. La situazione irachena
dimostra che il capitalismo gronda sangue, ma che non è invincibile (come
se ne partono in fretta e furia molte delle sue truppe!). Ecco una
lezione da cogliere nella lotta contro i nemici di casa nostra. Lasciamo
ai nazionalisti le lacrime di circostanza per la vita dei mercenari
italiani al soldo dei capitalisti, lacrime mai versate per tutti i morti
iracheni. Lasciamo agli ipocriti il pacifismo di facciata che invoca
l'Onu, cioè uno dei principali responsabili del massacro iracheno.
Lasciamo ai tardostalinisti il richiamo alle lotte di liberazione
nazionale, da sempre menzogna dei padroni in ascesa e strumento di una
nuova oppressione. Quella in corso a Baghdad, a Bassora o a Nassiriya ha
forme diverse, ma un vecchio nome: lotta di classe.

FUORI LE TRUPPE DALL'IRAQ
SOLIDARIETÀ CON LA GUERRIGLIA SOCIALE IRACHENA

alcuni internazionalisti

Sarà a breve disponibile un opuscolo sulla situazione sociale in Iraq,
con cronache e documenti dell'insurrezione delle shoras del 1991. Per
richieste: Adesso - C.P. 45 38068 Rovereto (TN).

Da: "anarcotico.net" <info@anarcotico.net>





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