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(it) Umanità Nova n.13: Le tasse di Silvio - I lavoratori tra l'incudine ed il martello

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Date Fri, 16 Apr 2004 10:32:15 +0200 (CEST)


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Man mano che si avvicina il periodo elettorale, sale la tensione nella
maggioranza di governo per la paura di una pesante sconfitta. I recenti
risultati elettorali di Spagna e Francia rappresentano un incubo per i
partiti di governo ed in particolare per il capo banda Silvio
Berlusconi. La inaspettata vittoria dei partiti di sinistra nei paesi
citati non è neanche avvenuta per particolari meriti dell'opposizione,
guidata da leader semi-sconosciuti sia all'interno che all'estero, che
hanno ereditato strutture e organizzazioni screditate, agonizzanti e
logorate da precedenti e devastanti esperienze di governo. Alla
sconfitta di Aznar ha contribuito in misura determinante l'ondata di
indignazione civile che ha attraversato la Spagna dopo la palese
strumentalizzazione della strage di Madrid da parte del governo. La
sconfitta del centro-destra francese è legata senz'altro al malessere
sociale creato dalla politica del governo Raffarin, alle sue drastiche
scelte sociali in tema di pensioni, sanità, politiche del lavoro, oltre
che al carattere decrepito di una classe politica incapace di
rinnovarsi per tempo.

Ma il caso greco ed il caso tedesco dimostrano che non si tratta di
un'ondata "riformista" capace di ridisegnare politicamente l'Europa, come
nel 1997-2000, quando 13 paesi su 15 vedevano al potere coalizione di
centro-sinistra. Semmai la sostituzione dei socialisti greci con Nuova
Democrazia e la riduzione ai minimi storici della consistenza della Spd
tedesca in alcuni "lander" chiave denunciano che chiunque è al governo
paga dazio: le politiche recessive che si è data l'Europa hanno gli
stessi contenuti alle diverse latitudini e creano gli stessi problemi di
consenso sociale. Nel momento in cui Berlusconi rilancia riforma delle
pensioni e taglio dei ponti festivi, la Spd tedesca si dilania sulla
necessità di alzare l'età pensionabile e ridurne le
prestazioni, cercando contemporaneamente di far salire la produttività
con l'allungamento degli orari di lavoro.

Tutto il mondo è paese, verrebbe da dire, ma il nostro paese è sempre un
pochino speciale. Qui non si tratta infatti, semplicemente, di
organizzare attraverso il voto una sostituzione dell'elite di governo,
mettendo in moto un ordinario processo di alternanza politica. La
specificità del ceto politico portato su da Forza Italia e dai suoi
sottomessi alleati ne fa un soggetto potenzialmente molto più
pericoloso e inaffidabile. Il complesso dei problemi che possiamo
riassumere come conflitto di interessi rende assai problematica una
normale transizione di potere. Un governo che è ossessionato dalla
sistematica necessità di occupare ogni casella e di spianare qualunque
sembianza di potere contrapposto al suo può innescare dinamiche molto
pericolose per il normale esercizio della democrazia formale. Un
governo così fragile e così debole è capace di tutto, ma non di reggere
ad un esito elettorale infausto, che potrebbe scatenare la sindrome da
abbandono della nave in avaria.

Ecco perché Berlusconi e i suoi azzurri hanno sentito il dovere di
proporre misure "non convenzionali" per sbloccare la situazione di stallo
dell'economia, usando il convegno Confcommercio di Cernobbio come
trampolino di lancio. Il segnale forte che Tremonti e il suo capo hanno
voluto lanciare è quello di creare uno shock economico attraverso
l'accelerazione della riforma fiscale, adottando al più presto la
modulazione delle aliquote e degli scaglioni precedentemente proposta e
programmata "entro la fine della legislatura". Per vincere le elezioni (o
perlomeno tentare di non perderle) Berlusconi vuole fare qualcosa entro
aprile, per capitalizzare i risultati della sua campagna di
marketing già entro giugno. Il piatto forte prevede il passaggio a due
sole aliquote: 23% fino a 100.000 euro e 33% oltre quella cifra. In
realtà le aliquote sarebbero tre, perché fino a 10.000 euro (circa)
funzionerebbe l'aliquota zero della "no tax area". Questa riforma
dovrebbe portare all'aliquota del 23% quasi tutti i contribuenti:
secondo i dati fiscali del 2000, circa il 99.5% degli oltre 31 milioni di
contribuenti italiani starebbe sotto i 100.000 euro. Lo slogan meno tasse
per tutti starebbe quindi per diventare realtà, con sommo
vantaggio per tutti quelli che hanno redditi alti. Chi paga l'aliquota
massima del 45% risparmierebbe decine di migliaia di euro, chi invece è
posizionato sui livelli inferiori quasi non se ne accorgerebbe. Si tratta
infatti di verificare come giocherebbe la revisione delle
detrazioni e la loro sostituzione con le deduzioni, soprattutto sui
redditi medi e medio-bassi.

Per quanto sia inutile addentrarsi ora in simulazioni su modelli di cui
non sono note ancora le reali caratteristiche tecniche, conviene badare
alla sostanza ed alla praticabilità del progetto. Non a caso gli
alleati di governo si sono dimostrati freddi e contrariati dalle
sparate del premier. Fini ha detto che sarebbe meglio cominciare
dall'Irap, che appesantisce (a suo dire) la piccola e media impresa.
Buttiglione ha chiesto quali spese dovrebbero venire tagliate.
L'opposizione grida all'ennesima boutade propagandistica.

In effetti l'adozione immediata delle due aliquote costerebbe circa 20
miliardi di euro l'anno. Berlusconi si è spinto fino a ipotizzare un
taglio iniziale di 6 miliardi di euro, affidando a Tremonti il compito di
trovarli tagliando le spese, gli sprechi e i trasferimenti alle aziende
ex-pubbliche (circa 50 miliardi all'anno). Il problema di
copertura si fa oltremodo drammatico, dopo il fallimento sostanziale del
condono edilizio, cui ha aderito una minima parte degli "aventi diritto".
È vero che la strada del condono è stata sbarrata dal ricorso
costituzionale delle Regioni, la cui sentenza è prevista non prima
dell'11 maggio, e che l'incertezza normativa ha consigliato un rinvio
fino al 30 giugno prossimo venturo. Il guaio serio è che il governo ha
posto dei problemi pesanti per tutta la finanza pubblica, perché il
costante taglio dei trasferimenti agli enti locali (fatti 100 nel 1990,
si è scesi a 63 nel 2003) ha fatto impennare la tassazione di Ici e
addizionali regionali e comunali, che sono salite in modo esponenziale
negli anni passati (oltre la metà dei comuni ha dovuto istituire le
addizionali per sopravvivere). Vista la fortissima crescita della
tassazione locale, il governo ha pensato bene di impedire per legge, ai
comuni che non l'avessero già fatto, di introdurre nuove addizionali. Gli
enti locali rischiano così la bancarotta in poco tempo.

La stagnazione economica aggrava ulteriormente lo squilibrio
territoriale. I poco più di 200.000 posti di lavoro "creati" dal
governo Berlusconi e dalla sua legge 30 non hanno impedito di
accrescere il divario tra Nord (disoccupazione ufficiale al 3,9%) e Sud
(disoccupazione ufficiale al 17,8%). L'Italia arranca, dopo la
Germania, all'ultimo posto per crescita economica all'interno della Uem e
presto i dati di bilancio imporranno anche all'Italia di chiedere
l'autorizzazione a sforare sui parametri di Maastricht, senza subire
sanzioni. Non è scongiurato il pericolo di un declassamento del rating
paese da parte di Standard & Poor entro la fine della prossima estate. La
Commissione europea potrebbe aprire a giorni una procedura di "early
warning" per il deficit italiano fuori controllo.

L'inarrestabile caduta del settore manifatturiero italiano non conosce
soluzione di continuità ed il governo è troppo occupato nelle sue risse
per inventarsi qualcosa che ne inverta la rotta. In un contesto del
genere, il taglio delle tasse può concretizzarsi soltanto mediante il
taglio radicale della spesa sociale, scaricando sulla finanza
decentrata i costi politici dell'inasprimento della tassazione locale.
L'operazione di propaganda può quindi produrre delle conseguenze molto
serie sul proseguimento del percorso di "risanamento" della finanza
pubblica italiana. La sinistra avrebbe così buon gioco nel riproporsi
come unica depositaria di una visione rigorista dei conti pubblici e
candidata naturale alla gestione dei sacrifici necessari a recuperare il
terreno perduto.

Il risultato finale è che nella tenaglia destra-sinistra finisce
sbriciolata la qualità della vita della stragrande maggioranza del lavoro
salariato, su cui non diminuisce la pressione fiscale effettiva da parte
dello stato ed aumenta l'imposizione locale attraverso tasse e rincaro
dei servizi. Una tendenza che può essere arrestata non certo attraverso
un cambio di maggioranza parlamentare, ma solo da una
ripresa della resistenza dal basso alle politiche liberiste.

Renato Strumia


Da Umanità Nova, numero 13 dell'11 aprile 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne




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