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(it) Umanita Nova n.13: Stato forte e piccole patrie - L'Italia dei ricchi e dei potenti nella nuova Costituzione

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Wed, 14 Apr 2004 20:16:46 +0200 (CEST)


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Un po' in sordina, forse rispetto all'importanza della "riforma", è
passato in Senato il Ddl noto ai più con il curioso termine di
"Devolution". Si tratta di una riforma radicale, ancora incompleta, della
struttura dello Stato per come la abbiamo conosciuta a partire dal 1947
in poi.
I pilastri su cui si fonda la "Devolution" sono quattro:
1) Il nuovo Parlamento.
2) Il Premierato forte
3) Il nuovo presidente della Repubblica
4) La devoluzione di diverse competenze legislative alle regioni.
La riforma del Parlamento copre contestualmente gli altri tre punti, che
nell'impianto legislativo trovano un loro equilibrio tra la
maggiore potestà autoritativa del Premier, o Presidente del consiglio a
seconda che si voglia utilizzare la lingua anglosassone o quella
italica, e le funzioni legislative proprie delle Regioni in un contesto
federale molto esteso. Va da sé che i poteri del Presidente della
Repubblica debbano essere, in questo impianto legislativo, notevolmente
ridimensionati.

La regioni (devolution) hanno la competenza esclusiva sulla Sanità,
sull'Organizzazione scolastica, compresi i programmi di interesse
regionale e sulla polizia locale. Il governo può intervenire soltanto su
quelle leggi che ledano l'interesse nazionale, chiedendo, nel caso in cui
una regione non voglia farlo, l'intervento diretto del Capo dello stato
per la loro abrogazione.

Possono essere istituite, con procedura semplificata, delle nuove
regioni (per 5 anni dopo l'entrata in vigore della riforma), a patto che
abbiano almeno un milione di abitanti.

Sul versante centrale/centralista il Premier rafforza alcune
prerogative: viene nominato dal Capo dello stato sulla base
dell'andamento delle elezioni, ovvero egli è direttamente collegato alla
coalizione vincente. Per insediarsi il Presidente del consiglio non ha
bisogno della fiducia della Camera. Il Capo dello stato ratifica
sostanzialmente l'andamento elettorale, a questo punto mi pare di
capire, rigidamente maggioritario - uninominale. Addio frange
"estreme"!

Il Premier dispone della facoltà, inoltre, di nominare e revocare i
ministri e di sciogliere la Camera. Di qui la maggioranza, senza
ribaltone, potrà indicare un nuovo Premier. Se al contrario è la Camera a
votare la mozione di sfiducia, l'assemblea viene sciolta
automaticamente e si va alle elezioni.

Il Parlamento è composto dalla Camera dei Deputati che passa da 630 a 400
eletti (più 12 da elezioni di italiani all'estero) e dal senato federale
della Repubblica, composto da 200 senatori (oggi sono 315) e da 6
rappresentanti degli italiani all'estero.

L'elezione del Senato federale avviene contestualmente a quello delle
Regioni. La Camera si occupa soltanto delle leggi dello Stato, mentre il
Senato sia di quelle dello stato che di quelle delle Regioni.

Per finire il Presidente della Repubblica ha la facoltà di concedere la
grazie e di commutare le pene, senza necessità di proposta e
controfirma del ministro della Giustizia. Quello che non gli è concesso
di fare, invece, è di scegliere il primo ministro, di sciogliere le
camere e di presentare alle Camere i disegni di legge.

Alcuni considerazioni intermedie:

La riforma è incompleta soprattutto su di un punto che, o seguirà a
ruota, o porterà all'assoluta bancarotta regionale e, di conseguenza,
alla negazione contestuale del diritto alla salute e del diritto
all'istruzione (alla polizia non negheranno mai quattrini): la cassa. O
le regioni potranno trattenere la gran parte delle risorse finanziarie
locali (federalismo fiscale sul modello delle regioni autonome) o
saranno costrette ad inventarsi una quantità tale di tasse dirette ed
indirette da far rimpiangere la fiscalità scandinava (senza offrire gli
stessi servizi, naturalmente!).

Per quanto riguarda lo Stato è chiaro, a dispetto di quanto sostenuto dai
"centralizzatori bolscevichi" e dagli statalisti incalliti, che non solo
non verrà indebolito, ma che verranno rafforzate le sue funzioni di
controllo e di repressione in un quadro di totale dipendenza delle
maggioranze parlamentari dal proprio Capo del governo, che, se saprà
usare sapientemente l'arma dello scioglimento delle camere, potrà
imporre a suo piacimento qualsiasi linea politico - legislativa.

Per quanto riguarda invece i diritti fondamentali tutto farà
presupporre ad una non equa distribuzione delle risorse, ad una
diversificazione territoriale di tipo qualitativo, ad una erosione di
diritti acquisiti sulla base di scelte locali. Immaginiamoci ad
esempio, sul tema dell'aborto, competenza oramai regionale sulla base
della seguente riforma, che lo stato centrale non tocchi in alcun modo la
194, ma che 15 regioni deliberino in assoluta autonomia che dalle loro
parti la pratica abortiva è vietata. L'ostacolo nazionale può essere
aggirato nella dimensione locale. Potrà anche succedere il
contrario, ovvero che alcune regioni rappresentino l'avanguardia in
alcuni servizi, ma a questo punto il problema rimane immutato: potranno
esse accogliere milioni di cittadini provenienti da altri territori che
chiederanno prestazioni sanitarie o scolastiche standard, ovvero
decenti, che la loro struttura regionale non è in grado di offrire?

Altra questione: la cittadinanza regionale potrà vincolare gli abitanti
del territorio alla precedenza nell'accesso ai servizi, favorendo, in
questo modo, un ulteriore processo di separazione territoriale e di
discriminazione sociale nonché "etnica".

Anche la struttura salariale verrà modificata dai contratti regionali nei
diversi comparti lavorativi, fase che precederebbe, accelerandola, la
scomparsa della contrattazione collettiva nazionale, dando luogo, senza
colpo ferire in materia giuslavoristica, alle gabbie salariali che tanto
piacciono a Rutelli ed alla Confindustria. Ulteriori gabbie salariali
potranno essere create, perché no, all'interno delle diverse province,
comuni, comparti etc.

Come alcuni sanno, come anarchici da sempre ci definiamo federalisti,
facciamo parte di una federazione, o di realtà federate, di gruppi non
centralisti e pensiamo che una società antiautoritaria possa reggersi
tramite il collegamento di libere realtà associate di produttori e
consumatori, di appartenenza linguistica..., caratteristiche definite di
volta in volta da coloro che si vogliono ad esse aggregare o che vogliano
costruirne delle nuove.

I presupposti della costruzione della nostre società federate sono
fondamentalmente tre:

1) la scomparsa degli Stati e delle loro funzioni di controllo e di
repressione (polizia, carcere, tribunale, eserciti...);

2) un'organizzazione sociale e produttiva di tipo comunistico, ovvero che
preveda la socializzazione dei mezzi di produzione,
l'autorganizzazione dei tempi e delle modalità produttive (riduzione
radicale dei tempi di lavoro, riduzione radicale delle quantità
prodotte, eliminazione della concorrenza di mercato...) l'autogestione
nella distribuzione...;

3) la libertà, o meglio, la disperata ricerca e messa in pratica di
libertà individuali e collettive.

Penso che a questo punto risulti evidente come il nostro federalismo non
centri nulla con quello leghista e con quello para-fascista. Per loro il
federalismo è la separazione autosufficiente di comunità che si presumono
identiche su base "razziale" (sangue, terra, nazione), per continuare a
sfruttare, competere ed eliminare tutto ciò che non è integrabile in quel
modello.

Pietro Stara



Da Umanità Nova, numero 13 dell'11 aprile 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne


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