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(it) Umanità Nova n.12: Le frontiere dell'odio - Omicidi mirati, kamikaze, apartheid

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Date Fri, 9 Apr 2004 09:43:02 +0200 (CEST)


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La mattina dell'assassinio di stato dello sceicco Yassin, padre
fondatore e leader spirituale di Hamas, ucciso da tre missili lanciati da
un elicottero israeliano di fabbricazione americana pagato dai
contribuenti oltroceano come pegno alla lobby ebraica, una strana
atmosfera si respirava per le strade di una Gerusalemme vuota e
desolatamente deserta, sia nella parte ovest, per i fondati timori di una
ritorsione controterroristica da parte di qualche kamikaze
infiltrato, sia nella parte est, chiusa a lutto per tre giorni senza
eccezioni di sorta (avrò contato qualche fornaio e le farmacie
espressamente esentate). Anche a Ramallah e all'università laica
Birzeit, dove la presenza di Hamas non è certamente maggioritaria, la
serrata è stata totale. L'impressione di un salto di qualità nella lunga
guerra asimmetrica di terrore infinito israeliano e di tiepida risposta
palestinese è palpabile, e non solo per la qualità della
vittima eccellente, un settantenne paralitico e semi cieco che, nella
galassia del fondamentalismo islamico, era noto per le posizioni
moderate: in buona sostanza, secondo Yassin Hamas deve restare un
partito palestinese, promuovere un assistenzialismo sociale di natura
religiosa (colmando il vuoto di una Autorità palestinese corrotta e
incapace di spendere le enormi cifre ricevute dai donatori
internazionali a fini sociali e non pro domo dei singoli dirigenti
arricchitisi), lottare per la liberazione nazionale della Palestina dal
Mediterraneo al Giordano, segnando la fine di Israele e degli
israeliani per il 2027, anno del sorpasso demografico che costringerà lo
stato ebraico a adottare una cittadinanza non religiosa né etnica, ma
banalmente liberale e democratica - il che per ora non è.

La morte di Yassin porta al vertice leader politici indubbiamente meno
carismatici ma più radicati e estremisti, qualcuno probabilmente più in
sintonia con la strategia fondamentalista globale di attacco
all'occidente a tutto campo, con alleanze tattiche e l'integrazione di
Hamas nella galassia di Al Qaeda. È possibile così che la mossa di Sharon
- eliminare la testa di Hamas per non far celebrare vittoria quando
Israele lascerà nel proprio brodo il paio di milioni di
palestinesi accerchiati e distrutti nella striscia di Gaza, con Arafat
debole e Hamas indebolito - sia tatticamente legata al cinismo che
contraddistingue un militare criminale sin dagli anni '50, pervenuto al
potere con l'intento di rafforzare la lobby agricola di cui è il
massimo esponente, continuare il modello di sviluppo arretrato
(edilizia e trasporti, tipico dell'Italia da anni '60 per intenderci),
senza alcuna idea di come porre Israele nel mondo, legato mani e piedi al
carro a stelle e strisce che lo sussidia generosamente con
contributi a fondo perduto, fidejussioni bancarie, vendite di
armamenti, incassando depistaggi dei servizi come i falsi dossier sulle
armi di distruzione di massa in possesso al nemico Saddam, attirando così
direttamente Bush nella polveriera mediorientale come mai prima d'ora.

La ritorsione di Hamas copre un arco di controterrorismo che va da civili
inermi a obiettivi civili (aeroporti e centri commerciali), sino a tre
individui al vertice della gerarchia ebraica: Sharon stesso, il ministro
della difesa Mofaz e il generale Ya'lon dei servizi di
sicurezza. Non sarà facile colpirli a casa loro, vista la blindatura,
tuttavia se Hamas rinuncerà a parte della propria sovranità per legarsi
alla galassia Al Qaeda, qualcuno potrebbe colpire tali obiettivi per
conto loro altrove. Nonostante il Muro in costruzione e i numerosi check
point militari che isolano le città palestinesi dal resto del mondo e, in
frequenti casi, anche tra di loro, l'ossessione sicuritaria israeliana,
in linea con il resto dei regimi occidentali, è tale
soprattutto perché umilia e degrada la persona dell'altro straniero e
potenzialmente ostile, ma nulla ha a che vedere con la sicurezza reale
dei cittadini inermi da ogni lato.

Gli analisti hanno invitato il governo a ritirarsi da Gaza adesso, dopo
l'effetto Yassin, prima che il mondo isoli Israele; il ritiro dipenderà
in parte anche dalla sorte personale di Sharon, su cui pende un rinvio a
giudizio per corruzione piuttosto fondato, in parte dal destino dei
coloni insediati nella striscia di Gaza, che controllano direttamente le
risorse idriche ivi presenti in importanti acquiferi costieri. La deriva
fascisteggiante della società israeliana, in cui l'80% della popolazione
si sente in guerra aprovando l'operato del governo (almeno stando a
credere ai sondaggi) e in cui la sinistra pacifista è
confinata in un angolo anche per via della sua dipendenza istituzionale
da partiti e partitini che non sono stati da meno nella discriminazione e
nelle politiche di conquista e annessione della terra di palestina, fa
sembrare che ancora non si è toccato il fondo, sia del conflitto vero e
proprio, sia del destino infausto delle popolazioni.

La comunità internazionale, totalmente dipendente dal volere di Bush
(tranne episodici casi europei), condanna ipocritamente a parole senza
muovere un reale passo verso la posizione più debole, che non è certo
quella di Arafat o di Hamas, ma semplicemente quella della popolazione
araba e palestinese vituperata da una occupazione militare come poteva
essere quella tedesca in Francia nel secondo conflitto mondiale. A chi
straparla di integrare Israele nell'Unione europea, nella speranza di
convincere i governanti locali ad adottare uno stato di diritto oggi più
simile a quello turco (non a caso partner ideale in scambi militari e
commerciali, per non parlare delle forniture d'acqua via mare che
risolverebbero il problema per Israele aggravandolo per Siria e
Giordania) che a quello pallidamente liberale in vigore (ma per quanto
ancora?), va ricordato invece come uno stato che pratica
discriminazione e apartheid vada combattuto anche con mezzi diplomatici
come si fece con il Sudafrica: boicottandolo in ogni occasione,
ritorcendogli contro le discriminazioni che fa subire ai cittadini propri
e altrui, espellendolo dalle assisi internazionali di ogni
genere, anche sportive, vietando il commercio estero dei propri
prodotti, e via dicendo su una linea che asfissierebbe Israele nel giro
di qualche mese, come già si va notando assistendo alla fine del
turismo in Terra santa che pure contribuiva alla ricchezza del paese. Ciò
dovrebbe rimettere in discussione anche la cooperazione
internazionale in favore degli arabi, che non beneficiano quasi in niente
ma subiscono oltremodo l'umiliazione di vedere legittimato uno stato di
occupazione militare visibile sulle strade, nei villaggi in cui si
demoliscono impunemente case di comune abitazione, nella Città vecchia a
presidio dei luoghi sacri alle tre fedi religiose (indovinate cosa
risulta impossibile visitare da semplici turisti...), negli
insediamenti coloniali che sottraggono terra agli agricoltori arabi
espropriandola con un provvedimento civile quasi sempre inappellabile,
talvolta sospendibile temporaneamente, emanato da una autorità militare
insediatasi sin dal 1967, e in alcuni casi sin dal 1948.

Il terrore quotidiano di Sharon e soci insulta la storica cultura
ebraica come mai l'hanno fatto gli arabi assolutamente non responsabili
della Shoah. Lo strapotere israeliano sul piano militare è talmente
innegabile che la conta dei morti dalla II Intifada in poi (settembre
2000) è della proporzione di 4 a 1 a sfavore dei palestinesi, che pure
non sostengono i suicidi se non come atto estremo di disperazione
plagiata da fanatismo religioso speculare a quello ebreo ortodosso la cui
esistenza in vita è a carico di tutta la società israeliana,
compresa quella laica, che consente l'esonero dal lavoro e dal servizio
militare ai portatori di una fede tradizionalista e altrettanto
integralista di quella islamica, con la quale molti elementi sono
similari.

L'eliminazione del leader spirituale in quel modo totalmente vietato
dalle convenzioni internazionali e dallo stesso ius bellico dimostra
l'arroganza di una elite che calpesta la propria tradizione martoriata,
prendendo l'antisemitismo ormai da alibi per coprire ogni efferatezza
disumana e coprire la precisa volontà di sterminio di una popolazione
considerata in blocco nemico da annientare fisicamente e
geograficamente.

Salvo Vaccaro



Umanità Nova, numero 12 del 4 aprile 2004, Anno 84
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