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(it) UmanitÓ Nova n.12: Dopo lo sciopero del 26 marzo - Consunti riti contrattuali

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Date Wed, 7 Apr 2004 15:18:16 +0200 (CEST)


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A pochi giorni di distanza dalla sciopero di CGIL-CISL-UIL del 26 marzo Ŕ
possibile cogliere alcuni elementi dello scenario che si sta
disegnando da alcuni mesi.
Credo valga la pena partire dall'intersecarsi di due dati:
* l'adesione allo sciopero Ŕ stata consistente e, nello stesso tempo, ha
reso visibile un significativo modificarsi della composizione
politica delle classi subalterne e delle aree di insediamento del
sindacalismo istituzionale. In luogo delle tradizionali tute blu, la
piazza Ŕ stata riempita da lavoratori del settore pubblico, dai
pensionati, dai lavoratori dei servizi. Ha contribuito a rafforzare
questa deriva la scelta di CGIL-CISL-UIL di far confluire lo sciopero
della scuola contro la riforma Moratti in quello generale del 26 ma
questa coincidenza non Ŕ nÚ l'unica nÚ la principale spiegazione di un
fenomeno che ha ragioni strutturali di lungo periodo;
* il fronte sindacale istituzionale sembra essersi, nel medio periodo
visto che nei tempi lunghi siamo tutti morti, ricomposto. Gli scontri al
calor bianco fra CGIL e CISL che ci hanno allietato un paio di anni
addietro sembrano superati grazie ad un'attitudine del governo che
fornisce buone ragioni di scandalo alla burocrazia sindacale, alla fine
della ricreazione che la CGIL si era presa all'avvento del governo della
destra, al disincanto della CISL nei confronti dei suoi
interlocutori della destra sociale da AN all'UDC.

Mai come in questo caso l'orripilante categoria di "moltitudine" sembra
inverarsi: una massa di individui atomizzati in una fase di conflitto
relativamente modesta scende in piazza a manifestare la propria
opposizione alla politica sociale del governo e delega le
organizzazioni tradizionali del movimento dei lavoratori a
rappresentare questa opposizione.

Pesano, ovviamente, la massiccia struttura dei sindacati, la
vivacizzazione dell'opposizione parlamentare in fase pre elettorale, le
bestialitÓ del governo ma Ŕ anche evidente che vi Ŕ uno scarto fra
mobilitazione ed obiettivi sui quali si sviluppa.

Da parte di CGIL-CISL-UIL, infatti, vi Ŕ una difesa della riforma
previdenziale della sinistra che Ŕ, non ci vuole molto, migliore di
quella proposta della destra non foss'altro che perchÚ la seconda
aggrava quanto concesso con la prima. D'altro canto, giÓ con l'attuale
sistema previdenziale un numero crescente di lavoratori andrÓ in
pensione o in condizioni miserevoli (lavoratori atipici ecc.) o di
semplice povertÓ (neoassunti a tempo indeterminato).

Nei fatti, un numero crescente di salariati sarÓ costretto ad affidarsi
ai fondi pensione per garantirsi un reddito appena decenne e non Ŕ
necessaria un'eccessiva maliziositÓ per comprendere quanto pesi
nell'attuale scontro sindacale la determinazione di quelli che saranno i
gestori dei fondi pensione.

Da un punto di vista pi¨ generale, le burocrazie sindacali hanno
assunto una posizione politica che potremmo definire "sviluppista". A
fronte di un governo che sembra vivere il declino del sottosistema
capitalistico italiano con una relativa buona grazia (il nanismo delle
imprese industriali e la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo
pare non dispiacere a chi punta sulla finanza e sul turismo e
spettacolo) la sinistra politica e sindacale si riscopre pensosa delle
sorti del capitalismo italiano e cerca e rivendica interlocuzioni nei
settori "sani" del padronato.

Basta, a questo proposito, leggere quanto dichiara a "La Repubblica" del
29 marzo Savino Pezzotta:

"Il problema, qui, non Ŕ quante ore si lavora, ma in quanti si lavora. Le
ore sono tante, pi¨ che in Francia e Germania. La crisi economica non
nasce dal fatto che il paese batte la fiacca, ma dal fatto che la sua
industria, la sua competitivitÓ, la sua ricerca, sono in piena decadenza.
E non lo diciamo solo noi sindacalisti. Lo dicono, ormai, anche ampi
settori dell'industria, dal siderurgico al tessile, sempre pi¨ disposti
al dialogo con noi e sempre pi¨ preoccupati. Ma il governo non vede
quello che sta succedendo nel paese? Quando farÓ qualcosa di serio?"

Non si tratta, questo va da sÚ, di una novitÓ. Il blocco dei produttori Ŕ
una vecchia favola togliattiana che torna bene anche oggi.
Naturalmente questa logica prevede che i lavoratori siano pronti ai
necessari sacrifici purchÚ i sacrifici stessi siano funzionali allo
sviluppo del capitale nazionale o di quello europeo.

D'altro canto l'uomo che ci costringe ad essere antiberlusconiani
nonostante i caratteri orripilanti dell'antiberlusconismo Ŕ riuscito a
superare se stesso proponendo di allungare l'orario annuo di lavoro come
condizione per accrescere il prodotto nazionale lordo e, forse, le
retribuzioni. Una "simpatica" provocazione ma anche il segno della
miseria dei tempi.

Quello che, tornando a discorsi pi¨ seri, oggi manca, e la cosa non
stupisce affatto, Ŕ una piattaforma, anche solo sindacale, radicale e
condivisa consapevolmente da strati larghi di lavoratori su alcuni punti
precisi: salari, previdenza, servizi pubblici, diritti.

Ed Ŕ su questa mancanza che vi Ŕ uno spazio, tutto politico, sul quale Ŕ
possibile lavorare ponendo l'accento su alcune articolazioni di una
possibile strategia di classe:
* il nesso fra capacitÓ di contrasto effettivo alle politiche padronali e
piattaforme. Basta, a questo proposito, ripensare alla recente
mobilitazione degli autoferrotranvieri;
* la denuncia non astratta ma documentata ed articolata della
statalizzazione del movimento operaio istituzionale (i fondi pensione a
gestione sindacale ne sono un buon esempio) e delle sue ricadute - non si
scambia, infatti, nulla se non si cede qualcosa - sulle condizioni
materiali dei lavoratori;
* la costruzione di una rete di militanti politico sindacali capaci di
svolgere un'azione puntuale di orientamenti sui luoghi di lavoro e di
tenere rapporti operativi con i compagni delle altre aziende e
categorie
* lo sviluppo delle strutture sindacali che - con tutti i limiti che
conosciamo - rompano con la statalizzazione del movimento dei
lavoratori
* la capacitÓ di connettere, senza fughe in avanti ma anche senza
timidezze, le lotte dei salariati normati e quelle dei lavoratori fuori
dal sistema dei diritti.

In una prospettiva pi¨ ampia si tratta di riqualificare, sulla base delle
esperienze maturate, il progetto stesso di sindacalismo
libertario sul quale siamo impegnati.

Cosimo Scarinzi


UmanitÓ Nova, numero 12 del 4 aprile 2004, Anno 84
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