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(it) Congresso IFA: FAI - presentazione e documenti [parte II]

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Date Tue, 6 Apr 2004 11:39:15 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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3 - Analisi della situazione internazionale

La guerra permanente come paradigma del dominio statuale e capitalista:
Oggi la logica del dominio e del profitto vede lo scontro di tutti i
poteri tra di loro, unificati solo dalla volontà di affamare, umiliare e
massacrare le classi subalterne. Per il resto, i meccanismi
ideologici di un tempo - lo stesso "neo"liberismo imperante per ogni dove
- sono relativamente secondari di fronte allo scenario di uno scontro
feroce per il predominio, dove gli obiettivi sono la
sopravvivenza immediata e la distruzione del nemico a qualunque costo,
fosse pure la distruzione, di lì a non molto, delle stesse possibilità di
vita sul pianeta.

In questi ultimi anni abbiamo assistito all’affermarsi del paradigma
della "Guerra Permanente". Enunciato dopo gli spettacolari attacchi
contro il Pentagono e le Torri gemelle, si è perfezionato nel periodo
successivo definendo uno schema che pone la guerra come elemento
costante del panorama politico. Il pretesto della "guerra al
terrorismo" è divenuto la chiave di volta di una politica guerrafondaia
diretta ad affermare le ragioni del più forte in spregio persino delle
flebili "regole" del diritto internazionale, portando a probabilmente
definitivo compimento l’esautorazione di ogni residua funzione
mediatrice dell’ONU.

La guerra permanente, preventiva, globale non è che l’ultima forma con la
quale assicurare il dominio del più forte, affermando le "ragioni" di chi
sfrutta, asserve, opprime la maggior parte della popolazione del pianeta.
Queste "ragioni" si definiscono in base a poste in gioco ben evidenti per
quanto misconosciute sul piano propagandistico. La
principale è il controllo delle fonti energetiche (non solo petrolio, ma
altresì acqua ed i minerali necessari per le tecnologie di controllo
satellitare ad uso militare e civile) e delle vie di comunicazione
attraverso le quali ne è garantito l’approvvigionamento. Lo strumento
bellico impiegato nelle aree cruciali per gli interessi statunitensi
garantisce agli USA il mantenimento di un primato che, sul piano
strettamente economico è loro conteso dall’Europa, dal Giappone e da
Russia, Cina, India, che, invece, non dispongono né dei dispositivi
bellici né dell’autonomia necessari a contrastare le pretese egemoniche
di Washington. In effetti una possibile chiave di lettura
dell’escalation bellica degli ultimi dieci anni vede il
ridimensionamento delle ambizioni degli storici "alleati" degli USA tra i
non secondari scopi della smania bellicista dell’amministrazione
americana.

I paesi europei, hanno negli ultimi anni assunto il ruolo sempre più
ambiguo e difficile di "alleati/competitori" degli Stati Uniti e delle
loro politiche guerrafondaie. Privi di una forza d’urto bellica e di una
capacità di coordinamento politico efficace i paesi dell’Unione Europea
si barcamenano tra il tentativo di creare un polo militare e
l’affiancamento in chiave competitiva delle politiche guerrafondaie degli
USA. Appare perciò risibile la pretesa propagandistica
dell’europeismo democratico di costruire un polo alternativo
all’imperialismo USA.

L'Italia, abbandonato il non-interventismo tipico dell’era
democristiana ed il ruolo di supporto dell'imperialismo anglo-americano
integrato da quello di mediazione verso il mondo arabo, ha oggi un
proprio ruolo imperiale attivo nello scacchiere Europeo e mondiale, con
interessi e specificità da difendere che la localizzazione mediterranea
le permettono: dal protettorato in Albania agli interventi di
ricostruzione nelle zone disastrate dalle guerre (Bosnia, Kossovo,
Afganistan...) alle lucrose commesse nella produzione e nello smercio di
armi. Il riallineamento in chiave atlantica del governo di
centro-destra è di fatto complementare al ruolo regionalmente
imperialista dello Stato italiano, che può così tentare di contrattare la
"mano libera" nei suoi protettorati in cambio del sostegno attivo alle
politiche guerrafondaie degli Stati Uniti.


Dalla guerra umanitaria alla guerra permanente...

La fine della guerra fredda ha rappresentato una cesura importante non
solo perché da un mondo bipolare si è passati ad un mondo unipolare ma
anche e soprattutto perché ha imposto l’obbligo di ridisegnare
l’immagine del nemico. Infatti lo sgretolarsi "dell’impero del male" rese
impossibile pensare il nemico come colui che minaccia la tua
esistenza, capace di dispiegare una potenza bellica tale da provocare la
distruzione del pianeta e la fine della specie. Delle due
caratteristiche peculiari dell’immagine del nemico, ossia l’essere
cattivo e l’essere capace e voglioso di una minaccia diretta, la
seconda era venuta meno, perché nessun pericolo forte pareva incombere
sull’unica super potenza. Non era quindi per gli Stati Uniti ed i paesi
suoi alleati più possibile prefigurare la guerra come estrema ratio
difensiva contro una minaccia mortale. In questa prospettiva venne
progressivamente disegnato un nuovo paradigma bellico, una rinnovata
concezione del ruolo e della funzione delle macchine da guerra, che
altrimenti potevano rischiare di vedere, sia pur mai esautorata, certo
assai ridimensionata la propria funzione.

Venne così delineata la logica dell’ingerenza umanitaria che, anziché
entrare in rotta di collisione con il vecchio principio della
non-ingerenza negli "affari interni" di un paese, curiosamente lo
affiancò. In tal modo quello dell’ingerenza umanitaria divenne l’alibi
duttile, sempre disponibile anche se mai delineato in modo preciso in
termini di diritto internazionale. All’ingerenza umanitaria che venne
invocata per giustificare la guerra in Kosovo fece da contrappunto
l’applicazione del principio della non-ingerenza negli affari interni per
quello che riguardava il massacro in atto in Cecenia o la guerra contro
le popolazioni curde, per non parlare del sempre più crudele conflitto in
Palestina ed Israele. Il paradigma della guerra
"umanitaria" fece riemergere il tema della guerra "giusta", la guerra
combattuta per imporre una verità, un ordine, una visione del mondo. Una
guerra sporca perché suo alibi sono le vittime e i profughi tra la
popolazione civile e perché un simile alibi reggesse occorreva che vi
fossero sempre più persone uccise, torturate, stuprate, sempre più gente
senza casa e senza speranza, attonite pedine di un gioco deciso altrove.

Questo schema era tuttavia ancora scarsamente duttile perché la
mobilitazione emotiva necessaria a raccogliere consensi tra le
popolazioni dei paesi occidentali, e di quelle statunitensi in
particolare, per la realizzazione delle imprese belliche "umanitarie"
trovava il proprio limite proprio nell’evidente fallimento degli scopi
dichiarati del conflitto.

La guerra "umanitaria" ha mostrato con fin troppa evidenza di essere un
meccanismo perverso che accentua i mali che pretende di curare,
mettendo in scena un dramma reale, in cui il dolore, il sangue, la
distruzione sono la scenografia oscena che nasconde agli occhi degli
spettatori il retroscena, lo spazio scuro dietro le quinte dello
spettacolo.

L’11 settembre ha rappresentato l’occasione, poco importa se favorita
direttamente o ignobilmente sfruttata, per effettuare il salto di
qualità ormai necessario all’espletamento della vocazione imperialista
degli Stati Uniti, ormai decisi a buttare sul piatto delle "relazioni"
internazionali la loro indiscussa superiorità sul piano militare.
L’immagine del nemico viene nuovamente ridisegnata: cattivo, anzi
cattivissimo, ed in grado di colpire direttamente e gravemente il
territorio degli Stati Uniti e quello degli Stati alleati degli USA. Non
coincide con un’organizzazione statuale ma è in grado di
infiltrare, dirigere, permeare, allearsi con tutti gli Stati che non sono
disponibili ad accettare la leadership globale degli Stati Uniti. Un tale
nemico apre la via alla guerra permanente, contro gli Stati cosiddetti
"canaglia" e contro tutti coloro che, anche all’interno, minacciano
l’ordine mondiale. Questo nemico assume le vesti
dell’integralista islamico. L’integralismo islamico permette di
rifondare, secondo la classica opposizione amico/nemico la categoria di
civiltà occidentale. È una categoria "vuota" che di fatto si definisce
per opposizione perché priva di senso ed identità proprie. Vi si
raggrumano infatti intorno il cristianesimo conservatore sia di matrice
cattolica che protestante, il liberalismo più nichilista, tutte le
tradizionali forme di nazionalismo, razzismo, populismo e la cultura
democratica.

In questa guerra, che nella sua versione più recente può anche essere
"preventiva", il nemico non deve "dimostrare" con i fatti la propria
natura perversa ma deve essere combattuto perché "è" perverso. La
questione intorno alla quale si è costruita la "giustificazione"
dell’attacco all’Iraq è in tal senso esemplare. Il presunto possesso di
armi di distruzione di massa diviene ragione sufficiente allo
scatenarsi della guerra. La palese asimmetria tra chi attacca (e
sicuramente possiede armi di distruzione di massa) e chi viene
attaccato ci riporta sul terreno della "guerra giusta" quella che viene
fatta perché il nemico è cattivo e, quindi, potenzialmente pericoloso. È
cattivo e, quindi, naturale alleato del terrorismo che colpisce
donne, bambini, uomini inermi. Poco importa che la stessa definizione si
possa applicare alle politiche degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Scopo della guerra non è forse l’instaurazione del "terrore" tra la
popolazione dello Stato nemico al fine di fiaccarne la resistenza? La
natura immorale della guerra ci riporta alla natura immorale degli Stati
ed all’impossibilità di pensare un ordine realmente giusto del mondo
semplicemente riformandone la struttura.


Guerra esterna e guerra interna

Il paradigma della "guerra permanente" miete vittime non solo tra le
popolazioni degli Stati "canaglia" di turno ma anche tra gli oppositori
dell’ordine costituito. I pacifisti, gli antimilitaristi, i lavoratori in
lotta, gli antirazzisti sono equiparati ai terroristi con
un’operazione propagandistica che ricorda da vicino le accuse di
"collaborazionismo" col nemico rivolte nel secolo scorso a chiunque non
accettasse la logica della guerra, del militarismo, degli Stati.

Negli Stati Uniti la promulgazione del Patrioct Act, che di fatto ha reso
possibili detenzioni extragiudiziali di semplici sospetti, nonché una
sostanziale, ulteriore militarizzazione della vita sociale
americana, è il segno inequivocabile che la politica di guerra infinita
finisce con il permeare di se anche il cuore stesso della maggiore
potenza.

Le politiche securitarie degli ultimi anni hanno visto crescere su scala
mondiale le misure repressive sul piano del "fronte interno", quello nel
quale la posta in gioco è il disciplinamento forzato dei lavoratori,
indigeni e migranti e l’ammutolimento di ogni opposizione.

D’altro canto guerra interna e guerra esterna hanno lo stesso fronte e
vengono combattute con la stessa determinazione e ferocia. La
militarizzazione della vita sociale tramite provvedimenti che
travalicano persino i limiti della "normalità" democratica, senza
eccessivi contraccolpi sul piano della conflittualità interna, è stata
resa possibile dalla gigantesca operazione anestetica innescata
dell’"emergenza" terrorismo. La paura ne è il vettore potente che
favorisce la criminalizzazione di ogni forma, anche minima, di
effervescenza sociale. I recenti pacchetti securitari approvati in
Francia e Gran Bretagna ne rappresentano un degno esempio, cui fa da
puntuale contrappunto l’equiparazione tra terrorismo e lotte sociali in
atto da tempo nel nostro paese.


In appendice trovate alcune schede informative relative alla
Federazione ed alle sue attuali commissioni di studio e di lavoro.


Scheda 1

Comunicazione sovversiva: Umanità Nova

Informare è anche e soprattutto agire. InformAzione è non per caso il
titolo di una delle rubriche di Umanità Nova, il nostro settimanale.

Il controllo dell’informazione è una delle poste in gioco per il
controllo sociale. Rompere la gabbia dell’informazione irregimentata è
uno dei compiti che i libertari e gli anarchici si sono costantemente
posti nel corso della loro storia.

Nell’epoca dell’informazione globale, lo sappiamo, la gran congerie di
flussi informativi della più diversa natura dai quali siamo investiti
trasforma l’informazione in una merce usa e getta. Una merce tra le più
deperibili, che difficilmente riesce a sedimentarsi, a farsi luogo di
comunic/azione, terreno per la crescita di una coscienza critica,
capace di costruire percorsi di auto-formazione fuori dal cono di luce
accecante imposto dai principali media.

La partita dell’informazione libera e libertaria non si gioca,
riteniamo, sul terreno della "concorrenza" con i media di regime ma nella
capacità di costruire e far crescere strumenti informativi che siano il
più possibile espressione dell’esigenza di dar voce a chi non ce l’ha,
fornendo nel contempo a chi legge, ascolta o guarda
un’occasione per riconoscere un percorso che può essere anche il suo,
come lavoratore, sfruttato, oppresso.

In Italia l’anarchismo organizzato è riuscito, nonostante le grandi
difficoltà, a mantenere aperto uno strumento comunicativo di grande
importanza come Umanità Nova. U.N. è oggi l’unico giornale a cadenza
settimanale nell’ambito della sinistra extraistituzionale e rappresenta
sia nella versione cartacea che on line un punto di riferimento che va
oltre la cerchia anarchica in senso stretto investendo una più ampia area
libertaria.

Il suo taglio informativo non disgiunto dalla ricerca di
approfondimento in cui trovano spazio le esperienze
dell’autorganizzazione sociale, della lotta antimilitarista,
antirazzista, ambientale, sindacale, antiglobalizzatrice oltre,
ovviamente, alla vita del movimento specifico, fa sì che la cerchia dei
lettori si sia allargata. Articoli di Umanità Nova sono settimanalmente
ripresi da numerosi siti di informazione via internet anche di aree non
anarchiche suscitando attenzione e dibattito.

Ampio spazio hanno nel nostro settimanale le tematiche internazionali,
sia dal punto di vista analitico che nella cronaca delle lotte, delle
riflessioni e delle proposte del movimento anarchico e libertario a
livello internazionale. Siamo peraltro convinti che in quest’ambito molto
si possa ancora fare.

Riteniamo altresì auspicabile intessere un rapporto di collaborazione e
scambio con testate anarchiche di altri paesi.


Scheda 2

Immigrazione e razzismo

In un mondo sempre più diviso tra chi ha e chi non ha, sia a livello
globale, sia a livello locale, quello dell'immigrazione è divenuto uno
dei tanti fronti sui quali si combatte la guerra non dichiarata dei
ricchi contro i poveri.

Aldilà della scandaloso sistema dei campi di detenzione, con la loro
struttura evocante quella dei lager nazisti, e delle specifiche misure
legislative attraverso cui, all'interno del Trattato di Schengen, gli
Stati europei intendono governare, limitare e controllare le presenze e i
flussi dell'immigrazione, appare ormai evidente che attorno al più
generale fenomeno dell'immigrazione si stanno giocando partite
importanti e forse decisive per l'intera società. Attorno a questa
questione si formano infatti consensi elettorali, si decidono politiche
economiche, si ridefiniscono assetti sociali e si contrappongono
culture, sempre e comunque sulla pelle di persone, di lavoratori e di
profughi provenienti da altri paesi "extracomunitari".

Di fronte a tali crescenti flussi migratori, storicamente inarrestabili e
motivati da un complesso drammatico di condizioni economiche,
disastri ambientali e situazioni di guerra, quello che più colpisce è la
strenua difesa del "Bunker Europa" dentro i propri confini, sia
geografici che mentali. Tali scelte "militari", assorbono sostanziose
quote dei bilanci statali destinati alla Difesa interna ed esterna.

È evidente che basterebbe destinare anche solo una parte dei fondi
destinati ai pattugliamenti aeronavali dell'Adriatico, nella
costruzione e nel mantenimento di strutture detentive, nell'aumento degli
organici delle forze repressive, negli apparati di vigilanza e controllo
delle frontiere, nei rimpatri forzati degli indesiderabili nella
burocrazia incaricata di autorizzare il soggiorno degli stranieri per
permettere un più decente e sicuro ingresso ed assicurare delle
condizioni umane per tutti coloro che approdano nella ricca Europa.

Il vero prodotto di queste strategie di intervento sull'immigrazione è la
voluta creazione della figura del "clandestino" e nei forti ed
articolati interessi ad esso legati, a conferma di come il potere
legale stesso produca l'illegalità che sostiene di voler combattere.

Esattamente come per il proibizionismo, le leggi anti-immigrazione
servono solo a favorire l'ingresso illegale, il soggiorno clandestino e
ogni forma di lavoro irregolare, con grande gioia di scafisti, mafie ed
organizzazioni criminali la cui attività vede dirette complicità
nell'apparato statale, mentre nell'ambito del lavoro l'esistenza della
"clandestinità" permette a padroni e padroncini di ricattare i
lavoratori extracomunitari "regolari", disposti a tutto pur di non
ripiombare in seguito ad un licenziamento nell'anticamera
dell'espulsione.

Superfluo dire che a loro volta, sia nella realtà industriale che in
quella agricola, la manodopera extracomunitaria - sia regolare che
irregolare - si rivela del tutto funzionale a riproporre analoghi
ricatti e divisioni nei confronti dei lavoratori comunitari, imponendo
loro tutte le flessibilità possibili ed immaginabili.

Tragicamente tale logica comporta tra l'altro che anche chi appartiene ai
settori sociali più sfruttati e precari, dimenticando la propria identità
di classe e riconoscendosi come
bianco-italiano-cattolico-europeo può illudersi di non essere
all'ultimo scalino della società e quindi il suo razzismo, la sua
complicità con chi detiene il potere, il suo asservimento verso il
padrone si rafforzano, tanto da credere che l'unica emancipazione
possibile sia il poter esercitare la funzione di "kapò" ai danni di
qualcuno che il sistema capitalista e statale hanno posto al gradino
inferiore.

Le politiche di dominio e di controllo si vanno ridefinendo a partire
proprio dall'immigrazione ma allo stesso tempo tornano ad aprirsi spazi
per l'opposizione sociale; nella storia più recente non sarebbe
peraltro la prima volta che le lotte degli immigrati, intersecandosi con
l'autorganizzazione e la solidarietà di classe, accendono la
rivolta.

La rivolta degli anarchici di ogni paese e latitudine è contro la
divisione in classi della società, tra sfruttati e sfruttatori, aldilà di
ogni appartenenza etnica e nazionale.

In quanto internazionalisti e nemici di ogni Stato ci sentiamo dei
"senzapatria", consapevoli di appartenere ad una classe sociale -
quella dei lavoratori, degli oppressi, dei proletari - con interessi
inconciliabili con quelli del Capitale, delle borghesie nazionali e dei
padroni di ogni colore.

In questi ultimi anni le contraddizioni che velocemente si sono andate
determinando in conseguenza della cosiddetta "globalizzazione"
liberista dell'economia, con l'apertura quasi illimitata delle
frontiere ai flussi dei capitali e delle merci ma non alle persone,
tornano a riproporre l'urgente necessità di sviluppare e coordinare sul
piano internazionali tutte le forze dell'opposizione anticapitalistica e
tutte le organizzazioni sindacali di classe, contro il tentativo di
dividere il movimento operaio e di mettere uno contro l'altro i
lavoratori autoctoni e migranti.

Infatti è nostra convinzione che soltanto dall'unione solidale di
intenti e d'azione tra quanti si oppongono al dominio del capitale
all'interno degli Stati più ricchi, i lavoratori immigrati provenienti
dal Sud del Mondo e le resistenze popolari e indigene nei paesi
depredati dall'imperialismo, potrà affermarsi la speranza
rivoluzionaria di una società in cui donne e uomini possano vivere in
libertà e uguaglianza.

Di fronte a questo complesso di questioni e conflitti, l'antirazzismo e
internazionalismo anarchico dovrebbero riuscire ad essere elemento di
sviluppo del movimento e dei percorsi di autorganizzazione che vedono
sempre più protagonisti decine di migliaia di migranti che, peraltro,
data la loro situazione precaria da un punto di vista legale,
abitativo, sindacale, comunicativo, etc. devono affrontare problemi e
rischi enormi anche per rivendicare i più elementari diritti.

Per questo se è più che necessario criticare l'illusoria campagna per i
cosiddetti "diritti di cittadinanza" portata avanti da certi settori nei
confronti di un governo che ha nel proprio DNA ideologico la
discriminazione, è altrettanto opportuno osservare che questa critica
deve essere accompagnata da pratiche conseguenti e solidali volte ad
affermare le libertà negate, come ad esempio viene fatto con le
occupazioni che cercano di dare delle risposte immediate al problema
della casa.

Le pesantissime condizioni di vita di gran parte degli immigrati in
costante pericolo di espulsione forzata o di carcerazione all'interno di
strutture quali i CPT, non consentono atteggiamenti ed approcci a tali
problematiche che non tengano conto dell'urgenza e della
concretezza dei problemi che i migranti si trovano quotidianamente ad
affrontare.

Per cui se è condivisibile il considerare come marginale o riformista la
semplice rivendicazione di diritti civili, questo non deve però
trasformarsi in un comodo alibi per sottrarsi alla complessità e alla
drammaticità di chi è senza un tetto, circondato da ostilità di ogni
genere, costretto ad accettare condizioni indicibili di sfruttamento e
alienazione.

L'opposizione alle leggi razziste deve mettere in discussione la
pretesa da parte del governo - di qualsiasi governo - di stabilire
preventivamente e gestire per legge i flussi migratori, trasformando i
permessi di soggiorno in contratti a scadenza. L'unica "legge"
possibile, giusta e razionale è infatti - anche in questo caso - quella
che non mette fuori-legge la libertà di vivere dove si vuole, tanto più
che l'immigrazione non è turismo ma un fenomeno sociale imposto da
situazioni quali guerre, miseria, devastazioni ambientali,
persecuzioni.

Commissione Antirazzista della Federazione Anarchica Italiana


Scheda 3

La Questione Sociale

Relazione della commissione della FAI la "Questione Sociale" per il
congresso dell’Internazionale della Federazioni Anarchiche.

Materiale per il dibattito.

La nostra commissione, ratificata e reinvestiva dall’ultimo congresso
della FAI (Imola, gennaio 2003), é incaricata di coordinare e
promuovere l’iniziativa dei gruppi e delle individualità federate nelle
lotte che le classi subalterne producono nel nostro paese.

Accanto alle altre commissioni di coordinamento e a quelle di studio e di
lavoro, assumiamo il compito specifico della produzione di
documenti, volantini e manifesti, dell’organizzazione di convegni
aperti alla partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici
anarchiche e libertarie, del coordinamento della presenza della nostra
federazione nelle manifestazioni e negli scioperi a carattere
intercategoriale e nazionale.

Abbiamo voluto denominare la commissione "Questione Sociale" per
significare la globalità delle questioni che si ricollegano alla lotta
fra le classi subalterne e quelle dominanti. Il respiro del nostro
intervento si riduce all’ambito "nazionale" ma cooperiamo con gli altri
organismi nominati dal congresso della FAI in una dimensione
internazionale ed internazionalista.

Di particolare attualità sono le iniziative di solidarietà, di
sostegno, di pubblicizzazione e di diffusione delle lotte in corso, da
parte dei gruppi e delle individualità anarchiche di ogni paese.

Nell’ambito del congresso internazionale auspichiamo un più forte
coordinamento delle federazioni anarchiche su questo terreno.

La FAI, negli ultimi anni é stata capace di intensificare e rendere più
evidente il ruolo dell’anarchismo nelle lotte sociali. Dalle iniziative
prodotte all’inizio del decennio del 1990 (movimenti contro la guerra,
partecipazione attiva ai movimenti di contestazione delle
organizzazioni istituzionali che inquadrano i lavoratori, movimenti
ambientali, etc.) si é consolidata la presenza e l’importanza degli
anarchici nel movimento operaio italiano. Siamo stati propulsivi e
organizzatori del vasto movimento che va sotto il nome di "sindacalismo
di base". Oggi gli anarchici sono presenti, anche in posizione
rilevante, in molte di queste organizzazioni: Unione Sindacale Italiana
-AIT, Confederazione Unitaria di Base, Sindacato dei Lavoratori
Autoorganizzati Italiani, Confederazione Italiana di Base,
Confederazione Cobas. Inoltre le nostre compagne ed i nostri compagni
sono attivi organizzatori di comitati di lotta nelle situazioni
proletarie dove (per tradizione o per legami giuridici) non vi é la
possibilità di costruire sindacati combattivi ed indipendenti dal
governo e dai partiti istituzionali.

In particolare nel movimento di lotta del proletariato immigrato si
segnalano numerose iniziative di lotta (occupazioni di case, prime
vertenze sindacali, manifestazioni) nelle quali i nostri compagni e le
nostre compagne sono in prima fila; questa attività é coordinata in
collaborazione con la commissione antirazzista della FAI che lavora più
specificatamente per la lotta contro la legislazione autoritaria e
razzista. Altrettanto si può dire per le lotte dei lavoratori "atipici"
(precari, in affitto, lavoratori irregolari, etc.).

Come anarchici della FAI lavoriamo programmaticamente per l’unità del
sindacalismo conflittuale ed indipendente: in una prospettiva di una
organizzazione di classe e di massa completamente autonoma dallo stato e
dai partiti istituzionali, con metodologia federalista e libertaria,
capace di sviluppare lo scontro sociale in termini rivoluzionari Ma, sia
negli scioperi a carattere nazionale che nelle grandi mobilitazioni
contro la guerra, ci siamo trovati fianco a fianco sia nelle
manifestazione che nella preparazione di questi eventi.

Se il nostro lavoro darà buoni frutti potremo realizzare, in Italia, un
forte sindacato che sciolga ogni ambiguità ed ogni subalternità nei
confronti della organizzazioni sindacali di stato (non possiamo neppure
più definirle riformiste in virtù del loro più completo asservimento alle
politiche governative sia di destra che di sinistra). Questo
nostro proponimento non é un semplice sogno: già oggi l’insieme delle
organizzazioni sindacali nelle quali siamo presenti sono in grado di
mobilitare diverse centinaia di migliaia di lavoratori come hanno
dimostrato gli scioperi organizzati negli ultimi anni.

Inoltre, proprio in questi mesi, si sono sviluppate delle interessanti
lotte di massa che hanno costretto il governo ad accettare la
violazione della legge: in particolare l’insurrezione delle popolazioni
della Lucania ionica contro il progetto del governo di costruire in
quella zona una discarica nucleare ha costretto il governo a ritirare le
sue decisioni ed é stato elemento detonante e modello per le
successive lotte "illegali" (in violazione della legge di
regolamentazione degli scioperi) dei lavoratori dei trasporti. In tutte
queste occasioni di fermento abbiamo assistito ad un rafforzamento sia
della presenza anarchica che all’aumento delle adesioni dei lavoratori ai
sindacati di base.

Il collegamento delle diverse lotte sociali, poi, si sta realizzando,
creando quell’unità di classe da noi sempre propagandata: militanti
sindacali o loro strutture organizzative che sostengono e partecipano
alle lotte dei precari e degli immigrati, cittadini che sostengono
attivamente i comitati di sciopero, etc.

In definitiva non é velleitario affermare che questa é una buona
stagione per l’anarchismo in Italia. Sulla base di questa spinta che ci
viene dalle cose e dall’entusiasmo della nostro volontà rivoluzionaria
portiamo gli elementi per il dibattito al congresso
dell’Internazionale.

Lavoriamo insieme per la dimensione internazionale del movimento di
emancipazione; discutiamo, operativamente, sulle proposte per costruire
dei coordinamenti (almeno a livello continentale) degli organismi delle
nostre federazioni che intervengono nelle lotte sociali. Attiviamo una
campagna di propaganda specifica anarchica a sostegno dell’unità,
dell’indipendenza e della radicalità dei movimenti sindacali di base.

Attiviamo una campagna specifica anarchica che faccia superare, alle
organizzazioni indipendenti e combattive dei lavoratori, gli ambiti
strettamente professionali, per la più complessiva assunzione della
questione sociale che é ancora irrisolta nei nostri paesi. Non solo la
saldatura con il proletariato "irregolare" o "atipico" (precari,
disoccupati, immigrati); non solo l’assunzione della lotta sociale
(contro il caro-vita, per la gratuità degli alloggi e dei servizi
sociali) ma anche l’assunzione di nuovi ambiti e prospettive di
organizzazione. In questo senso stiamo attivando una campagna di
agitazione e sensibilizzazione per la costruzione di contratti di
"sito" e di "prodotto" per contrastare le pratiche padronali di
dividere i cicli produttivi in tante piccole aziende tali da impedire le
minime libertà di autoorganizzazione.

Attiviamo una campagna di propaganda dei metodi e delle finalità
dell’anarcosindacalismo: crediamo che, oggi, i tempi ci siano più
favorevoli e che questa propaganda non sarebbe percepita da molti
lavoratori e militanti sindacali come estranea o "ideologica".

Anche nel mondo del lavoro (regole o irregolare che sia) e nelle lotte
sociali di massa abbiamo sperimentato come si possa esprimere un più
vasto movimento contro la guerra, il militarismo e l’autoritarismo. Su
questi temi più generali rimandiamo al dibattito delle federazioni.

Nella prossima relazione (marzo) daremo un resoconto più dettagliato
delle iniziative in corso e della presenza anarchica nelle lotte
sociali. Già oggi, nostri compagni, sono nei comitati che stanno
organizzando uno sciopero nazionale, per l’inizio di marzo, contro il
governo e le sue politiche, a sostegno delle lotte in corso, contro le
minacce di repressione degli scioperanti, contro il caro-vita. Stiamo
appoggiando attivamente una campagna di allargamento di lotte per il
salario (che i governi di centro-sinistra e di centro-destra, assieme a
Confindustria e con la complicità del sindacalismo di Stato hanno a lungo
compresso) e contro il caro-vita.

Nel contempo stiamo sostenendo iniziative di solidarietà in difesa di
lavoratori licenziati (nelle ferrovie) o minacciati di pesanti
rappresaglie per le lotte "irregolari" fatte come nel settore dei mezzi
pubblici urbani.

La Questione Sociale, commissione della Federazione Anarchica Italiana



[da http://www.iaf-ifa.org]




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