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(it) Congresso IFA: FAI - presentazione e documenti [parte I]

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Date Mon, 5 Apr 2004 18:22:05 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Congresso dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche
Besançon, 9-10-11-12 Aprile 2003.

LA FEDERAZIONE ANARCHICA ITALIANA: Presentazione
La Federazione Anarchica Italiana nasce con il Congresso di Carrara del
Settembre 1945 come prosecuzione dell’esperienza dell’Unione Anarchica
Italiana del 1920. Come la UAI, adotta il Programma Comunista
Anarchico scritto da Errico Malatesta.
Dopo il fascismo, l’esilio, la partecipazione alla Rivoluzione Spagnola
del 1936, è infine dopo la Resistenza del 1943-45 che gli anarchici
italiani di tendenza comunista e organizzatrice arrivano a ricostruire
una federazione di respiro nazionale. Con il Congresso di Carrara la FAI
si dota di un accordo associativo e di una struttura distribuita nel
territorio nazionale, con gruppi locali, federazioni provinciali e
regionali, dotate di sedi pubbliche e di una visibilità locale, spesso
affiancate da circoli culturali e ricreativi libertari. La FAI riprende
nello stesso anno la pubblicazione di Umanità Nova settimanale, oltre
alle attività editoriali.

Al declino degli anni 50, contrassegnato fra l’altro dalla scissione
piattaformista dei GAAP, ha fatto seguito un rafforzamento numerico e
progettuale negli anni 60 e 70, con organizzazioni giovanili come la
FAGI, con la partecipazione alle lotte studentesche e operaie di quegli
anni e una forte ripresa del dibattito. In particolare, nel 1968 la FAI è
stata tra le principali promotrici della costituzione dell’IFA, a cui
hanno lavorato suoi militanti come Alfonso Failla e, in particolare,
Umberto Marzocchi.

Negli anni 70 è molto sentito il dibattito sul problema organizzativo. La
FAI resta schierata sulla pratica dell’organizzazione di sintesi,
rigettando sia le posizioni antiorganizzatrici, sia l’ultima ondata
piattaformista. Acceso in quegli anni è anche il dibattito sul
sindacalismo, settore nel quale si sono sempre spesi molti dei
militanti più attivi della FAI.

Negli anni ’80 la FAI, oltre che nel mondo del lavoro, è molto attiva sul
fronte antimilitarista, con il sostegno agli obiettori totali e la lotta
contro le produzioni belliche, nei movimenti ecologisti e
antinuclearisti, nelle iniziative anticlericali.

Nel 1991 la FAI è fra i più decisi promotori della lotta di piazza contro
la Prima Guerra del Golfo, e quando, nel febbraio di quell’anno, alcuni
sindacati di base promuoveranno il primo sciopero autorganizzato dal
dopoguerra in Italia (cioè fuori e contro le confederazioni
ufficiali CGIl-CISL-UIL) i militanti della FAI saranno in prima fila a
sostenerlo.

Da quel momento molti lavoratori anarchici sceglieranno la via
dell’impegno nelle organizzazioni sindacali di base (CUB, Cobas, USI),
che indiranno molti altri scioperi e manifestazioni sulle questioni
sociali più "calde" del decennio successivo (salari, servizi, diritti
sindacali). Ma alcuni scioperi saranno ancora di matrice
antimilitarista, come nell’aprile e maggio del ’99 contro la guerra in
Kosovo e nell’aprile del 2003 contro la nuova guerra in Iraq. O anche di
carattere più politico-sociale che rivendicativo, come lo sciopero
generale contro il G8 di Genova nel 2001.

La FAI nel frattempo si rafforza con l’afflusso di nuove energie, e dal
1995 al 1997 si tengono tre convegni giovanili nazionali. Continuano le
attività antimilitariste e anticlericali, e il dibattito sulla
costruzione di nuove forme sociali porta all’organizzazione, curata dalla
FAI assieme ad altr* compagn* libertar*, delle sei Fiere
dell’Autogestione dal 1994 al 1999.

Compagn* della FAI sono inoltre attivi in esperienze comunaliste, come la
Federazione Municipale di base di Spezzano Albanese.

La FAI ha partecipato, in maniera critica, agli incontri di piazza del
"movimento dei movimenti", in particolare contro il G8 a Genova nel 2001
(con anche una nostra manifestazione nazionale due mesi prima) e contro
la guerra a Firenze nel 2003.

Per sottolineare le nostre specificità, abbiamo anche indetto, negli
ultimi anni, frequenti manifestazioni nazionali anarchiche, soprattutto
sulla tematica antimilitarista, e su quella antirazzista. La FAI è in
lotta per chiudere i Centri di Permanenza temporanea, lager per
immigrati voluti dal governo di centro-sinistra ed applicati da quello di
centro-destra.

Negli ultimi mesi, abbiamo sostenuto le più significative lotte sociali
sganciate dai meccanismi della compatibilità statale, in particolare la
lotta dei cittadini della Basilicata contro le scorie nucleari, e gli
scioperi selvaggi degli autoferrotranvieri per salario e condizioni di
vita.

La FAI, per coordinare queste iniziative, si è dotata negli ultimi anni
di una serie di commissioni tematiche che affiancano quelle
tradizionali (Commissione Internazionale, Commissione di
Corrispondenza, Redazione Nazionale di Umanità Nova), nella fattispecie
la Commissione Antirazzista, la Commissione Antimilitarista, la
Commissione "La Questione Sociale" su mondo del lavoro e dintorni, e la
Commissione Studi Internazionali.

La FAI è attiva nell’editoria anarchica promuovendo la Casa editrice
"Zeroincondotta". Gestisce un proprio Archivio Storico localizzato a
Imola.

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Sintesi per congresso dell’IFA

OdG Congresso

1 - Affermazione del ruolo e degli obiettivi dell'IFA
2 - Analisi dell'evoluzione del movimento libertario internazionale 3 -
Analisi della situazione internazionale
4 - Strategia di sviluppo dell'IFA
5 - Strumenti di lavoro dell'IFA (Pubblicazioni periodiche, Opuscoli,
Commissioni di lavoro)"

Quella che segue è una sintesi dei documenti prodotti dai congressi,
convegni, commissioni e gruppi della FAI elaborata dalla Commissione di
Relazioni Internazionali della FAIt in vista del congresso dell’IFA di
Besançon.


2 - Analisi dell'evoluzione del movimento libertario internazionale

Negli ultimi anni l’anarchismo sociale ed organizzato è stato in prima
fila nei movimenti di controglobalizzazione dal basso, nell’opposizione
alla guerra, al razzismo, alle politiche securitarie degli stati.

Il tramonto delle opzioni autoritarie all’interno dei movimenti di
opposizione sociale, seguito al crollo dei regimi dell’Europa dell’Est,
da un lato ha aperto la via ad opzioni di carattere socialdemocratico, ma
dall’altro ha offerto nuove possibilità di sviluppo e crescita alle
istanze libertarie.

La consapevolezza che solo forme di organizzazione a-statuali
consentono di pensare e praticare un percorso di emancipazione sociale
tale da consentire un eguale accesso alle risorse, ai saperi, alle
libertà ormai attraversa i movimenti di opposizione anche nelle
componenti non esplicitamente anarchiche. Per l’anarchismo sociale ed
organizzato si tratta di un’opportunità da cogliere, sapendo innervare
con le tematiche e l’agire specificamente anarchico il movimento dei
lavoratori, quello pacifista ed antimilitarista, le reti antirazziste,
antifasciste, ambientaliste, l’arcipelago autogestionario
dall’occupazione di case alla creazione di circuiti di autoproduzione.

Cruciale in questo senso è stato l’emergere a livello mondiale del
movimento no-global che, sia pure tra mille contraddizioni, ha dato
slancio potente all’opzione libertaria. Gli anarchici sono stati
protagonisti dei movimenti sviluppatisi da Seattle in poi e, nonostante i
numerosi tentativi di criminalizzazione operati sia dagli apparati
repressivi statali sia dalle componenti moderate, ed in barba ai
tentativi di recupero paraistituzionale dei movimenti, rappresentano a
tutt’oggi una delle parti più vitali e propositive del movimento
antiliberista ed anticapitalista.

Peraltro l’emergere sulla scena politica e sociale di vasti movimenti di
contro globalizzazione, se da un lato pare ridare fiato e spazio di
visibilità politica a movimenti extrasistemici radicali, dall’altro ci
pone di fronte alla necessità di ripensare le coordinate di un
intervento che abbia la capacità di radicarsi al di là dei grandi
appuntamenti.


I movimenti no-global

Abbiamo visto la nascita di un movimento inedito, capace di superare sia
la tendenza alla frammentazione e al "particulare" tipica degli anni ’80
sia l’afflato universale ma poco attento alle questioni ed alle culture
locali caratteristico del decennio precedente. Tuttavia un esame più
attento dei movimenti sviluppatisi in questi ultimi anni, al di là
dell’avvincente dichiarazione programmatica dell’unità nella diversità,
della pluralità delle lotte e dei percorsi nelle
mobilitazioni, rivela che molti nodi restano irrisolti. E non è una mera
questione di "stile". In gioco non è tanto la strategia di piazza
preferita quanto la prospettiva delle lotte. In altri termini
l’elemento che tende a colpire i più, ossia le azioni di piazza, è alla
fin fine la questione meno interessante perché il "blocco nero" o la
resistenza nonviolenta fanno parte dello spettacolo mentre i contenuti
restano spesso sullo sfondo. Ci chiediamo ad esempio quale futuro potrà
avere un movimento che vede al proprio interno sia le componenti
postmoderne che quelle antimoderne, quelle laiche ma anche, hainoi,
quelle religiose, quelle internazionaliste ma, insieme, quelle
nazionaliste.

I nodi cominciano a venire al pettine e non crediamo sarà facile
scioglierli perché toccano questioni cruciali. La rivolta contro la
logica annichilente della merce, la rabbia per la distruzione
ambientale, il crescente divario tra chi ha troppo e chi nulla sono alla
radice di questi movimenti, che se da un lato paiono schiudere le porte
ad una prospettiva laica e libertaria tuttavia al contempo
ridanno spazio a miti delle origini e ansie mistiche, tanto più
pericolose quanto più simili a quelle analoghe cui da voce la destra più
profonda.

Su di un altro versante sempre meno ricomponibili appaiono le fratture
tra le tendenze stataliste e neowelfariste e quelle autogestionarie. Per
le prime il solo antidoto efficace alla globalizzazione è nel
rafforzamento degli stati nazionali e nella ripresa di politiche
(neo)socialdemocratiche; le seconde puntano invece su pratiche di
opposizione alla logica capitalista sostenendo la radicale antitesi tra
prassi autogestionaria e ambito statuale. Non si tratta di questioni di
poco conto e la scelta di una prospettiva rispetto ad un’altra ha
determinato orientamenti, alleanze a breve e lungo periodo, strategie di
intervento, che fuori dalle contestazioni di piazza, hanno aperto
orizzonti assai diversi e divaricati.

Le tante anime dei movimenti di contro globalizzazione sono riuscite a
convivere nella loro fase aurorale ma, da Genova in poi, lo scontro tra
aree riformiste, fautrici di una "moralizzazione" dei processi di
globalizzazione ed aree radicali, convinte dell’urgenza di una politica
anticapitalista ed antistatale si è fatto sempre più aspro.

I movimenti no-global hanno fatto riemergere il protagonismo di piazza.
Una piazza che ri-diviene luogo pubblico, spazio della critica e della
rivolta, luogo di una presenza diretta non delegata di persone che
prendono in mano la facoltà politica, fuori e contro i tragicomici
teatrini della democrazia parlamentare.

È la piazza fisica nella quale si esprime la ribellione e lo scontro con
i poteri costituiti ed è la piazza virtuale nella quale si
colloquia con il mondo intero. È una piazza nella quale agiscono attori
diversi: da chi esprime una rivolta radicale ma nichilista come il Black
Bloc, a chi insegue forsennatamente la visibilità mediatica, e, perché
no, una poltrona in Parlamento. È altresì una piazza nella quale
l’anarchismo sociale ed organizzatore, eludendo la tentazione della
visibilità mediatica e rifuggendo la spettacolarizzazione, ha saputo
puntare sui contenuti, sul radicamento sociale, sul collegamento tra le
lotte dei lavoratori e quelle territoriali, sul costante riferimento alla
necessità di un allargamento del conflitto sociale. Si è cercato, talora
con buoni risultati, di coniugare l’agire concreto, sia di
piazza che quotidiano, ad un narrare che fosse azione, relazione,
capacità di prefigurare nuovi mondi, fuori dal cono di luce proiettato
dai media.

I movimenti no-global esprimono oggi un disagio difficilmente
riassorbibile da ambiti istituzionali ma al cui interno si va purtroppo
consolidando una reistituzionalizzazione che passa attraverso il
controllo di una leadership in buona parte informale ma a maggior
ragione sempre più potente ed indiscussa ed indiscutibile. Sinora,
tuttavia, i vari carrozzoni new-global da Porto Alegre a Mumbay non sono
stati in grado di riassorbire la ricchezza e la varietà di un movimento
che costantemente rifugge il riallineamento in chiave
neo-democratica cui lo chiamano aree istituzionali. Il richiamo ad una
prassi municipalista, pur ispirandosi all’esperienza del Chiapas della
rivolta zapatista, si traduce nei fatti in una rilegittimazione dal basso
dei meccanismi di delega tipici della democrazia. Il
municipalismo elettoralista, lungi dal ribaltare il meccanismo
istituzionale, di fatto lo puntella. Assistiamo qui ad un utilizzo
perverso di tematiche e prassi sviluppatesi in ambito libertario, dove la
pratica municipalista si sostanzia nella costruzione della "Comune" dei
cittadini contro il Comune delle istituzioni, ossia nella
sperimentazione della gestione diretta della dimensione pubblica fuori da
ogni forma di statalizzazione.

Le tematiche libertarie forniscono la strumentazione adatta ad un
rinverginemento delle asfittiche sinistre istituzionali, ormai
inchiodate tra liberismo soft ed un riformismo debole, sostanzialmente
resistenziale, alieno da una dimensione progettuale di ampio respiro.

Occorre pertanto rafforzare le reti di collegamento internazionale degli
anarchici, per consentire sia un allargamento del dibattito sia una
maggiore capacità di intervento.

Come Federazione Anarchica Italiana stiamo lavorando alla realizzazione
dell’incontro internazionale anarchico "Globalizzare la libertà" sui temi
della globalizzazione e dei movimenti no-global. L’incontro è previsto
per l’estate del 2005 a Carrara.

In questa prospettiva pensiamo che l’IFA possa assumere un ruolo
cruciale sia nell’opera di coordinamento che di stimolo di iniziative ed
auspichiamo che il congresso di Besancon rappresenti un’occasione di
rilancio e crescita dell’Internazionale.


L’IFA

Riteniamo assai positivo che negli ultimi anni si siano ampliate le
adesioni l’Internazionale di Federazioni Anarchiche e che numerosi siano
stati i contatti con nuove realtà che guardano con interesse al percorso
dell’IFA.

Il radicamento dell’anarchismo sociale ed organizzatore è stato
rappresentato nelle piazze da quello che possiamo definire un "blocco
rosso e nero".

Un anarchismo che, come ribadivamo nella mozione conclusiva del nostro
ultimo congresso, si caratterizza per "l’impostazione strategica del
gradualismo rivoluzionario, nel senso definito da Errico Malatesta, che
non è affatto strategia riformista, ma meccanismo di crescita
dell’opzione rivoluzionaria e delle capacità autogestionarie attraverso
obbiettivi parziali nella quotidianità delle lotte contro il dominio." Si
riconferma altresì "la validità degli strumenti di analisi e di lotta
dell’anarchismo comunista e sociale contro il potere:
l’autogestione, il rifiuto della logica e della pratica gerarchica,
l’autorganizzazione sindacale e sociale, la solidarietà militante tra
tutti gli sfruttati e gli oppressi del mondo, la prefigurazione, sin da
ora, di una società diversa."

Come di recente ribadito nel convegno FAI di Reggio Emilia riteniamo
"irrinunciabile un forte richiamo alla critica del principio di
maggioranza e della logica elettoralistica che ne deriva: tale critica è
stata alla base dell’anarchismo sin dalla sua nascita (Saint Imier).

Il principio di maggioranza all’interno delle federazioni
stravolgerebbe il funzionamento dell’organizzazione anarchica;
applicato alla lettera nelle lotte renderebbe le minoranze attive
ostaggio dei settori più riformisti; l’esperienza storica dimostra che
tale principio favorisce l’illusione riformista di poter risolvere i
problemi sociali per via elettorale."

L’impulso dato all’anarchismo dall’emergere dei movimenti no-global ha
certo prodotto una crescita sia sul piano numerico che dell’iniziativa
politica ma non sempre si è tradotto in una chiarezza di obiettivi e
pratiche libertarie. Ne è il segno il persistere di aree nichiliste prive
di progettualità politica e sociale così come il riproporsi delle
concezioni neo-democratiche del piattaformismo.

Rafforzare e ritessere il tessuto connettivo dell’Internazionale è quindi
oggi un obiettivo prioritario per la costruzione di un percorso di
emancipazione sociale radicalmente libertario sia nei principi
organizzativi, che nella definizione dei programmi e delle iniziative.

È oggi più che mai chiaro in settori minoritari ma ampi di sfruttati ed
oppressi che lo stato ed il capitalismo sono irriformabili, che non vi
sono ricette che consentano un "addolcimento" dei meccanismi di
sfruttamento, dominazione, spoliazione del pianeta e dei suoi abitanti
che vanno sotto il nome di democrazia e libero mercato. Sappiamo bene,
peraltro, che il dominio e lo sfruttamento hanno una dimensione
transnazionale accentuata e resa ancor più cruda dalla feroce guerra
permanente in corso.

Le possibilità di crescita dell’anarchismo sociale ed organizzatore
dipendono dalla capacità di sviluppare una critica ed una prassi
radicali capaci di risostanziare nell’oggi "l’altro mondo possibile" che
auspichiamo. Ma è nel contempo necessario tessere reti comunicative vaste
ed efficaci. Reti capaci di sviluppare solidarietà,
controinformazione ed iniziative su ampia scala. Reti che necessitano di
un sostegno organizzativo stabile quale quello rappresentato oggi, anche
se ancora in maniera insufficiente, dall’IFA.

Oggi il capitalismo è divenuto a tal punto pervasivo di divenire una
sorta di seconda natura per cui cade nell’oblio il suo carattere di
costruzione sociale storicamente data e questo diviene non il migliore,
non il peggiore, ma l’unico dei mondi possibili. Vi sono altri mondi, vi
sono altre possibilità.


[da http://www.iaf-ifa.org]





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