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(it) Umanità Nova n.29: Afganistan - Il gioco delle alleanze

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Date Thu, 25 Sep 2003 10:57:09 +0200 (CEST)


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Mentre in Iraq un attentato tanto devastante quanto poco chiaro
nella sua dinamica falciava la guida spirituale e ispiratore del
maggior partito sciita del paese asiatico, lo SCIRI (Consiglio
Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq), dall'altro fronte
della Guerra Mondiale di Aggressione americana giungevano novità
degne di nota sul rapporto tra gli USA, le potenze locali
operanti in Afganistan e i loro alleati sul campo.

Il giornalista Ahmed Rashid, di nazionalità pakistana ma
prudentemente operante sulla Far East Economic Review, autore di
un pregevole libro sul paese centro asiatico, ha pubblicato
notizia dei colloqui ormai da tempo in svolgimento tra gli Stati
Uniti e i rappresentanti tutt'altro che definitivamente
sconfitti dei Talebani. Negli stessi giorni si è appreso che lo
stesso traballante presidente afgano Karzai e la sua
amministrazione che non riesce a governare niente più che Kabul,
aveva iniziato analoghi colloqui con il partito degli studenti
di Teologia.
Come interpretare tutto questo alla luce della crociata
americana contro l'Emirato afgano di appena due anni fa. Se i
Talebani rappresentavano il demonio nel 2001, come possono
essere diventati affidabili interlocutori nel 2003?

I misteri sono presto chiariti; è noto a tutti che il problema
americano in Afganistan avrebbe potuto essere condensato in due
slogan: fine degli attacchi all'occidente e stabilità del paese
al fine degli affari sulla rotta gaspetrolifera. En passant si
trattava anche di stabilire una forza di rapido intervento in
Asia Centrale e di trasformare la vecchia Asia sovietica in un
nuovo cortile di casa propria. Quest'ultimo è l'unico obiettivo
che gli USA hanno finora centrato, stabilendo proprie basi non
solo in Afganistan, ma anche in Uzbekistan, Kirghisistan e
Turkmenistan e stabilendo rapporti diretti anche con i governi
tagiko (dove pure i russi mantengono una propria divisione dai
tempi della locale guerra civile tra ex comunisti e islamici) e
kazako.

L'appropriazione del territorio dell'antico Turkestan è quindi
riuscita così come l'obiettivo di minacciare Russia e Cina dai
confini del loro stesso territorio; peccato per loro che la
situazione afgana continui ad essere in stallo e che la
valorizzazione di quel territorio a fini affaristici continui ad
essere una prospettiva lontana.

Perché è avvenuto tutto ciò? Se torniamo ai tempi della guerra
in Afganistan, possiamo trovare una risposta fondamentale: gli
stati Uniti hanno condotto quel conflitto in stretta alleanza
obbligata con quelle potenze locali che oggettivamente sono i
nemici naturali dell'egemonia assoluta di Washington nell'area.
Russia, India e Iran hanno infatti appoggiato l'invasione
americana sia perché non avrebbero potuto fare diversamente
visti i rapporti di forza, sia perché l'invasione stessa avrebbe
potuto farli rientrare in un gioco dal quale l'operato del
Pakistan, alleato USA e creatore dei Talebani li aveva espulsi.

Le uniche credibili forze antitalebane presenti sul campo,
infatti, erano quelle dell'Alleanza del Nord, composte da tagiki
e turkmeni, strettamente appoggiate da Mosca e Delhi. Gli Stati
Uniti, dopo la facile vittoria militare hanno installato un
governo a Kabul presieduto da un Pashtun, ma il potere vero
nelle varie province del paese asiatico è rimasto in mano ai
vari capi tribali con le loro affiliazioni internazionali, senza
che gli USA riuscissero a costruire una situazione differente.
Così al Nord l'Alleanza filo russa e filo indiana ha continuato
a controllare il territorio fino a Kabul, lo squallido generale
uzbeko Dostum, autore di mille giravolte e ultimamente
transitato dall'appoggio iraniano a quello russo controlla
l'area di Mazar-i-Sharif, mentre i capi tribali Pashtun
controllano il sud del paese dopo essersi riverniciati da
Talebani a campioni dell'Occidente. Il tutto in un contesto che
vede i residui Talebani saldamente installati sui monti al
confine del Pakistan e capaci di respingere una dopo l'altra ben
tredici offensive americane.

Dietro la resistenza talebana continua ad esserci il Pakistan
che sta attuando un rischioso doppio gioco che al momento sembra
rivelarsi vincente: da un lato il presidente Musharraf si è
piegato ad appoggiare l'invasione americana abbandonando a se
stessa la propria creatura talebana, dall'altro, come
documentato da Ahmed Rashid, i servizi segreti pakistani hanno
intensificato l'appoggio alla ricostruzione di un partito armato
talebano, usufruendo anche della situazione delle province
tribali del nord ovest del paese dove lo stato sono i capi
tribali e non certo i prefetti di Islamabad.

Allo stesso tempo Hekmatyar, storico capo mujahed, protetto dal
Pakistan ai tempi della guerra contro i russi, abbandonato dai
pakistani dopo la creazione del partito degli studenti di
teologia e passato armi e bagagli con Teheran, nonostante egli
sia un sunnita e la dirigenza iraniana sia sciita, dopo essere
stato escluso dal governo Karzai, ha sottoscritto un'alleanza
con gli ex nemici Talebani per combattere Karzai e gli americani
dietro i quali teme si stia stabilendo l'egemonia tagika sul
paese.

Gli Stati Uniti si trovano quindi senza un alleato degno di
questo nome sul terreno: i tagiki maggioritari nel governo sono
filorussi e filoindiani, il Pakistan, alleato locale, appoggia i
Talebani che resistono alle forze di occupazione e l'Iran
cacciato dal vicino asiatico dopo una breve alleanza durante la
guerra ritorna dalla finestra tramite l'alleanza spuria con l'ex
beniamino pakistano Hekmatyar. Non c'è che dire gli americani
rischiano di aver invaso il paese asiatico e di buttarci decine
di milioni di dollari per mantenere le forze di occupazione al
solo fine di favorire il ritorno dell'influenza russa e di
quella indiana in un territorio considerato strategico. Una
bella lezione di strategia politica.

Vista la situazione è giocoforza che gli americani facciano
rientrare nel gioco il Pakistan, tutto sommato l'unico attore
locale non strategicamente competitore con loro sul piano
globale per riguadagnare il controllo di una situazione che
potrebbe sfuggirgli di mano. Far rientrare in gioco il Pakistan,
però, vuol dire riconsiderare il ruolo talebano, unica carta
giocabile da Islamabad dal momento che partiti Pashtun credibili
a loro alternativi non ce ne sono e non sembrano nemmeno
creabili nel corso dei prossimi anni. L'alternativa per
Washington è quella di un paese in preda al caos, con un governo
capace di controllare solo la capitale, con l'impossibilità di
utilizzarne il territorio per il trasporto di gas e petrolio e
con la prospettiva di mantenere per anni se non per decenni le
proprie truppe a pattugliare un territorio che non controllano.

Il problema reale adesso per Washington è quello di condurre
un'operazione di recupero ed assimilazione dei Talebani sotto la
propria egemonia senza perdere la faccia con la propria opinione
pubblica e senza scatenare una nuova guerra civile con i tagiki
che controllano il nord del paese. Le sempre più insistenti voci
di una cantonalizzazione dell'Afganistan rispondono a questo
progetto che vedrebbe il territorio del paese asiatico diviso
sul modello Bosnia tra le varie componenti etniche presenti e
con un governo federale che in realtà non sarebbe altro che un
luogo di mediazione tra i vari interessi e la cui unità sarebbe
garantita solamente dal ruolo di cerniera sia militare che
finanziario garantito dalle truppe di Washington e da quelle dei
suoi alleati. In ogni caso, in assenza di finanziamenti veri
alla ricostruzione del paese e di un progetto forte di
modernizzazione dello stesso, non sarebbe altro che un rinvio
della prossima mattanza tra i signori della guerra che
continuano a spadroneggiare in Afganistan.

Giacomo Catrame


Da "Umanità Nova" n. 29 del 21 settembre 2003
http://www.ecn.org/uenne/





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