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(it) Contropotere n.15: Solo la pratica dice il vero

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Date Mon, 22 Sep 2003 10:12:28 +0200 (CEST)


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"L’anarchia è la filosofia della tolleranza" - C.Berneri

Myamoto Musashi, celebre spadaccino giapponese e autore di
lucidi scritti sulla tattica, insegna che se il nemico è troppo
forte e non raggiungibile direttamente al cuore, è opportuno
concentrarsi nell’attaccare i punti più esposti e più facilmente
raggiungibili. La spada deve dunque colpire le mani, le braccia,
i piedi, se possibile. Un obiettivo parziale, dunque, che
renderebbe possibile in un secondo tempo un’offensiva più
energica verso un bersaglio privo di difese. Una lotta di
liberazione quale quella anarchica, deve dunque sapersi munire
di quegli strumenti strategici che le consentano di conoscere il
suo nemico e i vari campi di battaglia, in modo da scegliere un
terreno favorevole. Dunque conoscenza e analisi, prima di
attaccare.

Dei tanti strumenti di cui il potere si serve nella sua corsa
liberticida, esiste un manto di sacralità di cui sempre si
investe, per legittimare le sue azioni agli occhi dei più.
Rendere condivisibile una forma di oppressione è un astuto modo
di evitare a priori scomode proteste che potrebbero trasformarsi
in aperta opposizione. Così, secondo il modello antico ‘Divide
et Impera’, le guerre vengono fatte separatamente nei confronti
delle minoranze, col tacito sostegno della maggioranza
silenziosa. Il risultato è che vediamo ovunque oppressi.

Presunti incapaci, colpevoli di non avere (o di non aver scelto)
le attitudini consone al rapace capitalismo dei padroni, sono
ridotti all’umiliante stato di schiavi per scelta, per
elemosinare al sistema i pochi quattrini necessari alla
sopravvivenza.

Presunti criminali, colpevoli di non aver condiviso il contratto
sociale che mai è stato loro chiesto di firmare, sono confinati
nelle carceri, spesso per reati che non sono altro che un
disperato giocare il tutto per tutto di chi , a causa dello
stesso sistema, è ridotto a tale condizione.

Presunti barbari, colpevoli di aver sviluppato culture e forme
sociali differenti, sono ridotti all’impotenza dalle strategie
della fame del capitalismo umanitario e dalle bombe della
democrazia.

Presunti malati, colpevoli di personalità inproduttive e nocive
al sistema, se non addirittura colpevoli di vivere male a questo
mondo per una beffarda tragicità dell’esistenza, sono ingabbiati
in reparti psichiatrici e accusati di pazzia.

Presunti eretici, colpevoli di aver scelto un nume diverso o di
aver abbracciato il libero pensiero, sono attaccati da tutti i
fronti dall’inquisizione di ieri come dalla intollerante morale
di oggi.

Presunte razze e specie inferiori, colpevoli di essere
biologicamente differenti dal più forte (o violento), sono
emarginate agli angoli della società per uso e consumo dei
privilegiati, le une trasformate in forza lavoro o capro
espiatorio sempre utile, le altre in oggetti alimentari,
d’abbigliamento, divertimento, compagnia, ricerca scientifica.

Ho citato solo alcuni esempi: la meritocrazia liberale, la
religione di stato nella guerra interna così come nella guerra
esterna, la psichiatria, la morale, il razzismo e lo specismo,
ma se ne potrebbero fare tanti. Sappiamo benissimo che il
movente di queste forme di oppressione è ben altro, ma come si
vede, ad ogni atto di violenza precede un’ideologia, che lo
sorregge, lo rende possibile e ne è, in un certo senso, il
fondamento sul piano teorico e morale. L’oppressione mascherata
dietro l’ideologia da un lato opprime in modo più efficace,
dall’altro rafforza sempre più la suddetta ideologia. Certo
l’oppressione ha anche altre basi, e fra queste il possesso
della forza materiale, ma mentre le ideologie sono attaccabili,
il monopolio della violenza in mano allo stato non permette di
realizzare con efficacia un vero scontro fisico, almeno per il
momento.

Memore dell’insegnamento di Musashi, ritengo allora preferibile
attaccare l’ideologia. Ma come non vogliamo sostituire un potere
nuovo a quello vecchio, uno stato nuovo a quello vecchio, così
non voglio sostituire un’ideologia nuova a quelle vecchie.
L’obiettivo deve essere l’ideologia in quanto tale, la sua
essenza, il suo stile, e ciò su cui necessariamente deve
poggiare, la possibilità di una scienza ultima, di una Verità
Laddove esiste una Verità, infatti, esiste la Colpa
dell’ignoranza, e presto arriveranno il suo interprete e il suo
giustiziere.

Il dibattito filosofico sulla conoscenza è complesso e
articolato, e non può qui essere riassunto in poche righe, ma ci
limiteremo a confutare coloro i quali sostengono parole quali
"oggettivo", "vero", "universale", "necessario", il lessico di
ogni ideologia. Nulla è Vero, in un senso univoco del termine.
La stessa esistenza di opinioni contrarie, anche se in
minoranza, non giustifica l’esistenza di una verità oggettiva e
valida per tutti. Sarebbe una contraddizione, infatti, affermare
che qualcosa è valido per tutti quando non è valido per
qualcuno. Dunque non esiste una Verità, ma vengono prodotte
diverse verità.

Certo, l’evidenza di realtà fortemente condivise (la nostra
esistenza, le sensazioni, il mondo esterno, etc..) sembra
placare quell’istinto metafisico che tutti assecondiamo alla
ricerca di una comprensione totale del mondo. Solo un abbaglio
tuttavia, una speranza nell’esistenza di una verità e di una
stabilità del mondo. Un forte desiderio di dominio e controllo
nell’uomo, tanto da voler comprendere tutto l’essere.
Necessaria, per un chiarimento, la citazione di un filosofo
stoico quale Zenone di Cizio, il quale vedeva nella comprensione
(kàtalepsis, letteralmente: "afferrare") proprio il movimento di
una mano che afferra a pugno qualcosa, non lasciandolo più
sfuggire. La conoscenza risulta essere così uno dei tanti
strumenti che l’uomo utilizza per controllare ciò che gli sta
attorno, e rassicurarsi così dalla drammaticità dell’eterno
divenire delle cose. Nella parola greca "thauma" Aristotele vide
la meraviglia che l’uomo ha per il mondo e che lo spingerebbe a
conoscerlo, altri vedono un suo significato più originario e
profondo: lo stupore attonito di fronte a ciò che è strano,
imprevedibile, mostruoso. Paura esistenziale che,
inevitabilmente, chiede il dominio come rimedio.

Ma per tornare all’oggettività, resta comunque valida anche la
tesi che vorrebbe certe realtà comuni semplicemente come il
frutto di comuni interpretazioni soggettive giunte
indipendentemente alla stessa conclusione, il che lascerebbe
aperto uno spazio di tolleranza ad eventuali opinioni diverse
nel futuro: in questa prospettiva, si parlerebbe di oggettività
accidentale, e non necessaria, quindi di una generalità Gli
stessi termini sopra citati assumono ora un significato non più
religioso ed eterno, ma contingente, che possa essere come non
essere. Tutto, in questo senso, è opinione soggettiva: "L’uomo è
misura di tutte le cose" diceva Protagora. Confutazioni
platoniche quali quella che vorrebbe nella tesi del relativismo
un’affermazione di verità, e quindi una contraddizione, sono di
poca efficacia: lo stesso relativismo infatti si colloca
all’interno del relativismo della conoscenza: è un’opinione.

Sul piano della mera gnoseologia, dunque, un’interpretazione
relativista (quale quella da me sostenuta) e un’interpretazione
metafisica si possono dire eguali, infatti ognuno sceglie quelle
forme concettuali che più gli sono consone, e meglio soddisfano
il suo bisogno di stabilità e controllo sulla vita, ma esistono
implicazioni pratiche che non bisogna sottovalutare. Ogni grido
alla verità ultima e definitiva, ogni anelito all’apodittico, ha
in sé un forte contenuto totalitario. Chi si dice possessore
della Verità, in virtù di una rivelazione divina così come della
presunta solidità dei suoi principi scientifici, di fatto
attacca la dignità di chi non possiede tale presunta
illuminazione. Il diverso è spogliato della sua libertà di
pensiero, del suo lavoro e della sua esperienza, del suo essere,
in sintesi: egli per l’illuminato è nulla. E questa è una
gerarchia. Nei casi più estremi, la guerra è dietro l’angolo.

Prendere atto dell’arbitrarietà della verità è dunque il primo
passo verso la distruzione di ogni ideologia possibile. Col
tramonto dell’apofantico, cadono tutti i valori e le certezze, e
si apre l’orizzonte a quello scetticismo critico che non deve
cadere nel quietismo politico, ma rafforzarsi nell’essere
propositivo. Se una verità assoluta non esiste, ciò non
significa che non possano esistere diverse verità. Di più, il
ventaglio produttivo del soggetto è ora infinito, bacia
romanticamente la libertà. Tutto è possibile. La libertà assume
qui il significato più autentico della parola, quello che anche
un bambino conosce: fare tutto ciò che si vuole, pensare come
vogliamo, senza vincolo alcuno.

Ma come fare se ognuno va per la sua strada? Un linguaggio
comune, come nell’organizzazione politica, è l’approdo naturale
che consente unità nella diversità. Se ogni verità è legittima,
la tolleranza è necessaria. Per precisare, tolleranza non
significa sopportazione o compromesso, ma riconoscimento di pari
opportunità nei confronti di ogni singolo soggetto pensante
nell’avere un proprio pensiero e nell’agire con la dignità
dell’autonomia. La tolleranza è autocollocarsi su una rete di
comunicazione interpersonale che affermi con forza il diritto
universale all’autonomia. "Tolleranza vale: coscienza del
processo relativistico della verità, che non è un quid assoluto
anteposto all’errore, ma il passaggio da una ad un’altra verità:
un divenire", così questo concetto è chiaramente definito da
Camillo Berneri. Se poi la diversità è una ricchezza, la
tolleranza ci arricchisce. Essa rende possibile innanzitutto
quello scambio di saperi che nell’uguaglianza trova il suo
terreno più fecondo, ma nello stesso tempo si guarda bene dalle
pretese autoritarie di chi la minaccia.

Inevitabile dire che una verità ufficiale, per reggersi, ha
bisogno di specialisti, chierici o scienziati, che solo
un’istituzione totalizzante quale lo stato può desiderare e
sostenere. L’abolizione dello stato necessita dunque di una
parallela se non preliminare abolizione di ogni conformismo, ma
non può prescindere dall’attacco agli strumenti che rendono
possibile il potere. Sebbene una presa di coscienza del
relativismo sia un primo attacco all’autorità, in quanto ne
distrugge il palco ideologico assieme alla stessa possibilità di
una ideologia, una sua sopravvivenza in piena libertà abbisogna
anche di una liberazione materiale dalle politiche normalizzanti
delle istituzioni. Per quanti potrebbero obiettare, un’azione
rivoluzionaria non è affatto una contraddizione, quando si
limita all’autoliberazione: sottrarsi alle proprie catene è il
primo passo verso la libertà, e l’unico che legittimi l’uso
della forza, ma in un secondo momento, ottenuto il proprio
spazio, la tolleranza verso le altre forme politiche è una
necessità, o si cadrebbe in una paradossale dittatura in nome
della libertà.

Il vento che deve spingere la rivoluzione è ora il fascino della
libera sperimentazione. La tolleranza reciproca infatti rende
possibile, da un lato, il rispetto della dignità umana nel
diverso, e dall’altro, quel tessuto comune di libertà,
uguaglianza e solidarietà che con la sua stessa esistenza e con
i suoi errori e progressi, solo, può garantire un’attrattiva
verso gli sfruttati e gli oppressi del mondo intero. Libera
sperimentazione significa autonomia e responsabilità individuale
ma anche amore per la diversità delle forme, e caduto ogni senso
necessario della storia che solo una verità oggettiva può
generare, solo la pratica dice il vero. Ognuno faccia come è per
lui opinabile, assieme alle persone con le quali si trova
d’accordo, e nel rispetto reciproco, solo l’esperienza
dimostrerà cosa funziona meglio. Nessuno, infine, in assenza di
uno stato, potrà farsi legittimo interprete dell’esperienza, e
questa non sarà altro che la risultante di tutte le forze
sociali in atto. Essere convinti delle proprie idee e dei propri
percorsi è segno di forza e vitalità, ma aver presunzione di
agire meglio o nel modo giusto è un grave errore di
autoritarismo. Per dirla con Malatesta, in tal caso "forse
saremmo anche più pericolosi per la libertà, perché convinti
fortemente di aver ragione e di fare il bene, saremmo inclini,
da veri fanatici, a considerare quali controrivoluzionari e
nemici del bene tutti quelli che non pensassero ed agissero come
noi. Chè se poi quello che gli altri fanno non fosse quello che
vorremmo noi, la cosa non avrebbe importanza, semprechè fosse
salvaguardata la libertà di tutti."

Per riassumere: esiste un parallelismo fra la forma politica e
la filosofia della conoscenza. Una filosofia che ricerchi la
Verità, può generare solo uno stato. Una filosofia che ricerchi
la tolleranza e l’incoraggiamento di diverse verità, deve
sfociare in un’area di libera sperimentazione quale è, secondo
me, l’anarchismo.

E se non dovesse funzionare, che dire, un’altra illusione di
aver compreso la verità? In fondo, queste sono solo le
convinzioni di uno che continuamente ripete lo stesso errore, ma
che trova nello scrivere un ottimo modo per dialogare con se
stesso. Ma come dicevo poc’anzi, solo la pratica dice il vero.

Michele


da "Contropotere - giornale anarchico" numero 15 - Settembre
2003 - anno 2

http://www.ecn.org/contropotere




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