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(it) Lotta di Classe - Sett.03: Dominio planetario

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Date Mon, 22 Sep 2003 10:11:34 +0200 (CEST)


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LA POTENZA DEGLI STATI

Il nuovo clima generato dallo stato di guerra permanente,
instaurato dall’amministrazione Bush, sta portando alla
rivalutazione del concetto di potenza nazionale. Passata la
sbornia "economicista", causata dai virus new economy,
globalizzazione e finanza allegra, si torna a parlare, in
sostanza, di potere degli Stati.

Oggi, da questo punto di vista, il concetto di unipolarità (nel
senso di esistenza di un’unica super potenza egemone nel mondo)
è uscito dal limbo teorico in cui si trovava dalla fine della
guerra fredda, facendosi più concreto, più visibile. Questo è
avvenuto in conseguenza del trauma causato dal conflitto Usa -
Irak. Infatti, prima di poter combattere contro il fantomatico
esercito iracheno, gli Stati Uniti hanno dovuto vincere le
resistenze di tutti gli Stati i cui interessi erano contrari ad
un conflitto nel Golfo Persico, Francia e Russia in testa. Lo
scontro più difficile è stato proprio quello tra le grandi
potenze: mentre gli iracheni sono stati sconfitti in cinque
settimane, sono occorsi diversi mesi per riuscire a creare le
condizioni per attaccare lo stato medio orientale.

Malamente nascosti tra appelli alla pace, richiami al rispetto
delle regole del diritto internazionale, roboanti accuse di
avere armi proibite, solenni dichiarazioni di voler liberare un
popolo oppresso da un potere dittatoriale si trovavano, in
realtà, gli interessi divergenti degli Stati egemoni. Come
sempre accade in questi casi, la propaganda delle opposte
fazioni è riuscita a generare una gran confusione, al punto da
rendere praticamente impossibile affrontare razionalmente la
questione.

Infatti, per esempio, se è vero che tra i reali motivi che hanno
spinto gli Usa a conquistare l’Irak vi sono le ingenti riserve
petrolifere e la necessità di disporre di basi militari in
un’area strategica come il Golfo Persico, è altrettanto vero che
il fronte degli Stati pacifisti aveva anch’esso i suoi bravi
interessi economici e politici da difendere nella regione.
Inoltre, i Marines non sono certo andati in Irak a portare la
democrazia, però è indiscutibile che Saddam fosse un dittatore,
della cui scomparsa ci sia poco da rammaricarsi. Ancora, proprio
nelle stesse settimane della guerra contro l’Irak, il
"pacifista" governo di Parigi, per difendere i suoi interessi
nazionali, è intervenuto militarmente in un’ex colonia, la Costa
d’Avorio. Insomma, non lasciamoci fuorviare dai soliti
specchietti per le allodole: pace e guerra sono solo due
strumenti che gli Stati scelgono di volta in volta, sulla base
delle specifiche e contingenti convenienze delle classi egemoni
che li dirigono. Non esistono Stati pacifisti.

IL MONDO UNIPOLARE

A differenza di qualche decennio fa, oggi chi decide della pace
o della guerra su buona parte del mondo è un unico Stato, la
superpotenza americana.

Allora può essere utile fare qualche breve riflessione, per
cercare di capire quali sono i punti di forza che rendono gli
Stati Uniti la potenza egemone.

È opportuno però fare una premessa. È ormai invalso l’uso del
termine "impero americano". Per correttezza, e per onestà
intellettuale, è opportuno specificare che gli Stati Uniti non
sono un impero. O, meglio, non lo sono ancora. Gli Usa non hanno
il controllo diretto dei territori su cui esercitano la loro
influenza. Quello che hanno fatto, fino a qualche anno fa, è
stato costruire una rete di alleanze e di accordi che gli
permettesse di esercitare la supremazia sulle aree del pianeta
ritenute strategiche per i loro interessi. Inoltre non
dimentichiamo che vi sono ampie aree del mondo non soggette alla
dominazione americana, per esempio la Russia, la Cina, l’Iran,
l’India.

Solo molto recentemente, dalla fine dell’anno 2000, negli Usa si
è cominciato ad elaborare i fondamenti per una vera politica
imperiale. Questo è avvenuto con la stesura e la pubblicazione
di uno studio, "Rebuilding America’s Defenses", in cui, per la
prima volta, si tracciano le linee per la definizione di un
coerente disegno imperiale americano, inteso come instaurazione
e conservazione del predominio mondiale degli Stati Uniti.

Questa novità avrà importanti ripercussioni sulla situazione geo
politica mondiale. Però non è di questo che intendo parlare in
queste brevi note.

Il punto che intendo affrontare è: come fanno gli Stati Uniti ad
essere così forti? È una domanda cui, evidentemente, non si può
rispondere nel ristretto spazio di un articolo. Però credo sia
utile cercare di delineare almeno i principali fattori che sono
alla base dell’egemonia mondiale esercitata oggi dagli Usa.

LA FONTE DEL POTERE

Non c’è dubbio che la base insostituibile su cui costruire
un’egemonia nazionale sia la potenza economica. "Tre cifre,
spesso citate nel corso della guerra contro l’Irak, riassumono
gli attributi della potenza americana: gli americani
costituiscono il 5% della popolazione del pianeta, producono il
33% della ricchezza creata annualmente nel mondo e il budget
delle loro forze armate rappresenta, da solo, la metà delle
spese militari del globo".

Non vi sono altri paesi che possano competere con queste cifre:
l’Unione Europea, con una popolazione equivalente a quella Usa,
rappresenta appena i due terzi del prodotto interno lordo
americano. Inoltre non è un’entità statale coesa e la somma
delle spese per la difesa di tutti gli Stati che la compongono è
appena un terzo di quelle americane.

Nonostante tutto gli Stati Uniti hanno alcuni punti di
debolezza. Già da qualche tempo la comunità finanziaria
manifesta apprensione, a causa dei cosiddetti debiti gemelli:
bilancia commerciale con l’estero in forte squilibrio (gli Usa
hanno un deficit di oltre il 5% del loro prodotto interno lordo,
una vera voragine) e deficit pubblico, che ha ripreso a correre
dopo il breve risanamento dell’ultima presidenza Clinton. A
questi due aspetti occorre aggiungere anche l’indebitamento
delle famiglie americane verso il sistema bancario, un aspetto
strutturale dell’economia Usa, che vede i consumatori privati
spendere quasi tutto il loro reddito in consumi, con un tasso di
risparmio molto prossimo allo zero.

Tutto ciò si è tradotto in diverse perturbazioni economiche e
finanziarie, tra cui il progressivo deprezzamento del dollaro
nei confronti dell’euro.

Questa situazione poteva indurre preoccupazioni in una fase in
cui la globalizzazione implicava un confronto, tra le potenze
mondiali, su un piano puramente economico. Ma il nuovo dato di
fatto, su cui riflettere, è che gli Stati Uniti hanno
chiaramente mostrato di voler usare tutti i mezzi a disposizione
per perseguire i loro interessi. Oggi la partita non si gioca
più solo sul terreno economico e monetario: questo cambia
drasticamente i termini della questione e sminuisce l’importanza
dei semplici dati sopra citati.

D’altra parte il mondo è cambiato e un grafico può aiutarci a
capire quali sono i veri competitori che si affrontano sullo
scenario globale. L’istogramma sotto riporta i prodotti interni
lordi dei principali paesi mondiali, in miliardi di dollari,
espressi in termini di parità di potere d’acquisto . Le sorprese
non mancano: la Cina ha distaccato il Giappone e si piazza al
secondo posto nella graduatoria. L’India ha superato la Germania
e anch’essa si prepara al sorpasso sui nipponici. Nella
classifica è apparso il Brasile, che si appresta a diventare un
protagonista sulla scena economica mondiale. Su tutti domina,
incontrastata, la potenza americana.

Chi si ricorda più le previsioni, rilanciate fino all’inizio
degli anni ’90, secondo cui gli Stati Uniti, in preda ad un
processo di decadimento avanzato, sarebbero stati sopravanzati
dal nuovo leader economico mondiale, il Giappone?

La realtà è che "la potenza si misura in termini di produzione,
ma ancor più in potere di influenza e di dominazione".

COME FANNO?

I terreni su cui attualmente si realizza in maniera determinante
la supremazia americana sono quelli intellettuale, monetario e
finanziario.

Per comprendere la forza economica derivante dalla ricerca
tecnologica basta considerare che ogni anno gli Stati Uniti
percepiscono 38 miliardi di dollari dalle royalties sui brevetti
registrati dai loro centri di ricerca, quattro volte quanto il
secondo attore mondiale, il Giappone. Per mantenere questo
livello di eccellenza gli Usa destinano alla ricerca il 2.76%
del loro Pil. Si tratta di una cifra enorme, che nessun altro
paese è in grado di mettere in campo. Questo permette agli Stati
Uniti di attrarre verso le loro università i migliori cervelli
del mondo. Il sapere richiama il sapere, un po’ come il denaro
richiama il denaro: l’Italia importa calciatori e ballerine, gli
Usa scienziati e ricercatori. Chi ha più possibilità di
eccellere nei profittevoli settori delle nuove tecnologie?

Sul piano monetario il dollaro è tuttora saldamente la moneta di
scambio internazionale. Certo negli ultimi mesi sta perdendo
valore nei confronti dell’euro. Ma occorre tenere presente due
cose. In primo luogo non è l’euro che si sta rivalutando. Le
danze le conduce il dollaro. In secondo luogo il processo di
svalutazione del biglietto verde preoccupa più gli europei che
gli americani. Le imprese Usa ne trarranno vantaggio, mentre
l’Unione Europea rischia di trovarsi invischiata in un
peggioramento della già debole congiuntura economica. L’aumento
del valore dell’euro sta trasformandosi in un peso insostenibile
per le economie europee: euro come virus del contagio
deflazionistico?

Gli entusiasti della moneta unica europea affermano, con toni
trionfalistici che l’euro sta, in parte, sostituendo il dollaro
come valuta di riserva di molte grandi banche centrali. Tuttavia
questo è un processo fisiologico che, per il momento, non sembra
in grado di eliminare la centralità del biglietto verde. L’uso
"politico" dell’euro è stato brandito da molti leader (tra cui
Saddam) come minaccia contro gli Usa. Sul piano strettamente
monetario la situazione per gli americani sarebbe difficile (il
dollaro è una valuta strutturalmente più debole dell’euro), ma
gli Stati Uniti hanno mostrato di voler difendere i propri
interessi usando qualcosa che l’Europa non possiede: la minaccia
e, quando questa non basta, l’uso della forza militare. È già da
qualche tempo che nessun capo di Stato parla pubblicamente di
sostituire il dollaro con l’euro ...

Wall Street rimane il maggiore centro finanziario mondiale, con
una capitalizzazione di borsa che è il doppio della somma di
tutte le borse europee. Qualsiasi serio operatore del settore
deve essere presente a New York. Questo ha generato un fenomeno
molto curioso: gli Stati Uniti funzionano come una grande pompa
che aspira il risparmio da tutto il mondo. La triste realtà è
che le risorse finanziarie, una volta rimossi gli ostacoli al
loro spostamento, si dirigono verso l’America per investimenti a
favore di chi è ricco, non sono impiegate per migliorare le
condizioni di vita dei poveri che risiedono nelle periferie del
mondo. Con buona pace di chi sosteneva che la libertà di
movimento dei capitali avrebbe aiutato i paesi in via di
sviluppo!

È LA FINE DELLA STORIA?

Il predominio americano sembra avere basi solide e quindi
destinato a durare. Stiamo andando verso la costituzione di un
impero americano, il più grande di tutti i tempi? Probabilmente
sì. Però non vanno sottovalutati due fattori di potenziale
instabilità. Da un lato la sindrome da Risiko: quando un
giocatore diventa troppo forte la storia mostra che gli altri
tendono a coalizzarsi per bilanciare la sua forza. Dall’altro
non va trascurato il fatto che il mondo è grande e pieno di
contraddizioni: vi sono potenze che crescono, come la Cina e
l’India, e che reclameranno un sempre maggiore spazio. Vi
saranno le tensioni che, inevitabilmente, si creano quando
aumenta la concentrazione della ricchezza: ogni tanto gli
esclusi si ribellano ... Vi sono, infine, i problemi economici
degli Stati Uniti, che potranno anche essere sostanzialmente
alleviati dal loro strapotere politico e militare, ma che
continueranno ad erodere dall’interno la posizione Usa.

Se non vi saranno inversioni di tendenza e se procederà il
fenomeno di svuotamento del processo democratico Usa a favore
del controllo delle grandi corporation, la pax americana ci
consentirà di ammirare un bel panorama: globalizzazione a senso
unico, abbattimento dei redditi dei lavoratori, ricerca
scientifica finalizzata all’aumento dei profitti delle imprese,
incremento della concentrazione della ricchezza, progressione
del degrado ambientale (al diavolo anche il timido protocollo di
Kyoto), sconvolgimenti climatici, istupidimento collettivo da
sindrome da televisione monopolistica. Ma non preoccupatevi ...
ci sarà sempre Coca Cola e hot dog per tutti. Welcome in the
XXIst century, the american empire’s century!

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