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(it) Umanità Nova n.28: 8 settembre 1943 - Revisionismo all'italiana

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Date Thu, 18 Sep 2003 09:44:56 +0200 (CEST)


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"L'8 settembre non fu la morte della patria, perché allora la
patria si rigenerò nell'animo degli italiani che seppero essere,
seppero sentirsi nazione" (A. Ciampi)

Non è certo un caso che la patria, la nazione, così come per lo
scorso 2 giugno, sono state al centro delle celebrazioni
istituzionali per il 60mo anniversario dell'8 settembre '43,
ossia dell'armistizio e del dissolvimento dell'esercito italiano.

Fuori dalla retorica, in quei giorni i soldati italiani
disertori e sbandati volevano soprattutto tornare a casa, non
sentire più parlare di guerra, privazioni, patria e fascismo;
essi, come ha scritto Giaime Pintor, "erano un popolo vinto; ma
portavano dentro di sé il germe di un'oscura ripresa: il senso
delle offese inflitte e subite, il disgusto per un'ingiustizia
in cui erano vissuti".

Tale consapevolezza si trasformò quasi immediatamente anche in
resistenza armata contro l'occupazione nazista, come avvenne a
Porta S. Paolo a Roma, e poche settimane dopo nell'insurrezione
delle 4 giornate di Napoli.

Ma questo è un aspetto di quella realtà che oggi si preferisce
ammantare nel tricolore nazionale, perché solo in questo modo,
con un governo di centro-destra come quello attuale, è possibile
rievocare questa come altre pagine della nostra storia; un
governo che per bocca di G. Baget Bozzo appena un anno fa ha
dichiarato che "quando la Casa delle Libertà diverrà forza
culturale, il suo primo atto sarà di abolire il 25 aprile come
festa della nazione. La resistenza ha diviso la coscienza nazionale".

Da tempo infatti l'interesse da parte di chi oggi governa non
tanto ad utilizzare la storia nazionale per legittimare le
proprie scelte come è accaduto nei decenni passati, ma di
accreditare una storia semplificata, censurata, mistificata col
dichiarato scopo di delegittimare ogni opposizione.

Così osserviamo che se fino ad un decennio fa i partiti del
cosiddetto "arco costituzionale" (Dc, Pci, Psi, Pri…) ogni 25
aprile utilizzavano in modo del tutto strumentale un evento come
la Resistenza di cui si sentivano più o meno fondatamente eredi,
al fine di legittimarsi democraticamente; oggi assistiamo ad un
meccanismo inverso per il quale le forze governative (Forza
Italia, An, Lega Nord) prendono drasticamente le distanze dalla
Resistenza e accusano gli oppositori (dai Ds alla sinistra
antagonista) di essere gli eredi della lotta partigiana, intesa
come feroce ed insensata guerra fratricida, anti-italiana,
egemonizzata dai comunisti filosovietici.

L'equazione è peraltro nota: la guerra di liberazione fu una
spietata guerra di parte, combattuta con metodi terroristici,
portata avanti da italiani al soldo di Mosca contro altri
italiani che per difendere l'onore della patria avevano scelto
di combattere a fianco dei tedeschi.

Dall'altra parte invece gli unici "patrioti" sinceri erano
invece i filo-monarchici, gli anticomunisti e i militari che
scelsero di combattere a fianco degli anglo-americani.

Gli eccidi e le violenze avvenute in tre anni di guerra civile,
sempre secondo tale visione, furono causati soprattutto dai
partigiani "comunisti", sia perché usavano metodi riprovevoli
quali attentati ed agguati sia perché le loro azioni scatenavano
le rappresaglie naziste. Da parte loro invece Mussolini e la
Repubblica di Salò avrebbero cercato di arginare la violenta
occupazione nazista, cercando la pacificazione tra gli italiani
e magari - come Perlasca - salvando gli ebrei.

Chi parla di Resistenza e si richiama all'antifascismo è quindi
accusato non solo di voler tirare fuori storie ormai inattuali
ma di essere moralmente complice del "comunismo assassino"
peraltro responsabile di milioni di morti in tutto il mondo.

Questo è il quadro in cui si inserisce il revisionismo storico
all'italiana a cui non interessa negare gli orrori dei lager
nazisti, ma più semplicemente mira a minimizzare le
responsabilità del fascismo italiano e a enfatizzare i crimini
del comunismo, intendendo con questa parola non solo tutto
quello che ha a che vedere con la sinistra, ma con il movimento
operaio e la lotta di classe.

Di fronte ai crimini del nazismo viene operata invece una sorta
di scissione, facendo leva sul mito del buon italiano ed
eludendo il fatto che anche in Italia vi sono stati campi di
concentramento, delle leggi razziali e dei boia non meno
spietati di quelli nazisti. E questo anche prima dei 600 giorni
della Repubblica di Salò, basti pensare alle efferatezze e alle
rappresaglie commesse dai soldati italiani in Libia, Etiopia,
Spagna e Balcani.

Ma in questa operazione, il centro-destra ha gioco facile, anche
perché i partiti della sinistra parlamentare continuano ad
accettare la visione per la quale la Resistenza fu soltanto
guerra di liberazione nazionale, nascondendo quella che fu
invece anche guerra proletaria per liberarsi da ogni
sfruttatore.

Anti


Da "Umanità Nova" n. 28 del 14 settembre 2003

http://www.ecn.org/uenne/




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