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(it) USI: Prima scheda informativa sulla "Legge Biagi" (Pt.III)

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Date Tue, 14 Oct 2003 10:42:21 +0200 (CEST)


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LEGGE 30/2003: PRIMA SCHEDA INFORMATIVA SULLA "LEGGE BIAGI"
APPUNTI SULLO SMANTELLAMENTO DELLE REGOLE SUL/DEL LAVORO (COME
LE CONOSCEVAMO...)

Note sull'art. 5 (Certificazione)

Si è già espressa l'opinione che tutti gli interventi, compresi
quelli correttivi e integrativi, in materia di rapporti di
lavoro e nelle sue varie fasi, sono finalizzati a ridurre il
controllo sulla legalità dei rapporti e delle prestazioni
lavorative, allentando notevolmente le rigidità e i vincoli a
favore dei padroni (pardon, datori di lavoro), estendendo la
precarizzazione e la discontinuità con i contratti "tipici",
esaltando la funzione dell'autonomia individuale e lo squilibrio
più accentuato dei rapporti di forza tra imprenditori e
prestatori di lavoro.

Non tutti questi risultati possono però essere ottenuti
immediatamente, una parvenza di controllo formale (anche se non
sostanziale) è prevista "a monte" del rapporto lavorativo nella
sua fase iniziale e non "a valle", quindi nel concreto svolgersi
del rapporto di lavoro e delle prestazioni lavorative, per
richiederne la correzione o la tutela processuale.

Si tratta del meccanismo della "certificazione" indicata dalla
legge delega per quanto riguarda la "natura" del rapporto
lavorativo, subordinato o autonomo, effettuata da Enti
bilaterali, costituiti dalla associazioni dei datori di lavoro e
di quelle dei lavoratori (quelle "comparativamente più
rappresentative sul piano nazionale o territoriale", con le
implicazioni descritte in altro punto).

In precedenza era prevista anche in una delle deleghe il c.d.
"arbitrato di equità", poi stralciato ma sicuramente oggetto
delle prossime modifiche del codice di procedura civile
(c.p.c.).

La certificazione è formalmente volontaria, la finalità della
legge delega è volta alla riduzione del "...contenzioso in
materia di qualificazione dei rapporti di lavoro", in definitiva
perché possa avere una certa efficacia e costituisca una certa
garanzia per gli imprenditori dal rischio di essere subissati da
cause al giudice del lavoro, la "certificazione" deve avere un
certo peso in sede di dichiarazione della qualificazione del
rapporto (lavoro subordinato o lavoro autonomo).

Se allo stato attuale anche la magistratura e la giurisprudenza
dà un certo valore alla volontà espressa dalle parti contraenti
di voler stipulare un certo contratto e con certe
caratteristiche (si dice che ci si ferma al nomen juris, senza
indagare oltre sugli effetti sostanziali del contratto posto in
essere), figuriamoci se si afferma che molte attività lavorative
possono essere svolte indifferentemente con rapporti di lavoro
subordinato o con lavoro autonomo, in base alle "scelte delle
parti". Come se in un contratto di lavoro, datore di lavoro e
prestatore di lavoro fossero mai stati sullo stesso piano di
parità, specie nella fase della stipulazione dei contratti
individuali...

E' quindi facile anche per i non addetti ai lavori, comprendere
l'importanza di questa disposizione e di questo istituto
giuridico, la "certificazione", una volta approvata e messa in
opera concretamente: la tendenza sarà quella di dare rilevanza
alla certificazione, attività volontaria ma alla quale con molta
difficoltà il lavoratore potrà sottrarsi all'inizio del rapporto
di lavoro (si vedano poi le considerazioni già svolte al punto
sull'art. 4 della legge delega) pur di iniziare a lavorare.

Inoltre, anche la procedura indicata e il termine utilizzato di
"certificazione", avranno un effetto di forte condizionamento
psicologico alle contestazioni successive, durante lo
svolgimento del rapporto di lavoro, sia per quanto attiene alla
correttezza della qualificazione data della natura del rapporto
(subordinato o autonomo) sia per le modalità concrete di
svolgimento del rapporto lavorativo, se come è probabile, si
tratterà di prestazioni e di una modalità molto differente da
quella indicata nella "certificazione".

Si aggiunge una ulteriore considerazione che riguarda la parte
processuale e le forme di tutela in sede giudiziaria. Infatti,
anche in caso di favorevole accertamento giudiziale e quindi di
difformità rispetto a quanto originariamente oggetto di
"certificazione", la legge delega sembrerebbe indicare che
comunque, gli effetti di quanto è stato certificato permangono
fino all'accertamento da parte del giudice del lavoro, con la
conseguenza che anche in caso di vittoria del lavoratore, su un
rapporto "certificato" e qualificato scorrettamente come lavoro
autonomo, trattandosi invece di lavoro subordinato, la
disciplina più favorevole del rapporto subordinato potrà
applicarsi soltanto per il periodo successivo all'accertamento
in sede giudiziale e non potrebbe avere efficacia retroattiva
all'inizio del rapporto lavorativo instaurato.

Anche qui la conseguenza materiale e l'effetto psicologico sono
evidenti: sarà difficilissimo fare causa per accertare la natura
di un rapporto di lavoro formalmente "autonomo" anche se
sostanzialmente "subordinato", durante lo svolgimento del
rapporto stesso, per non correre il rischio di perdere il
lavoro. Non vi sarebbe nemmeno un interesse concreto a fare
causa successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro,
perché l'accertamento anche se favorevole al lavoratore, non
produrrebbe effetti retroattivi e positivi sul rapporto
lavorativo ormai esaurito.

Altre previsioni che riconducono il rapporto di lavoro tra
quelli di natura "commerciale" e mercantile, senza tutele
speciali per la parte contraente più debole (i lavoratori) come
se si trattasse di una negoziazione tra parti in posizione di
parità è fornita dai vari criteri direttivi della legge delega,
relativamente alle modalità di organizzazione delle sedi di
certificazione e della tenuta dei documenti, l'indicazione delle
procedure e del contenuto della certificazione, l'obbligo di
espletamento del tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c.
davanti all'organo preposto per la certificazione, nel caso di
impugnativa della errata o difforme qualificazione della natura
del rapporto di lavoro, o la difformità tra il "programma
negoziale" certificato e la sua attuazione successiva, con
obbligo in caso di ricorso in giudizio (in capo all'Autorità
Giudiziaria competente) di accertare all'inizio del processo, le
dichiarazioni e il comportamento tenuto dalle parti davanti
all'organo preposto alla certificazione del rapporto di lavoro e
del relativo contratto.

Per gli Enti Bilaterali, che possono essere anche università o
strutture pubbliche aventi competenza in materia (Centri per
l'Impiego, di competenza delle Province, Direzioni Provinciali
del Lavoro organi decentrati del Min. del Lavoro e delle P.S.)
oltre che le associazioni di datori di lavoro e dei prestatori
di lavoro, è attribuita anche la competenza anche per le
eventuali rinunzie all'azione giudiziaria o alle procedure di
transazione ex art. 2113 del codice civile, come conferma della
volontà di rinuncia o transattiva delle parti, così come è
estesa alla procedura di certificazione innanzi agli enti
preposti il deposito del regolamento interno relativo alla
tipologia dei rapporti attuati da cooperative, anche a seguito
delle modificazioni alla L. 142/2001 (art. 6 legge citata).


Note sull'Art. 6 (Esclusione)

Nella legge delega è indicato che gli articoli da 1 a 5 e le
relative disposizioni, non si applicano al personale delle
pubbliche amministrazioni, se non sono espressamente richiamate.

Il rinvio ad una espressa previsione per le disposizioni e gli
articoli sopra descritti con questo primo lavoro, non esclude
che in sede di rinnovi dei CCNL nei Comparti del Pubblico
Impiego o con specifici Accordi Intercompartimentali (dello
stesso tipo di quello già citato del 4 Febbraio 2002), non si
immettano nelle disposizioni relative al personale delle
Pubbliche Amministrazioni, le "innovazioni" della legge Biagi e
degli stessi decreti attuativi.

Senza contare che la "liberalizzazione", le pratiche di
esternalizzazione o di privatizzazione vera e propria dei
servizi pubblici essenziali (trasporti, energia, servizi socio
assistenziali, servizi educativi, scolastici, di assistenza agli
studenti disabili, della formazione professionale o
dell'orientamento al lavoro...), sulla spinta delle
determinazioni degli organismi nazionali e internazionali, non
provochino l'effetto di temporaneo "aggiramento" di questa
esclusione dall'applicazione di parte del meccanismo della legge
alle P.A., attraverso appalti, affidamenti, convenzioni e
relativi finanziamenti, di servizi di competenza di Enti
Locali, di Enti Pubblici e Istituzioni, a cooperative,
associazioni, loro consorzi o Associazioni Temporanee di
Impresa.


Note sull'art. 7

E' la disposizione della legge delega che ha indicato tempi e
modalità delle disposizioni (decreti attuativi) applicative
degli articoli da 1 a 5, con Deliberazione del Consiglio dei
Ministri, dopo aver sentito le associazioni di datori di lavoro
e dei prestatori di lavoro "comparativamente più
rappresentative" e trasmesse alle Commissioni parlamentari
permanenti.


Note sull'art. 8

E' l'articolo che prevede la modifica delle funzioni ispettive
in materia di previdenza sociale e delle controversie di lavoro,
che lungi dall'essere una serie di misure di "razionalizzazione"
nel senso del potenziamento degli organici degli ispettori del
lavoro all'interno del Min. del Lavoro e della P.S. e il
potenziamento delle funzioni di vigilanza, controllo e
ispettive, sembra il tentativo di trasformare gli organismi
periferici territoriali, provinciali e regionali, in organismi
funzionali ala "consulenza" dei datori di lavoro e alla
regolazione preventiva delle controversie individuali di lavoro
in sede conciliativa, secondo criteri di "...equità ed
efficienza".

Introdurre un sistema di ispezioni per l'osservanza di obblighi
previdenziali (delle imprese...), del rapporto di lavoro
(situazione aggirata dal meccanismo della "certificazione", si
veda al all'art. 5), del trattamento economico e normativo
minimo, snaturandone e stemperandone la natura originaria con
quella di "intermediari" alla funzione conciliativa delle
controversie individuali, come se i rapporti di lavoro in genere
si ponessero su di un piano di "parità" tra datore di lavoro e
prestatore di lavoro allo stesso livello dei rapporti di natura
mercantile e commerciale, significa voler spuntare uno degli
strumenti pubblici a sostegno delle lotte dei lavoratori e delle
lavoratrici pubblici e privati, specie per quanto riguarda la
massa dei rapporti "atipici".

La stessa previsione futura di una Direzione generale con
compiti di coordinamento delle strutture periferiche del
Ministero del Lavoro e delle P.S., con una riorganizzazione
delle funzioni di "polizia giudiziaria" (anche come sostegno e
supporto alle attività dell'Autorità Giudiziaria, quindi dei
magistrati in sede civile/lavoro e in quella penale),
all'interno di una generale riorganizzazione degli interventi
ispettivi degli organi di vigilanza per gli Enti previdenziali
(INPS, INAIL...), al di là della dizione letterale sembra fare
il paio con gli attacchi continui alla magistratura e alla
delegittimazione dell'amministrazione della giustizia, rispetto
agli altri "poteri dello stato".

Le deleghe previste in materia di giurisdizione, che rischiano
quindi di annichilire la funzione originaria del processo del
lavoro (instaurato con la L. 533/1973 e integrazioni), un
processo che ormai è "squilibrato" con lo svantaggio iniziale
dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, si pongono in
contrasto con l'applicazione dei precetti costituzionali.

Per ridurre il controllo di legittimità e di legalità, oltre
alle misure di "razionalizzazione" e coordinamento operativo
delle funzioni ispettive come sopra accennato, necessita per il
Governo ridurre la giurisdizione del lavoro, ritenuta già ai
tempi del dibattito sul "Libro Bianco" del Ministro Maroni
troppo invadente "contro" gli imprenditori (dall'esame della
giurisprudenza di merito e di legittimità, non sembrerebbe un
fenomeno unitario e nazionale ma limitato ad alcuni magistrati e
ad alcuni Tribunali).

Si risolverebbe al tempo stesso la "crisi della giustizia del
lavoro" e la morte del processo del lavoro (imputabile ai
magistrati), dato che il governo per i tempi lunghi della
giustizia in materia di lavoro e per la insufficiente qualità
professionale dei magistrati, fornisce come soluzione la
riduzione al minimo dei loro interventi e il ridimensionamento
delle funzioni degli organismi di vigilanza e ispettivi.

E' evidente a questo punto considerare che ridurre lo spazio di
intervento del giudice, limitare le funzioni ispettive e di
vigilanza a compiti di "consulenza" e di facilitazione delle
conciliazioni anche extragiudiziali, vanno nella direzione di
una accentuata "controriforma" del lavoro, che ha altri
ulteriori effetti: allentare le rigidità contrattuali e le
tutele collettive con l'esaltazione dello "sviluppo libero
dell'autonomia negoziale individuale", lo sviluppo di una
crescente e variegata precarizzazione dei rapporti di lavoro con
l'inserimento di tipologie "nuove", l'affermazione della
precarietà sociale anche per i c.d. "lavoratori dipendenti
garantiti", la maggiore libertà di azione con meno vincoli per
gli imprenditori.

Significa anche che sarà necessario ripensare le forme di
iniziativa in sede giudiziaria e di utilizzo degli strumenti
legali, per sostenere le lotte e lo sviluppo del conflitto nei
luoghi di lavoro e sul territorio a livello socio culturale.


Note sull'art. 9

Si tratta delle modifiche alla L. 142/2001, relative allo status
del socio lavoratore di cooperativa. Non è questa la sede per
una disamina approfondita della legge sul socio lavoratore, in
sostanza prevedeva prima delle modifiche della legge Biagi, il
riconoscimento al socio della cooperativa della natura
subordinata del suo rapporto di lavoro, la possibilità di
stipulare un regolare contratto individuale di lavoro con la
cooperativa, nel rispetto del CCNL.

Nella legge era poi prevista la facoltà di scegliere in sede di
stipulazione del contratto individuale di lavoro,
alternativamente al lavoro dipendente/subordinato, le forme
della collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) o
della prestazione occasionale e saltuaria.

Si poneva la questione dello svincolo del rapporto societario
con la prestazione lavorativa vera e propria e l'obbligo per le
cooperative, comprese quelle "sociali" regolate dalla L. 381/91,
di approvare un regolamento interno che disciplinasse gli
aspetti lavorativi, le tipologie adottate, gli schemi tipo dei
contratti individuali e un piano per l'occupazione e le
eventuali situazioni di crisi lavorativa dei soci e dei
lavoratori.

Con le modifiche dirette inserite nella Legge delega, che quindi
sono norme già applicative senza decreti attuativi, si ritorna
al vecchio concetto del socio di cooperativa "imprenditore di se
stesso" e alla totale separazione tra la prestazione lavorativa
e la qualifica di socio.

Anche la L. 142/2001, eliminava di fatto l'applicazione delle
garanzie poste all'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori
(reintegrazione in caso di licenziamenti illegittimi e
discriminatori) per i soci lavoratori di cooperativa.

La legge delega all'art. 9 fa di più, peggiorando il già
schifoso CCNL delle Cooperative sociali (che almeno considerava
applicabile la L. 300/70 in tutte le sue parti), dichiarando che
"...l'esercizio dei diritti di cui al titolo 3° della L. 300/70,
trova applicazione compatibilmente con lo stato di socio
lavoratore, secondo quanto determinato da accordi collettivi tra
associazioni nazionali movimento cooperativo e OO.SS.
comparativamente più rappresentative". Significa che se il nuovo
CCNL riducesse ancora l'ambito di esercizio dei diritti
sindacali (assemblea, affissione, permessi sindacali,
costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali...) a una
questione di status giuridico e alla separazione del vincolo
associativo con la prestazione lavorativa, unita alla enorme
massa di operatori con contratti atipici o senza contratti veri
e propri, in questo settore delle cooperative sociali sarà
estremamente difficile non solo costituire nuovi sindacati, ma
addirittura organizzare i lavoratori e le lavoratrici con
qualificazione e status non "conforme" .

Altre modifiche sono relative al nuovo comma 2 dell'art. 5 della
L. 142/2001, dove è stabilito che la competenza per le
controversie tra socio e cooperativa sono attribuite al
tribunale ordinario, ma che il rapporto di lavoro si estingue
"...con il recesso o l'esclusione del socio...deliberati nel
rispetto delle previsioni statutarie" e la nuova aggiunta
all'art. 6 della L. 142 del comma 2bis, quindi le cooperative
sociali, che possono definire in sede territoriale
l'applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro di
"riferimento all'attività svolta" con accordo con le OO.SS.
"comparativamente più rappresentative", accordo che deve essere
depositato presso la Direzione Provinciale del Lavoro (DPL).
Questa è una ulteriore limitazione in senso restrittivo, perché
riduce la sfera di applicazione piena dei CCNL in determinate
aree territoriali, nelle cooperative sociali (sia di tipo A che
di tipo B), in base all'attività svolta. E' una tendenza dello
"spezzatino contrattuale", come è stata definita, perché
cooperative operanti su un piano interregionale o nazionale,
affidatari di servizi esternalizzati, aggiudicatari di appalti o
comunque "accreditati", potranno rendere più elastica
l'applicazione di un contratto collettivo e applicare anche
diversi CCNL a seconda dei servizi erogati e in base
"all'attività svolta" (CCNL delle imprese di pulizie, del
terziario, della scuola materna o dei servizi educativi privati,
dei servizi turistici e alberghieri, delle cooperative
sociali...).

In fondo è l'applicazione della filosofia di fondo già descritta
in precedenza, in una dimensione di diritti e parametri
salariali differenziati e con accordo di contrattazione
collettiva.

Altra modifica all'art. 3 comma 2 e all'art. 6 comma 2 della L.
142/2001 è posta con riferimento alle cooperative della piccola
pesca, sia con l'introduzione di forme di compenso proporzionato
all'entità del pescato e in base ai regolamenti interni delle
singole cooperative e con una riduzione dei trattamenti
retributivi e alle condizioni di lavoro a quelli che
corrispondono al "...trattamento economico minimo...". Un bel
risparmio sul "costo del lavoro" (o costo
dell'autosfruttamento).


Note sull'art. 10

In questo articolo si sostituisce l'art. 3 della L. 151/1993,
che riguarda i benefici alle imprese artigiane, commerciali e
del turismo, dove si stabilisce nel nuovo testo che in questi
settori il riconoscimento dei benefici contributivi e normativi
alle società e aziende è subordinato "...all'integrale rispetto
di accordi e contratti..." (dai CCNL ai contratti collettivi
regionali, territoriali o aziendali se sottoscritti). La norma
in se sembrerebbe una disposizione di vigilanza nella corretta
applicazione di contratti collettivi e accordi aziendali, per
poter far fruire di sgravi contributivi, incentivi e
agevolazioni fiscali o trattamenti normativi difformi dai CCNL,
le società e le aziende del settore alberghiero turistico, del
commercio e alle imprese artigiane.

In pratica, si corre il rischio di avallare la tendenza ad
abbassare in settori soggetti a forte precarietà lavorativa, a
punte stagionali o picchi produttivi non controllati da
meccanismi ispettivi e dal ruolo delle Organizzazioni sindacali
non concertative, pratiche di "deregolamentazione" e di
incentivazione all'evasione contributiva reale, a fronte di
accordi o patti territoriali che in cambio di presunta "nuova
occupazione", precaria e flessibile e quindi obbediente e
ricattata, fanno fruire alle aziende di benefici e sgravi
contributivi.


Come diceva un antico detto popolare, "fatta la legge, trovato
l'inganno".


Il ragionamento sulle questioni suscitate dalla lettura dei
testi normativi, ovviamente non finisce qui, ma va riportato
all'interno delle verifiche pratiche che operatori del diritto,
strutture sindacali e delegati RSU/RSA nei luoghi di lavoro,
comitati territoriali o collettivi di "precari o atipici" e
associazioni dovranno fare per approfondire o aggiornare questo
primo lavoro e gli altri che seguiranno.


Una cosa in conclusione ci preme sottolineare: VA SVILUPPATO IL
CONFLITTO NEI LUOGHI DI LAVORO E SUL TERRITORIO, ANCHE CON LOTTE
SOCIALI SU UNA CHIARA PIATTAFORMA, VANNO SVILUPPATE LE FORME DI
AUTORGANIZZAZIONE SINDACALE, SOCIALE E CULTURALE E VERIFICATE LE
PRATICHE DI AUTOGESTIONE PRODUTTIVA E COOPERATIVA, VANNO RIMESSI
IN CANTIERE I PERCORSI DI CONFRONTO "TRASVERSALI" E DI
COSTRUZIONE DI INIZIATIVA CONCRETA DI INFORMAZIONE E DI LOTTA,
NEI QUARTIERI E NELLE REALTA' TERRITORIALI, PER "DISARTICOLARE"
GLI EFFETTI DELLA LEGGE BIAGI.

Sono le condizioni fondamentali per cercare di mettere i bastoni
tra le ruote del meccanismo legislativo, specie per quanto
attiene gli enti bilaterali, la "certificazione", le tipologie
contrattuali.

Solo l'aspetto pratico e la verifica concreta di opposizione
agli effetti della legge, potranno permetterci di costruire dei
percorsi di opposizione lavorativa e sociale e sviluppare a
sostegno di questi percorsi gli opportuni "consigli utili" sotto
il profilo legale, giudiziario e processuale.

Va bene che abbiamo tutto il terzo millennio a disposizione...ma
ora diamoci una mossa.


Esecutivo nazionale USI AIT
Coordinamento dei servizi sindacali e legali



USI AIT - UNIONE SINDACALE ITALIANA
Confederazione di sindacati nazionali autogestiti e di
Federazioni intercategoriali
Via Iside 12 - 00184 Roma Tel. 06/70451981 Fax 06/77201444
Via Isonzo 10 - 20136 Milano Tel. 06/54107087 Fax 06/54107095




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