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(it) Umanità Nova n.31: Letture - "Lettere d’amore e d’amicizia"

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Date Sun, 12 Oct 2003 17:35:38 +0200 (CEST)


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Mattia Granata (Con prefazione di Maurizio Antonioli), "Lettere
d'amore d'amicizia", BFS ed., Pisa 2002, pagg. 112 con foto,
Euro 8,00.

Non capita certo spesso di avvicinarsi alla storia
dell'anarchismo attraverso un qualcosa di così privato come può
essere un epistolario d'amore e di amicizia quale quello
raccolto e commentato in questo libro abbastanza particolare.

La corrispondenza è quella intercorsa tra Leda Rafanelli, Carlo
Molaschi e Maria Rossi, tre figure assai diverse dell'anarchismo
militante ma reciprocamente legate da una profonda rete di
affetti e affini sensibilità in grado di affrontare anche prove
assai impegnative, quali quelle vissute nel travagliato periodo
storico tra il 1913 e il 1919, comprendente gli anni tremendi
sia da un punto di vista umano che politico della Prima Guerra
Mondiale.

L'immane strage militarista e la conseguente disumanizzazione di
massa rappresentarono per ragioni diverse un'esperienza
lacerante soprattutto per gli anarchici di tendenza
individualista che, dopo aver visto anche non pochi loro
compagni di fede schierarsi su posizioni interventiste, furono
attraversati da una crisi che in se raccoglieva rancore,
estraneità e delusione davanti allo spettacolo offerto dal
massacro imperialista in cui milioni di oppressi recitavano al
contempo la parte delle pecore e dei lupi.

Ogni persona libera e consapevole non poteva non rimanere
attonita ed inorridita di fronte a quello che si presentava la
morte di ogni speranza di redenzione umana e riscossa sociale,
ma ciò doveva risultare ancora meno sopportabile agli
anarco-individualisti che non avevano mai rinnegato il proprio
antimilitarismo; i quali non accettando gli strumenti
d'interpretazione legati alla critica antiautoritaria non
disgiunta dall'analisi di classe, vedevano soltanto il
disperante naufragio dell'eterno spirito ribelle dell'Uomo e
della "fede nel superamento umano" come ebbe a scrivere
Molaschi.

Per lui infatti era come risvegliarsi in un immenso cimitero e
sulle lapidi di tale selva di croci si poteva leggere: "Qui
giace il superuomo, qui giace la vita pura, qui giace la
libertà, qui giace la nobiltà, qui giace la fraternità."

Persino la primavera, ai suoi occhi, era "stata uccisa con i
milioni di cadaveri ammucchiati dalla guerra" e, senza riuscire
a comprendere il volontarismo dei rivoluzionari al fronte,
osservava: "intanto i ribelli diventano 'arditi', e io ardito
non lo sarò mai".

Ma oltre alle tormentate testimonianze di Molaschi, che negli
anni seguenti avrebbe fatto parte della redazione di Umanità
Nova approdando infine al Partito socialista, dal libro
piacevolmente curato da Mattia Granata emergono in modo assai
suggestivo l'immagine e la lirica di Leda Rafanelli, la "zingara
anarchica" che aveva abbracciato la religione mussulmana, pur
non accettando altro velo che quello della sua seducente quanto
misteriosa personalità di sovversiva.

Nata a Livorno nel 1880, Leda Rafanelli, pur non avendo
terminato neppure la terza elementare, si rivelò precoce nonché
impetuosa poetessa e scrittrice (i suoi primi versi pubblicati
furono pubblicati quando aveva appena 15 anni!), dopo aver
imparato da autodidatta oltre all'italiano anche l'arabo;
protagonista di svariate iniziative editoriali (Vir, La Protesta
Umana, Sciarpa Nera, La Rivolta, La Libertà), fu tipografa e
fondatrice nel 1910 della Casa Editrice sociale, la più
importante impresa editoriale libertaria in Italia dell'epoca.

Assai belle ed apprezzabili - credo - da tutti gli anarchici,
sia individualisti che comunisti, le sue parole messe in
apertura del libro: "Gli anarchici, nella vita, sono dei nomadi.
Non seguono quella tale strada, ma la loro strada".

Ieri come oggi.

emmerre


Da "Umanità Nova" n. 31 del 5 ottobre 2003
http://www.ecn.org/uenne/




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