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(it) Umanità Nova n.38: Affari privati, soldi pubblici

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Date Wed, 26 Nov 2003 12:00:13 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Le nuove norme sugli asili: dalla scuola alla balia

La camera ha approvato il 13 novembre il testo di legge sulle
"nuove norme in materia di servizi socio educativi della
prima infanzia", che cancella la precedente normativa del '71
istitutiva degli asili nido. Della commissione ristretta
hanno fatto parte Burani Procaccino (F.I.), Turco (D.S.),
Valpiana (R.C.), Mussolini (A.N.), Briguglio (F.I.). Il tutto
sotto la regia del ministro Prestigiacomo.

La nuova normativa prevede sostanzialmente, a fianco degli
asili nido, l'istituzione di: 1) nidi e micronidi all'interno
dei luoghi di lavoro, organizzati secondo criteri di massima
flessibilità 2) servizi socio educativi sia presso il
domicilio delle famiglie che presso il domicilio degli
educatori 3) servizi socio educativi nel medesimo complesso
abitativo o in più complessi abitativi limitrofi (i
cosiddetti nidi di caseggiato).

Il sostegno economico spetterà ai Comuni, per il tramite
delle Regioni; nel caso dei nidi aziendali, possono entrare
in gioco anche l'amministrazione dello stato e gli enti
pubblici nazionali. La definizione e la garanzia degli
standard minimi qualitativi ed organizzativi spetta allo
stato (art.5). Le regioni definiscono gli indirizzi e i
criteri di programmazione territoriale e provvedono alla
riqualificazione del personale (art.6). I comuni partecipano
alla programmazione regionale, ma soprattutto rilasciano le
autorizzazioni al funzionamento degli asili nido e dei
servizi integrativi (nidi aziendali, domiciliari, di
caseggiato), oltre ad espletare la vigilanza ed il controllo;
questa funzione però può essere appaltata anche integralmente
dai comuni ad associazioni familiari, nonché ad organismi del
privato sociale(sic!).

Quindi il quadro sia pure grossolanamente delineato è il
seguente: il pubblico finanzia il privato che si autoconcede
le autorizzazioni e provvede a controllare se stesso. Il
testo definisce i profili professionali degli educatori
(art.9), che devono rispondere ad uno standard di competenze
psicopedagogiche, consistenti nel possesso di determinati
titoli di studio e che devono operare secondo non meglio
identificati criteri di collegialità difficilmente
immaginabili ad esempio in una situazione ristretta come il
nido domiciliare. Non una parola viene spesa sul rapporto
numerico educatori-bambini, né sulle modalità di reclutamento
del personale. Il dibattito è stato assai poco vivace; le
uniche contestazioni mosse dall'opposizione, in sede di
commissione sono state relative alla quota di contributo
delle famiglie (la Turco ha proposto un contributo massimo
del 30% del costo del servizio, mentre il testo licenziato
prevede il 50%) e un richiamo, proveniente da R.C. e recepito
nel testo, alla necessità di prevedere e sostenere forme di
integrazione dei bambini disabili. La votazione alla Camera
ha avuto esito favorevole, con due sole astensioni (D.S.).

La nuova normativa, basandosi sul principio di sussidiarietà
e di libera scelta delle famiglie, svolge una operazione
speculare a quella che ha portato, tre anni fa,
all'approvazione della legge di parità nella scuola: il
concetto base è sempre lo stesso, fondato sulla nozione di
sistema integrato pubblico - privato, che dovrebbe rispondere
ai bisogni dell'utenza scaricando, almeno in teoria, stato o
enti locali dall'onere dell'istituzione di scuole così come
di centri educativi. In realtà, una volta creato il sistema
integrato, si apre la voragine dei finanziamenti, che vengono
erosi alla struttura pubblica per foraggiare l'iniziativa
privata.

Nella nuova normativa sui servizi educativi dell'infanzia si
parla di sussidiarietà orizzontale, cioè estesa a una gamma
quanto mai indistinta ed eterogenea di soggetti privati,
pomposamente definiti "privato sociale", in omaggio al luogo
comune imperversante che assegna al privato una presunta
funzione etica basata sul criterio di soddisfazione del
cliente in materia di flessibilità e di orientamenti
educativi. L'introduzione dei servizi educativi integrativi
assesta dunque ai nidi pubblici un duro colpo, che va ad
aggiungersi agli altri gravissimi problemi inferti al settore
dalle ripercussioni della riforma Moratti: l'anticipo
dell'ingresso nella scuola dell'infanzia a due anni e mezzo
restringe infatti considerevolmente l'utenza dei nidi,
prefigurando un'elevata quota di esuberi del personale. Ma la
nuova normativa annulla anche ulteriormente il valore e il
senso dell'educazione dell'infanzia: il bambino non è un
soggetto, ma un fardello da collocare nella situazione più
congeniale alle esigenze della famiglia, vale a dire ai
ricatti dei padroni sulle lavoratrici madri o, come dice il
testo all'art.1, favorendo la conciliazione tra le esigenze
lavorative, familiari e procreative.

Si ripropone ancora una volta il modello della azienda o
della fabbrica come istituzione totale, che assorbe tutto,
che educa e trasmette valori, stili di vita e di pensiero,
che rappresenta l'unico orizzonte, l'unica atmosfera in cui è
consentito respirare, dalla culla alla sempre più remota
pensione. E poi i nidi domiciliari o di caseggiato: qualcuno
può realisticamente immaginarvi una situazione
solidaristico-comunitaria, magari con una spolveratina di
autogestione. Sembra piuttosto l'ennesima attuazione
dell'imperversante pedagogia cattolico familistica, per cui
l'educazione deve costituire un prolungamento della famiglia,
un sistema di valori e comportamenti omogenei rispetto a
quelli trasmessi dal contesto familiare, che non esponga i
bambini, nemmeno quelli piccolissimi, all'esperienza, alla
scoperta di mondi e modi diversi . Infine il nido presso il
domicilio dell'educatore: non sono in grado di dire niente di
questa strabiliante novità; mi vengono in mente solo poppute
balie di campagna.

Patrizia


Da "Umanità Nova" n. 38 del 23 novembre 200
http://www.ecn.org/uenne/




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