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(it) Umanità Nova n.37: Un altro antimperialismo è possibile

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Date Fri, 21 Nov 2003 11:29:59 +0100 (CET)


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Le amare seduzioni del terzomondismo

All'interno del composito movimento contro la guerra, da
tempo si è riaperto un aspro confronto teorico tra componenti
diverse attorno a cosa significa oggi essere antimperialisti.
Tanto per essere chiari, vogliamo dire la nostra, in quanto
comunisti anarchici.

Imperialismo è un termine che ha assunto ed assume
significati diversi: da un punto di vista economico indica la
tendenza degli stati e del capitalismo ad annettere territori
da saccheggiare, per esportarvi capitali e per invaderli con
le proprie merci; da un punto di vista politico implica il
ricorso sistematico alla guerra e alla soppressione delle
libertà sociali; da un punto di vista ideologico coincide con
la mitizzazione del sistema dominante, spacciato come unica
garanzia di sviluppo.

UN PO' DI STORIA

Fin dal suo sorgere l'imperialismo ha visto da un lato
l'affermarsi di associazioni monopolistiche internazionali di
capitalisti - le cosiddette multinazionali - che si sono
spartite il mondo, dall'altro ha alimentato le
contrapposizioni nazionali e i nazionalismi, in nome dei
quali i popoli vengono puntualmente chiamati a scannarsi per
conto terzi.

Infatti, già alla vigilia della Prima guerra mondiale - ossia
del primo conflitto imperialista - l'internazionalista
anarchico Errico Malatesta osservava che "per noi le rivalità
e gli odi nazionali sono tra gli strumenti più efficaci di
cui dispongono i dominatori per perpetuare la schiavitù dei
lavoratori, e noi dobbiamo combatterli con tutta la nostra
forza".

Tale visione, mettendo fine al patriottismo risorgimentale,
era del tutto coerente col punto di vista espresso
dall'Associazione Internazionale dei Lavoratori secondo la
quale "il campo internazionale dei lavoratori è la nostra
sola patria; il mondo internazionale degli sfruttatori,
quello è il paese a noi straniero e ostile (Congresso di
Ginevra, 1866, citato da M. Bakunin in "Stato e anarchia") e
all'interno del movimento operaio tale convinzione appartenne
a lungo anche alla componente socialdemocratica tanto da
farle affermare la necessità di "operare senza tregua per
l'eliminazione del capitalismo che divide l'umanità in due
campi nemici e aizza i popoli gli uni contro gli altri
(congresso della II Internazionale di Zurigo, 1893).

Le due guerre mondiali portarono però allo sconquasso anche
le diverse sinistre nazionali che furono lacerate e coinvolte
nella logica interventista e bellicista, o per sudditanza
alle suggestioni patriottiche evocate dagli stati - compreso
quello sovietico - o nell'illusione che la guerra potesse
determinare conseguenze rivoluzionarie o perché ritennero
prioritaria la difesa della democrazia accantonando ogni
prospettiva rivoluzionaria.

VENENDO ALL'OGGI

Negli ultimi decenni, anche alla luce della cosiddetta
globalizzazione del capitale e del nuovo ciclo di guerre che
si sono susseguite a partire dalla prima aggressione Usa
contro l'Iraq nel 1991, la critica nei confronti
dell'imperialismo ha imboccato strade diverse, influenzando
anche le analisi e l'opposizione dei movimenti contro la
guerra.

Da un lato si è visto consolidarsi quel pensiero che vuole
superata la fase degli imperialismi contrapposti e l'apparire
dell'Impero, una sorta di Moloch che tutto divora e tutto
liberalizza. In Italia tale moda intellettuale ha visto il
ruolo di Antonio Negri, ex-teorico operaista che sembra aver
dimenticato non solo che tanto tempo fa il "rinnegato"
Kautsky aveva già teorizzato l'avvento di un
"super-imperialismo", ma persino quanto lui stesso scriveva
in "Proletari e Stato" riguardo "il pericolo del risorgere di
contraddizioni imperialistiche di tipo classico, cioè
interimperialistiche, con scadenze di guerra" di fronte a cui
restava "solamente l'alternativa fra una soluzione
catastrofica e una soluzione rivoluzionaria".

La debolezza delle elaborazioni sul fantomatico Impero è
stata evidenziata spietatamente dalle aspre contrapposizioni
interimperialistiche che anche in occasione della "guerra
globale contro il terrorismo" ha visto Usa, Russia, Cina,
Gran Bretagna, Francia e Germania dividersi su politiche e
strategie a causa dei diversi e divergenti interessi
economici rispettivamente tutelati ed imposti. La gravità di
tali contraddizioni è tale da mettere in crisi organismi
sovranazionali quale l'Onu, la Nato e l'Unione Europea che,
nel ponderoso saggio di Negri dedicato all'Impero, erano
stati considerati poco più che delle succursali di
quest'ultimo, così come gli stati dell'occidente
industrializzato venivano considerati alla semplice stregua
di vassalli, valvassori e valvassini.

Contemporaneamente, in apparente contrapposizione dialettica,
ha fatto la sua comparsa una posizione antimperialista, erede
del terzomondismo e del guevarismo che negli anni settanta
sostennero le lotte di liberazione nazionale combattute
dall'Africa all'America Latina, dall'Indocina alla Palestina.

Secondo questi antimperialisti "postmoderni", la coincidenza
tra imperialismo e Usa è pressoché totale e quindi per
sconfiggere quest'ultimi ogni alleanza non solo è lecita ma
persino necessaria, a partire proprio dagli Stati "canaglia"
e da tutti i nazionalismi ostili al nuovo ordine dettato da
Washington, ritenendo superata anche la distinzione
destra-sinistra. Da qui la rivendicazione di un
"antiamericanismo" che pur volendosi richiamare al marxismo,
sembra aver dimenticato il primo rigo scritto da Marx ne Il
Manifesto: "La storia di tutta la società, svoltasi fin qui,
è storia delle lotte delle classi".

Infatti, nella comune lotta antimperialista si arriva a
prospettare l'unità strategica con le masse arabo-islamiche,
con movimenti nazional-populisti con aperta vocazione
razzista, con le borghesie nazionali e i regimi dei paesi
minacciati dall'egemonia Usa, con settori antimodernisti del
movimento anti-globalizzazione.

In antitesi a questi due "nuovi" modi di considerare
l'imperialismo e quindi l'antimperialismo, resiste comunque
una prassi anticapitalista, sia di matrice comunista che
anarchica, che continua a considerare centrale il conflitto
di classe, tra sfruttati e sfruttatori, e non quello tra un
immaginario Impero e indefinite "moltitudini" oppure tra gli
Stati Uniti e le nazionalità oppresse; semmai si giunge a
ricercare una convergenza tra i diseredati e i senzaterra del
Sud del mondo con i proletari dei paesi industrializzati.

D'altro canto, abbandonare l'internazionalismo proletario a
favore di ambigue prospettive oltre la destra e la sinistra,
espone al pericolo della penetrazione culturale e della
strumentalizzazione da parte della destra radicale,
rappresentanti della quale o personaggi comunque provenienti
da essa non esitano a partecipare ai movimenti
antiglobalizzazione e antiamericani, come dimostrano alcune
discusse adesioni sia al Social Forum europeo di Firenze che
alla prossima manifestazione a sostegno della resistenza
irachena del 13 dicembre, inevitabilmente causa di reciproche
accuse e polemiche pretestuose.

Inoltre continuare a giocare la carta dell'antiamericanismo,
significa distogliere lo sguardo dalle malefatte degli altri
imperialismi e trovarsi del tutto indifesi di fronte alla
progettata costituzione di un esercito europeo, strumento
attraverso il quale l'Unione Europea potrà intervenire
militarmente in modo autonomo, anche e soprattutto contro gli
interessi Usa, e disporre di un formidabile strumento
repressivo interno.

I FONDAMENTALISTI SONO ANTICAPITALISTI?

Seguendo il tatticismo che fa considerare "amico" ogni
"nemico dei nostri nemici", alcuni settori antimperialisti da
tempo sottolineano la valenza "rivoluzionaria" dell'Islam,
ipotizzando alleanze nel nome dell'antiamericanismo non solo
con le cosiddette masse arabo-islamiche, ma persino con le
rispettive borghesie e oligarchie al potere.

Tale deriva oltre a negare l'idea stessa della lotta di
classe, non fa i conti con la stessa realtà dei rapporti di
dominio all'interno delle società islamiche.

Nel mondo ci sono milioni di musulmani diseredati che sono
sfruttati dai capitalisti locali - anch'essi di fede islamica
- che fondano i loro scandalosi privilegi sullo sfruttamento
dei propri "fratelli" e che manipolano la religione,
sostituendo ogni senso di solidarietà e umanità con un
nazionalismo violento, xenofobo e conservatore che divide e
annulla la classe lavoratrice. Non casualmente infatti un
regime corrotto come quello dell'Arabia Saudita da sempre
finanzia i gruppi dell'integralismo islamico ma non i
movimenti di resistenza di matrice laica o marxista.

Analogamente in Iran, sotto il regime islamico degli
Ayatollah, dopo la rivoluzione del 1979, sono stati
ferocemente repressi i sindacati dei lavoratori, il partito
comunista, i mujahidin del popolo, le associazioni di donne e
alcuni gruppi anarchici che aveva partecipato
all'insurrezione contro il regime dello Scià. Così in
Indonesia, i fondamentalisti negli anni sessanta
collaborarono con la Cia ed il regime di Suharto nello
sterminio dei comunisti e dell'etnia cinese. Analogamente gli
Stati Uniti in passato hanno appoggiato gli integralisti
islamici in Afganistan in funzione anti-sovietica ed hanno
trescato per decenni con lo stesso Bin Laden, mentre in
Palestina la nascita del gruppo Hamas, oggi accusato di
terrorismo, fu favorita proprio dagli stessi servizi segreti
israeliani e dalla Cia allo scopo di frenare la componente
socialista nella resistenza palestinese, ben radicata in
gruppi quali l'OLP e il FPLP. E allo stesso modo abbiamo
assistito, in occasione dell'aggressione Nato alla Serbia nel
1999, al sostegno Usa verso i mercenari islamici dell'Uck.

IL NOSTRO ANTIMPERIALISMO

Lottare contro l'imperialismo significa in primo luogo
demolirne il mito che sovente i suoi nemici contribuiscono a
rafforzare; gli esiti disastrosi dell'aggressione all'Iraq
stanno impietosamente mostrando che più che di fronte ad una
"guerra globale permanente" siamo davanti a quello che lo
studioso Emmanuel Todd ha definito "micromilitarismo
teatrale", ossia un avventurismo militare che gli Usa
utilizzano per cercare di nascondere la propria crisi e
compensare la perdita d'egemonia mondiale.

Da questo punto di vista, coglievano nel segno i maoisti
quando definivano l'imperialismo una tigre di carta.

In secondo luogo opporsi all'imperialismo significa
riconoscere il fatto che la politica dei governi italiani,
sia di centrosinistra che di centrodestra, sia nella variante
europeista che in quella filoamericana, risponde a logiche
perfettamente imperialiste.

Inoltre è necessario liberarsi dalle illusioni
sull'autodeterminazione dei popoli e sulle guerre di
liberazione nazionale che, nei migliori dei casi, hanno visto
il passaggio del testimone dello sfruttamento dai padroni
stranieri alle neonate borghesie e burocrazie dei paesi
usciti dalla sudditanza coloniale.

Per questo rifiutiamo ogni nazionalismo, sia vincente che
perdente, in quanto alla resa dei conti tende puntualmente a
confermare gerarchie sociali o a creare nuove élite dominanti
ai danni delle classi subalterne; così come non crediamo che
si possa giungere ad un'autentica liberazione individuale e
collettiva attraverso qualsiasi fondamentalismo religioso
tendente, per sua natura, a negare l'idea della libertà
individuale e ad esaltare l'obbedienza fideistica di massa.

D'altra parte, la stessa storia dei popoli è, in ultima
analisi, il risultato dell'azione e della volontà degli
individui nonché il prodotto del conflitto tra le classi -
classi con interessi divergenti e quindi anche con culture
antagoniste pur se facenti parte dello stesso popolo o della
stessa nazione.

Detto questo non siamo neutrali o indifferenti davanti al
dilagare dell'incendio sociale e solidarizziamo con chiunque
resiste alla politica di guerra-sfruttamento-oppressione dei
capitalisti e degli stati, ma l'anticapitalismo anarchico
rimane quello delle lotte dei lavoratori e dei senza potere,
che a tutte le latitudini e sopra ogni appartenenza
nazionale, si riconoscono classe in rivolta contro una
società divisa in classi.

Jean Rabe

Da "Umanità Nova" n. 37 del 16 novembre 2003
http://www.ecn.org/uenne/




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