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(it) Umanità Nova n.37: America Latina, un continente in bilico

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Date Wed, 19 Nov 2003 11:33:57 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Che cosa sta succedendo in America latina? In quel cortile di
casa (backyard) che ogni potere statunitense ha inteso,
almeno dalla dottrina Monroe dei primi decenni del XIX secolo
come l'emisfero a portata di mano, in cui essere sicuri che
nulla e nessuno si opporrà ai voleri di zio Sam?

L'ignominiosa fuga di Goni Sanchez Solada dallo scranno
presidenziale di Bogotà a qualche aurea residenza in Florida,
nonostante l'appoggio della Casa Bianca sino a qualche ora
prima della sua partenza, suona come un campanello
d'avvertimento per Washington, peraltro l'ultimo di una serie
contraddittoria di elementi politici ostili, per così dire,
alle visioni imperiali dei neoconservatori americani al potere.

In Venezuela, fonte di importazione petrolifera per gli Usa,
il vecchio golpista fallito al potere legale resta in sella
nonostante la canea reazionaria dei media e dell'élite locale
si scagli contro ogni giorno rinfacciandogli promesse
radicali peraltro non sempre mantenute a favore dei
diseredati e degli equilibri di potere locale leale agli
interessi forti stranieri. In Argentina l'ultimo (in ordine
di apparizione) presidente Kirchner negozia una
ristrutturazione dello stratosferico debito estero con il Fmi
tenendo duro su condizioni accettabili per una economia un
tempo tra le prime dieci del mondo industriale ed oggi
ridotta a metà strada tra secondo e terzo mondo. In Brasile
il peteista Lula sembra proseguire nel suo programma
socialdemocratico e cerchiobottista, che alimenta
disillusioni a destra (parte della comunità finanziaria) e a
sinistra (qualche comunista doc e Sem terra alla prova dei
fatti), e quindi mettendosi al centro di una dialettica
politica e forse sociale che gli potrà garantire un successo
equilibrato memore della lezione di Allende.

Tirando le fila e immaginando che l'America latina sia un
tutt'uno, il che ovviamente non è, possiamo seguire alcuni
quadri di riflessione tra loro reciprocamente connessi. Il
primo si lega al posto che quel continente si ritaglia sul
piano dell'economia globale: una parte sempre minore di
risorse globali arriva da quelle parti sotto forma di
investimenti diretti, di capitali in cerca di rendimenti alti
- la vicenda dei bond esteri vanificati in Argentina e
l'impossibilità a tutt'oggi che i detentori ricchi del nord
siano tutelati dal governo argentino a rischio default la
dice lunga su quanta acqua è passata dal 1984 quando il pesos
messicano mise in ginocchio le casse di risparmio americane
obbligando il governo a varare un grosso piano di
ripianamento dei debiti e di appropriazione delle ricchezze
messicane, cosa che oggi risulta impraticabile in Argentina.
La quota della ricchezza globale che si dirige verso il
continente latino-americano è sempre in via di costante
diminuzione anche sotto forma di aiuti allo sviluppo da parte
dei grossi finanziatori mondiale, ossia giapponesi europei e
americani, salvandosi solo per il sistema ancora in piedi
delle nazioni unite (in primo luogo il Pnud).

In secondo luogo, tale percezione diffusa alimenta un diniego
crescente verso quelle politiche di apertura ai mercati
globali non controllate direttamente dai governi locali, che
quindi privatizzano e liberalizzano, magari in maniera più
rallentata del passato, ma solo con programmi di cui le élite
locali di governo controllano e sono beneficiarie. Ciò
comporta pertanto il gioco di attrito e resistenza verso
quelle forme di globalizzazione regionale avviate attraverso
zone di libero scambio quali, nella fattispecie, l'ALCA che
estenderebbe di fatto i benefici perversi del NAFTA
dall'Alaska sino alla Terra del fuoco, senza alcuna gestione
dei governi nazionali.

In tale scenario, quelle che un tempo sarebbero state
etichettate come borghesie nazionali - in quelle latitudini
sempre compradore - intuiscono come una ragione di
sopravvivenza propria li spinga a sposare una retorica
sinistrese in grado di mobilitare media e opinione pubblica a
loro sostegno, visto che tale politica li conduce verso una
rotta parzialmente collidente con la potenza d'area
dominante. Quanto poi questo spazio locale equidistante da
una politica realmente a tutela e sostegno dei diseredati del
continente e da una politica tutta liberista nell'ambito
economico e finanziario abbia speranze di successo è un fatto
di cui verificare in pratica senza pregiudizi ideologici; il
ricompattamento di blocchi sociali egemoni a livello
nazionale si scontra infatti con una loro frantumazione che
polarizza, come nel resto del mondo d'altronde, ricchi e
poveri snellendo la piramide globale proprio nella zona
intermedia dove i ceti medi vedono sempre più erosi i loro
margini di privilegio per essere spinti verso giù (solo pochi
riescono ad agganciarsi al treno della globalizzazione e
vengono trainati verso l'alto).

Infine, in tale scenario di miserie suburbane dei ghetti
metropolitani e di povertà rurale e campesina in grado di
formare organismi di massa ancora vitali nella consapevolezza
di una disperata corsa contro il tempo della loro
africanizzazione, si innesta l'elemento antropologico, per
così dire, testimoniato dal fatto che la maggioranza
dell'emisfero è di origine india. L'indigenismo è tuttora la
questione rimossa, erede del genocidio del XVI secolo, che
tuttavia risalta alla vista di tutti, specie in una epoca di
differenze sospinte, articolate, quasi promosse in una
divisibilità infinita per meglio imperare. Lingua, fedi,
tradizioni, costumi, sostanzialmente estranei alla modernità
bianca e meticcia costituiscono una risorsa sotterranea
presso cui attingere non solo come memoria di resistenza, ma
anche come luogo della fantasia creativa per ribaltare un
mondo letteralmente micidiale, in favore di una reinvenzione
di società alternativa e altra di cui tutti abbiamo bisogno,
senza nostalgia in un passato affatto glorioso (pensiero
comunitarista), ma con desiderio di ricreare innovando
pratiche associative, aggregative, decisionali, solidali di
cui una cultura sterminata serba un potenziale ancora da
elaborare, come insegnano le comunità chiapaneche.

Salvo Vaccaro

Da "Umanità Nova" n. 37 del 16 novembre 2003
http://www.ecn.org/uenne/





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