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(it) A-Rivista Anarchica n.294: Sciopero generale alternativo!

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Tue, 4 Nov 2003 17:51:51 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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http://ainfos.ca/index24.html
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CUB, SLAI Cobas e USI hanno indetto uno sciopero generale. Il
7 novembre si sciopera per le pensioni, per i salari europei,
per la difesa dei servizi sociali, per le libertà sindacali,
contro la concertazione, per l’autonomia e l’indipendenza,
sul terreno sindacale, dei lavoratori.

Credo sia opportuno ricordare che il modo stesso di porre una
domanda prefiguri la risposta.
Se, ad esempio, accettassimo di misurarci sulla questione
delle pensioni nei termini che ci sono proposti dal governo e
dai settori "riformisti" dell’opposizione - invecchiamento
medio della popolazione, riduzione del numero dei lavoratori
attivi in rapporto ai pensionati, deficit della previdenza,
necessità di garantire alle future generazioni un trattamento
previdenziale adeguato et similia - potremmo facilmente
dimostrare che questi signori mentono su diverse questioni e
che il loro fine reale è un taglio secco delle retribuzioni e
il rilancio della previdenza integrativa privata ma
assumeremmo un’attitudine, inevitabilmente, difensiva ed
eluderemmo quello che, a mio avviso, è la questione centrale.


Di conseguenza, proverò a porre quelli che mi sembrano.

Nell’arco degli ultimi trent’anni la quota della ricchezza
nazionale che va alle retribuzioni dei lavoratori dipendenti
si è ridotta di circa il 20%. è vero che nel 1973 si era nel
pieno di un ciclo di lotte che aveva spostato i rapporti di
forza fra le classi a favore dei salariati ma è altrettanto
vero che questa riduzione, acceleratasi negli anni ‘90 e
ulteriormente aggravatasi nel terzo millennio, prova come il
modello concertativo di governo dei salari non garantisce in
alcun modo la tenuta delle retribuzioni.

Nell’ultimo decennio, inoltre, si sono ridotte le
retribuzioni medie anche in assoluto a fronte di un aumento
rilevante della produttività del lavoro sia nell’industria
che nei servizi ed è cresciuta in maniera rilevantissima la
quota della classe lavoratrice che svolge lavori precari di
vario genere.

Indicatore sociale

A mio avviso, e non credo di affermare nulla d’originale,
l’andamento dei salari è un indicatore sociale d’innegabile
rilevanza.

I lavoratori italiani hanno retto la compressione delle
retribuzioni grazie alla crescita del lavoro femminile ed
alla riduzione della natalità ma è assolutamente evidente
che, a fonte degli attuali standard sociali di consumo, la
compressione salariale ha, ormai da anni, cominciato ad
incidere non solo sui consumi "voluttuari" ma anche su quelli
essenziali come dimostra la crescita dei cosiddetti
lavoratori poveri che si aggiungono ai pensionati al minimo
per non parlare degli immigrati.

La riduzione dei salari è stata realizzata certamente a
livello aziendale attraverso il decentramento produttivo, le
esternalizzazioni di segmenti della produzione e dei servizi,
la crescita del lavoro nero, l’utilizzo degli immigrati come
esercito industriale di riserva ma non va sottovalutata
l’azione dei diversi governi, di centro, sinistra e destra
che hanno operato direttamente sulla massa delle
retribuzioni. Basta pensare, a questo proposito,
all’abolizione della scala mobile nei lontani anni ’80, alle
finanziarie di guerra realizzate dalla sinistra nei primi
anni ’90, alle leggi sul mercato del lavoro, alla riforma
delle pensioni realizzata da Dini, ecc.

Ne consegue che lo scontro sul salario ha immediate
implicazioni politiche generali.

Da questo punto di vista, il governo di destra prosegue ed
aggrava una politica che ha una storia decennale ed è in
linea con quanto avviene nelle altre democrazie industriali.

Gli avversari politici della destra hanno, nei primi due anni
di governo del cavalier Berlusconi posto l’accento sul fatto
che il governo si è impegnato principalmente nella
risoluzione dei problemi del premier e dei suoi amici (una
sorta di applicazione del sessantottino "il personale è
politico") e che non si è occupato a sufficienza del paese.
Non avevano, per la verità, tutti i torti ma, per
l’essenziale, avevano, ed hanno, torto, il governo della
destra, nonostante la sua natura di vero e proprio campo di
Agramante, trova il tempo di occuparsi anche del buon popolo
su pressione dei suoi principali azionisti di riferimento
come la Confindustria ed i tecnoburocrati europei.

Il recente discorso di Berlusconi a reti unificate è stato un
buon esempio di capacità di comunicazione e manipolazione ed
è servito, in prima istanza, a rimettere in riga i riottosi
alleati democristiani e fascisti che si erano ritagliato il
ruolo di componente sociale della destra. In estrema sintesi,
l’operazione è chiara, con il suo intervento, il conducator
pone ai suoi una scelta netta e dolorosa: o sostenerlo fino
in fondo o determinare una crisi di governo ed il suicidio in
diretta nel caso di elezioni anticipate.

Che la destra non sia assolutamente pacificata è sin troppo
noto, basta pensare agli insulti fra fascisti e
democristiani, da una parte, e leghisti, dall’altra, e ad
alcuni agguati al governo nelle votazioni sulla Legge
Gasparri. Ma questo è un problema nostro in misura assai
limitata.

Gli "attacchi" di Pezzotta

La scelta del governo di andare allo scontro sulle pensioni
ha un altro evidente effetto, mette in crisi il rapporto
privilegiato fra governo e CISL e UIL, per un verso, e
ricompone il fronte del sindacato istituzionale per l’altro.
La manifestazione romana del 4 ottobre è stata, sotto questo
profilo, suggestiva. L’ineffabile Pezzotta ed il volpino
Angeletti hanno marciato al fianco dell’ex nemico Epifani e
chi, sbarcando da Marte, leggesse gli attacchi di Pezzotta al
governo e ai "riformisti" dell’Ulivo, che, per parte loro, si
sono affrettati a dichiarare che la sinistra deve fare
proposte e non proteste per quanto riguarda il taglio delle
pensioni, avrebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad un
gigante del sindacalismo di classe.

Naturalmente la crisi del blocco sociale che ha sinora
sostenuto il governo è un fatto politicamente rilevante, se
la "destra sociale" verrà effettivamente relegata in un
angolo a favore di politiche più hard e se verrà
definitivamente abbandonata la strategia sindacale del
governo consistente nell’incunearsi fra CISL e UIL, da un
lato, e CGIL, dall’altro, vi saranno importanti ricadute sul
terreno sindacale e sociale.

È altrettanto chiaro, però, che il fronte del sindacato
istituzionale si compatta su di un preciso obiettivo:
restaurare un meccanismo concertativo messo a repentaglio
dalla destra liberale e proseguire sulla via del
corporativismo democratico che ci ha deliziato nei passati
decenni.

In questa situazione, la scelta della CUB, dello SLAI Cobas e
dell’USI di indire, prima della sortita televisiva del
conducator e della scelta di CGIL-CISL-UIL di indire uno
sciopero di quattro ore il 24 ottobre,uno sciopero generale
il 7 novembre coglie la necessità di rilanciare un’iniziativa
chiara negli obiettivi e nella prospettiva di fondo.

Il 7 novembre si sciopera per le pensioni, per i salari
europei, per la difesa dei servizi sociali, per le libertà
sindacali, sempre più limitate dall’intervento della
commissione di garanzia e contro la concertazione, per
l’autonomia e l’indipendenza, sul terreno sindacale, dei
lavoratori.

Insomma, si sciopera su di una piattaforma profondamente
diversa rispetto a quella di CGIL-CISL-UIL e contro gli
accordi che questi sindacati hanno continuato a firmare negli
anni passati. Una scelta difficile, indubbiamente, una scelta
che sarà necessario spiegare e discutere nelle assemblee dei
lavoratori, dove potremo farle visto la legislazione
liberticida imposta dai sindacati di stato, ma anche una
scelta di coerenza che riteniamo sia, nel medio periodo,
quella che potrà far crescere un movimento sindacale al
livello delle questioni che oggi sono poste ai lavoratori.


Cosimo Scarinzi


http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm




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