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(it) UmanitÓ Nova n.35: Passaporto per l'inferno

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Date Tue, 4 Nov 2003 10:36:03 +0100 (CET)


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Passaporto per l'inferno
Migranti: lacrime per i morti polizia per i vivi

╚ un orrore senza fine quello che, con macabra regolaritÓ, si
presenta sulle rotte dell'emigrazione. Barche cariche dei
disperati reietti di un pianeta matrigno, scaricano, nelle
acque degli innumerevoli canali di Sicilia, i superstiti di
una traversata nel deserto di barbara disumanitÓ. E questi
uomini, queste donne coi loro figli, questa gente ricca solo
dei suoi sentimenti, dei suoi affetti, delle gioie e dei
dolori di un'esistenza che vorrebbe far diventare "normale",
sconta sulle povere ossa spolpate dai pesci le contraddizioni
di una "civiltÓ" ritenuta superiore.

E quando la tragedia Ŕ pi¨ tragedia del solito, quando
l'orrore degli avvenimenti diventa talmente forte da scuotere
anche coscienze solitamente dormienti, allora,
immancabilmente, si aprono le cateratte della pýetas di
regime. E mentre, con falsa commozione, i buoni sentimenti e
la finta solidarietÓ si contendono lo spazio su giornali e
televisioni (dove comunque le vittime non sono esseri umani
neanche da morti, ma restano sempre clandestini
extracomunitari), dal Palazzo profluviano, pi¨ micidiali dei
flutti del mediterraneo, le stucchevoli dichiarazioni di
ministri, sottosegretari, onorevoli di maggioranza e
opposizione, sociologi, esperti (di cosa non si riesce a
capire), militari e poliziotti, tutti "profondamente colpiti"
dall'immanitÓ del lutto. SarÓ, ma le lacrime dei coccodrilli
suonano pi¨ sincere!

Una volta cessato, poi, il periodo canonico assegnato alle
lamentazioni delle prefiche governative (per fortuna a tutto
c'Ŕ un limite, altrimenti il fastidio sarebbe umanamente
insopportabile!), si riprende a discutere, nell'urgenza del
momento, le proposte atte a contrastare i flussi migratori
incontrollati. E perchÚ non abbiano pi¨ a ripetersi simili
tragedie, per il bene di quei poveretti destinati a morte
certa in mare, non c'Ŕ proposta repressiva, anche se ispirata
ai dettami della civile convivenza, che non diventi
legittima.

Da tempo i governi comunitari si stanno confrontando per
concordare misure di esclusione e di controllo sui cittadini
"extracomunitari". E dalla prima riunione di Tampere del 1999
ad oggi, nonostante le inevitabili difformitÓ dettate dagli
interessi politici ed economici dei singoli stati e dalle
spinte demagogiche ed egoistiche degli elettorati pi¨
reazionari, si sono fatti notevoli passi avanti sulla strada
di una razionalizzazione della limitazione dei flussi.
Razionalizzazione impostata, va da sÚ, sull'inasprimento
degli strumenti di dissuasione delle partenze e di
sbarramento alle frontiere. Meno partenze e frontiere chiuse,
questa, in sostanza, la risposta che la civile e progredita
Europa pensa di dover dare a uno dei fenomeni sociali pi¨
complessi e drammatici del nostro tempo, ma se nonostante
tutto qualcuno riuscisse ad arrivare lo stesso, l'efficace
collaborazione internazionale troverebbe il modo di rendere
sostenibile economicamente il soggiorno e il rimpatrio di
quel delinquente.

E cosý, nel recente incontro dei ministri degli interni di
Francia, Italia, Spagna, Germania e Gran Bretagna, si sono
gettate le basi per nuovi accordi, i quali prevedono la
formalizzazione della Polizia europea, la creazione di banche
dati comuni sugli accordi bilaterali di riammissione firmati
da paesi europei con paesi africani, ulteriori progetti per
il controllo armato del Mediterraneo, la creazione di un
corpo europeo di guardie di frontiera super specializzate, la
suddivisione delle spese gravanti sugli stati pi¨ esposti, la
creazione di campi profughi nei paesi di partenza e, dulcis
in fundo, l'entrata in vigore di tecniche di rilevamento
biometriche per stabilire l'identitÓ dei migranti inserendo
nei documenti anche le loro impronte digitali. Una sorta di
passaporto per l'inferno, in pratica, un viatico "gentilmente
concesso" che permetterÓ ai clandestini declandestinizzati di
andare incontro alle stesse sofferenze. Ma in regola!

E se poi le armi della dissuasione non dovessero dare gli
attesi frutti, Ŕ giÓ programmata, almeno per l'Italia, la
dissuasione delle armi, secondo quanto ci viene amenamente
suggerito dal generale Carlo Jean, consigliere militare del
Quirinale ai tempi del presidente Cossiga ed oggi promosso
responsabile del Centro studi di geopolitica economica.
Scartate, per un rigurgito di pudore, le ipotesi di speronare
o colpire con missili "intelligenti" le imbarcazioni
sospette, i nostri agenti, neanche dovessero combattere
contro la temibile Spectre, potranno utilizzare tecniche
fantascientifiche, quali lo spray al peperoncino, le siringhe
anestetizzanti usate per addormentare gli elefanti e una
schiuma talmente scivolosa da impedire agli occupanti del
barcone di stare decentemente in piedi. Di buffoni Ŕ pieno il
mondo, e negli alti gradi del nostro esercito non c'Ŕ certo
difetto.

Come si vede, dunque, i princýpi a cui l'Europa, e con essa
l'Italia, intendono attenersi una volta dismessi i
compassionevoli panni del buon cristiano coerente con la
Costituzione, sono sempre quelli del controllo, della
esclusione e della repressione. Nella non volontÓ di
riconoscere le responsabilitÓ che ha questo nord del mondo
nel generare le cause delle criminali sperequazioni che
rendono impossibile la sopravvivenza di interi Paesi, si
riflette l'impossibilitÓ di trovare la necessaria risposta a
questo problema epocale. E nella follia schizofrenica che da
un lato vede le economie continentali sempre pi¨ dipendenti
dal lavoro sottopagato e non garantito dei migranti e,
dall'altro, le societÓ civili della vecchia Europa sempre pi¨
impaurite dall'incubo della perdita di identitÓ, si
riproducono, come in un brodo di coltura, i germi del
razzismo e i meccanismi dello sfruttamento. Quelli che
neppure la fuggevole pietÓ per una tragedia pi¨ grande delle
altre, riesce a scalfire.

Massimo Ortalli



Da "UmanitÓ Nova" n. 35 del 2 novembre 2003
http://www.ecn.org/uenne/




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