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(it) FdCA: Documento CdD sul referendum (en)

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Date Thu, 29 May 2003 12:44:56 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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http://ainfos.ca/index24.html
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Da: Federazione dei Comunisti Anarchici <fdca@fdca.it>

Il referendum è uno strumento delle democrazie borghesi per dare
forza all'illusione di una qualche democraticità diretta, di
partecipazione al potere legislativo di cui lo Stato si
attribuisce con il suo ordinamento una prerogativa.
Nell'ordinamento italiano tale partecipazione, da parte della
sola fetta di popolazione avente diritto, si può esercitare per
l'abrogazione parziale o totale di una legge. Nulla a che vedere
con la democrazia diretta, e non è certamente un mistero che
questo strumento, come gli altri che rientrano nell'architettura
dello Stato e nell'utilizzo dell'autorità nell'organizzazione
sociale, sia osteggiato dagli anarchici e dalle anarchiche.
Anarchia, a dispetto di una difficile etimologia, difficile in
quanto aperta a differenti interpretazioni di "arché", nelle
lucide parole di Malatesta significa "società organizzata senza
autorità".

I comunisti anarchici e le comuniste anarchiche sono tali non
perché vogliano imporre il loro punto di vista o la loro
autorità ma poiché pensano che non vi sia una via d'uscita,
un'alternativa valida, se non attraverso la cooperazione di
tutte e di tutti perché vi sia benessere e libertà per
ciascuna/o. Questo passa dall'emancipazione della classe -
chiamata nel senso tradizionale della politica di discendenza
marxiana - classe proletaria. Cosa sia, o cosa stia, dentro il
proletariato oggi è argomento complesso, su cui si può
discutere, ma il compito della nostra presenza come anarchici
all'interno della classe degli sfruttati, di un proletariato
allargato, variegato e internazionale, crediamo sia chiaro: deve
essere presenza politica attiva, si deve dotare di tutti gli
strumenti atti all'emancipazione della coscienza di classe,
attraverso l'informazione, lo smascheramento simbolico e
politico, e la propaganda. Proprio per questo occorre che non si
voltino le spalle di fronte alle possibilità di conquista di
parziali libertà e di parziale giustizia, non si svilisca il
nostro ruolo oltrepassando le coscienze altrui per andare da
soli in avanti su posizioni ideologicamente pure quanto
incomprensibili ai nostri compagni di lavoro e di strada. Il
potere politico istituzionalizzato regola la vita sociale
attraverso le leggi: la nostra attività politica mira a spingere
perché vi sia una volontà trasversale - popolare - che abbia il
preciso scopo di diminuire questo potere, e questo in modo
allargato e condiviso, e, impedendo soprattutto allo Stato di
fare un uso troppo dannoso di questo potere che ancora detiene.

Errico Malatesta in relazione alla Costituente scriveva queste
parole che potrebbero essere ancora utili per una riflessione
oggi:

"Il problema dunque è di conquistare almeno un minimo di
libertà, indispensabile ad ogni progresso. In Italia avremo la
Repubblica, e noi contribuiremo al suo trionfo concorrendo ad
abbattere l'ostacolo comune che preclude il cammino a noi ed ai
repubblicani; ma non diventeremo repubblicani per questo. Noi
profitteremo delle circostanze per rinforzare la nostra
compagine, per allargare la nostra propaganda e mireremo sempre
all'immediata espropriazione dei capitalisti, come condizione
preliminare di ogni vera libertà". [1]

Il nostro essere, e stare, dentro la classe dei lavoratori, il
nostro essere lavoratori organizzati che lottano anche per
migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la consapevolezza
e la coscienza di classe hanno come naturale conseguenza
l'impegnarsi nelle battaglie, qui e ora, che i lavoratori si
trovano a combattere. Nelle lotte offensive, per strappare
reddito, servizi e spazi di libertà, e nelle battaglie
difensive, quando occorre difendere quanto conquistato in
momenti migliori.

Il 15 Giugno si vota per il Referendum sull'Articolo 18 dello
Statuto dei Lavoratori. Questa è per noi una battaglia offensiva
e difensiva al tempo stesso.

L'articolo 18 tutela i lavoratori dal licenziamento senza motivo
plausibile, per esempio per avere espresso idee e opinioni non
condivise dal datore di lavoro, per avere aderito ad un
sindacato o ad uno sciopero, per essere insomma un lavoratore
"scomodo". E' una norma che tutela la libertà di espressione e
di opinione e limita la ricattabilità del lavoratore da parte
del padrone.

Questa tutela è attualmente limitata ai soli lavoratori di
aziende con un numero di dipendenti maggiore di 15, che
rappresentano il 10%, cioè una piccola parte, delle aziende
italiane. Per tutti gli altri lavoratori, che sono il 65% cioè
la maggioranza, questa norma non è applicabile. Questi
lavoratori non sono tutelati contro le discriminazioni e
l'arbitrio dei padroni.

Il referendum chiede semplicemente l'estensione a tutti di un
diritto che già è riconosciuto a molti.

E' una battaglia di principio, per la libertà e l'uguaglianza
dei lavoratori, ma non solo, è soprattutto una battaglia di
sostanza. Confindustria e Governo stanno lucidamente portando
avanti il loro progetto organico di demolizione dei diritti e di
destabilizzazione del mondo del lavoro. Un progetto che tende a
rendere sempre più precaria la vita dei lavoratori.

Il famigerato "Libro Bianco" e la sua realizzazione legislativa
rappresenta l'impalcatura di questo progetto eversivo. Il DDL
848, diventato ormai legge dello Stato (legge 30 del 14 febbraio
2003), e il suo "fratellino" 848-bis, in cui è stata trasferita
la modifica dell'articolo 18, puntano ad aumentare la precarietà
del lavoro attraverso una vera e propria azione a tenaglia: da
una parte si limitano o si eliminano i diritti acquisiti (per
esempio l'articolo 18) mentre dall'altra si rende sempre più
facile per le aziende servirsi di lavoratori senza tutela.

Si tenta, in parole povere, di estendere sempre più la fascia di
lavoratori "atipici", precari, non tutelati. Se finora la
strategia del padronato si era concentrata sui lavoratori a
tempo determinato, con la nuova legge l'offensiva si estende a
tutto il mondo del lavoro.

L'effetto della legge 30 è infatti tanto più dirompente quanto
più si riesce a limitare l'applicazione della tutela data
dall'articolo 18. E' di converso evidente come l'estensione
dell'articolo 18 a soggetti che attualmente ne sono privi
riuscirebbe in qualche modo a limitare i danni di questa legge
scellerata.

Un primo esempio: con la nuova legge vengono eliminati alcuni
requisiti fino ad oggi necessari per poter autorizzare la
cessione di rami d'azienda. Non è più necessario dimostrare la
reale autonomia funzionale del ramo ceduto. Sarà quindi
possibile spezzettare una azienda in tanti piccole imprese,
magari sotto i quindici dipendenti, senza nessuna obbiettivo
funzionale o organizzativo se non quello di eliminare i vincoli
e le tutele della forza lavoro impiegata.

Anche l'introduzione del cosiddetto "staff leasing", ovvero il
lavoro interinale a carattere continuativo e a tempo
indeterminato, cioè la legalizzazione della interposizione (come
viene chiamata adesso "somministrazione") di manodopera, va
nella stessa direzione: consente alle aziende di liberarsi dai
vincoli contrattuali e normativi, tra cui l'articolo 18.

L'effetto distruttivo di queste manovre può essere vanificato
estendendo il diritto al reintegro a tutti i lavoratori, anche a
quelli che attualmente ne sono privi.

Vincere questo Referendum significa per noi aprire una nuova
stagione di lotte: è necessario battersi affinché le tutele, i
diritti e le regole vengano estese all'enorme fascia di
lavoratori "atipici" che sono poco o nulla tutelati: in Italia
ci sono circa 2 milioni e 400 mila lavoratori co.co.co., l'11%
circa della forza lavoro totale.

Vincere questo Referendum è possibile: le grandi mobilitazioni
dei lavoratori, dal 15 febbraio al 16 aprile passando per il 23
marzo 2002, hanno svelato un'enorme potenzialità di lotta che
abbiamo tutti la responsabilità di non disperdere. La battaglia
sull'articolo 18 rischia di rimanere una mera battaglia di
principio se da questa non si parte per rimettere in discussione
le politiche di attacco ai salari, ai diritti, alle condizioni
di vita di milioni di lavoratrici e di lavoratori, di giovani,
di anziani, di immigrati, che questo Governo porta avanti sulla
scia dei precedenti esecutivi di centro-sinistra.

Vincere questo Referendum costituisce un punto di svolta: per
lasciarsi alle spalle la stagione della politica dei redditi e
della concertazione e aprire definitivamente quella fase di
conflitto che i lavoratori chiedono con le manifestazioni, gli
scioperi e le mobilitazioni di questi anni.

E' solo un primo passo, ma è un passo importante. Per questo
chiediamo a tutte e a tutti di votare sì a questo referendum.

Per sventare il tentativo in corso da parte di Confindustria e
Governo di ridurre il lavoro e i lavoratori ad una semplice
merce è necessario non solo lottare per mantenere i diritti
acquisiti, ma iniziare a lottare per estendere i diritti anche
ai lavoratori che adesso ne sono privi.

Questo referendum è un primo passo in questa direzione. Un passo
assolutamente necessario, ma nello stesso tempo non sufficiente:
bisogna essere consapevoli che l'unica strada per il
miglioramento delle condizioni dei lavoratori è l'azione diretta
e l'autorganizzazione degli stessi. Storicamente tutto ciò che i
lavoratori hanno conquistato è stato grazie alle proprie lotte,
non a referendum o a leggi dello Stato. Questo referendum non
servirà a nulla se non riusciremo a dargli un seguito in forma
di lotte, costruite dal basso e svincolate dagli apparati
burocratici, per la costruzione di una piattaforma unitaria
basata sulla lotta alla precarizzazione del lavoro e per la
conquista di salari europei.

Per tutte queste ragioni, l'azione organizzata degli anarchici
nei sindacati ed in tutti gli organismi di lotta proletari non
può che essere coordinata ed orientata verso un medesimo fine
sempre a difesa degli interessi storici ed immediati degli
sfruttati. L'orientamento dell'organizzazione politica
anarchica, quindi, non può che essere chiaro ed inequivocabile
evitando confusione di posizioni e contraddizioni. Una scelta
politicamente significativa in questi casi cade sulla capacità
dell'organizzazione politica anarchica di sapersi proporre
unitariamente, con una posizione meditata sulla base delle
condizioni materiali dello scontro di classe in corso.

Così si orienta la Federazione dei Comunisti Anarchici. Per
questo le compagne ed i compagni della FdCA hanno scelto il SI'.


Consiglio dei Delegati FdCA

Bologna 18 maggio 2003

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FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

http://www.fdca.it




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