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(it) Umanità Nova n.19: Mappa di un bantustan

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Date Thu, 29 May 2003 10:52:56 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n. 19 del 25 maggio 2003

Mappa di un bantustan
Israele/Palestina: road map

Grande enfasi è stata data sui giornali alla Road Map che Usa,
Ue, Onu e Russia hanno presentato lo scorso 30 aprile ai governi
israeliani e palestinesi (Sharon e il neo nominato Abu Mazen,
già vecchio sodale di Arafat nonché protagonista degli Accordi
di Oslo del 1993). Non siamo allo squillo di fanfare, come ai
tempi di Clinton e Rabin a Camp David, ma la mossa all'indomani
della cessazione delle ostilità belliche in Iraq riporta alla
memoria il passo compiuto da Bush padre alla fine della I guerra
del golfo contro Saddam, quando per compensare l'iperpresenza
militare americana in Medio Oriente, diede avvio ai Negoziati di
Madrid sul conflitto arabo-israeliano (dove Arafat e palestinesi
"tunisini" non erano protagonisti in quanto la delegazione
arabo-giordana era formata da palestinesi dei Territori
occupati: Abdel Shafi, Hana Ashrawi, Feysal Hussein ed altri),
finiti in un nulla di fatto perché scavalcati dagli accordi
sotterranei ad Oslo diretti tra Abu Mazen appunto e Peres.


La Raod Map è una cornice a tappe sulla risoluzione del
conflitto più violento tra palestinesi e israeliani che ha
comportato, dalla militarizzazione della II Intifada
all'indomani del 20 settembre 2000, quando una provocatoria
passeggiata di Sharon, allora semplice leader dell'opposizione,
ma avallata dall'allora premier Barak, sulla Spianata della
Moschea, luogo sacro agli arabi, causò l'intervento
dell'esercito per sedare la rivolta indignata della popolazione
con alcune decine di morti e feriti. Da allora, tre quarti delle
vittime sono palestinesi e un quarto israeliani, ma i danni
subiti dall'economia e dal turismo israeliano forse porterebbe a
più miti consigli il governo di centro-destra di Sharon, sebbene
il premier da anni insegua la strategia politica di
sottomissione dei palestinesi per via militare, almeno sin dal
1992 quando era ministro delle infrastrutture.

Le tre fasi della Road Map prevedono i passaggi logici necessari
per arrivare a un accordo di pace che, tuttavia, non comporta
alcun impegno di contenuto rispetto a passaggi cruciali, che il
Quartetto di garanti lascia alle trattative asimmetriche tra le
parti: acqua, rapporti demografici, diritto al ritorno dei
profughi arabi (dal 1948 in poi); nulla si dice poi su
Gerusalemme, capitale dei due stati.

La I fase, calda e attuale, mira al sostanziale
smilitarizzazione dell'Intifada palestinese, sebbene il nuovo
governo palestinese non abbia "imbarcato" quanto meno Hamas nel
governo, né può pensare di smilitarizzare le fazioni armate, tra
cui quelle pure di Al Fatah, componente principale dell'Olp, se
non al prezzo di una guerra civile. A fronte di tale impegno,
Israele dovrebbe congelare gli insediamenti e sgomberare le aree
già palestinesi secondo Oslo, rioccupate dal 28 settembre 2000,
ossia tutti i territori (eccetto Gerico) e farsi sostituire da
una forza di sicurezza palestinese, comprese le tre branche dei
servizi segreti, ricollocati sotto il Ministero degli Interni
retto ad interim da Abu Mazen ma diretti da M. Dahlan, uomo
"americano" interlocutore del capo della Cia Tenet ai tempi in
cui Tenet legava le missioni di polizia congiunte
arabo-palestinesi; peccato che in questi anni Israele abbia
smantellato sistematicamente quei corpi militari di stato che
dovrebbero prendere il posto delle truppe dell'IDF, l'esercito
israeliano.

I palestinesi dovrebbero poi reiterare il diritto di Israele ad
esistere come stato sicuro e in pace con i propri vicini arabi,
mentre Israele dovrebbe inequivocabilmente impegnarsi per una
soluzione bistatale alla questione palestinese, senza però
ricambiarne il diritto all'esistenza...


La II fase (giugno-dicembre 2003) dovrebbe dar luogo alla
Conferenza internazionale garantita dal Quartetto, ma gli
israeliani già hanno fatto sapere che si fiderebbero solo degli
americani, che lancerebbe i vari dossier di merito sui problemi,
tra cui appunto il non-diritto dei profughi al ritorno in cambio
del loro diritto simbolico ad essere cittadini palestinesi (sono
quasi 4 milioni in giro per il mondo, e altererebbero il
rapporto demografico ebrei-arabi in Israele che viene dato alla
pari entro pochi anni, ammesso comunque che palestinesi
affermati all'estero vogliano retrocedere socialmente ritornando
in una patria distrutta e degradata da oltre cinquant'anni di
conflitto e occupazione militare e sociale).

Il rafforzamento delle istituzioni palestinesi in senso
democratico dovrebbe consentire di giubilare definitivamente
Arafat consentendo quel ricambio generazionale invocato da
tutti, mentre Israele dovrebbe impegnarsi a risolvere i
contrasti con i paesi arabi vicini (Libano e Siria innanzitutto)
facilitando così il piano saudita di riapertura della fiducia
araba nei confronti dell'arcinemico ebraico (business, zone
commerciali aperte, libero scambio industriale, ecc.).

L'ultima fase 2004-05 dovrebbe segnare fase finale del
consolidamento della pace senza violenza, la formazione solenne
dello stato palestinese che passa dai confini provvisori con cui
caratterizza le sue istituzioni nella II fase ad un vero proprio
stato con continuità territoriale (quindi prima può restare un
bantustan, come prevede il vecchio piano Sharon del 1992...),
sancito da una ennesima Conferenza internazionale che sancirebbe
altresì la piena integrazione israeliana nella realtà araba del
Medio oriente.

La Road Map è una cornice al pari di Oslo che finge di non
tenere conto della dura realtà dei fatti sul campo, a partire
dal 2000 sino ad oggi, con nuove forze in campo palestinese, con
nuovi contesti geopolitici nella regione, con l'unilateralismo
americano che usa le istituzioni ed il concerto internazionale
fin quando serve, con l'asse turco-israeliano nel frattempo
costruito, con il degrado ulteriore dell'economia e della
società palestinese. Smilitarizzare l'Intifada in presenza
dell'esercito israeliano sembra inverosimile, eppure gli
israeliani già stanno interpretando le parole della I fase che
suonano sincroniche - cessazione della violenza palestinese,
ritiro israeliano e congelamento degli insediamenti al fine di
tornare progressivamente alla situazione del 1967 - nel senso a
loro conveniente di condizionare i loro passi solo dopo la
cessazione delle ostilità palestinesi contro gli occupanti, il
che sarebbe come dire a qualunque resistenza di arrendersi
incondizionatamente tanto poi il risultato non cambia e
l'esercito invasore se ne andrà prima o poi. Insediamenti e
occupazione militare sono le cause del terrorismo resistenziale
palestinese, nell'ambivalenza voluta dalle leadership che
mandano kamikaze per meglio posizionare il loro potere sul filo
di partenza dei negoziati di pacificazione e quindi di passaggio
del potere generazionale nel futuro stato palestinese.
Smantellare Hamas e la Jihad islamica, invece di negoziarne
l'ingresso nell'establishment palestinese (ma sarà questo
l'obiettivo di Abu Mazen e Dahlan?), significa che Israele nei
fatti sabota il piano già sbilanciato a favore dello stato
ebraico, che a Washington ha più amici di quanto non ne abbia la
causa palestinese.

In ultima analisi, lo scetticismo è d'obbligo sia sul merito dei
passaggi logici ma politicamente irrealistici, sia sul merito di
ciò che elude come trattative contenutistiche, sia sul panorama
internazionale e regionale che, rievocando undici anni dopo le
mosse di Bush padre, mima una continuità inverosimile che
dimostra solo il cinismo della diplomazia e l'abboccamento
mediatico, peraltro smentito dalla tragica e perdurante sequenza
dei morti quotidiani a Gaza e nella West Bank, mentre kamikaze
arruolati e martirizzati a suon di fanatismo religioso e dollari
alle famiglie sempre più impoverite proseguono la scia di morte
infinita senza luce nel tunnel della violenza di stato.

Salvo Vaccaro


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