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(it) Umanità Nova n.19: Dibattito referendum 6: Tertium non datur

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Date Wed, 28 May 2003 10:26:52 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n. 19 del 25 maggio 2003

Dibattito referendum 6:
Tertium non datur


Il dibattito sul referendum per l'estensione dell'articolo 18
sta ghermendo oramai, in ambito anarchico, tutta la sua
prominente dialettica, ma non riesce a trovare in alcun modo un
terreno possibile di sintesi nei suoi aspetti di esito, o
finali, che dir si voglia.

Leggendo qua e là articoli, testi di volantini, comunicazioni e
dichiarazioni a titolo individuale, ciò che emerge in maniera
chiara è che più o meno tutti i commenti, sia quelli favorevoli
al voto che quelli contrari, hanno lo stesso impianto di
analisi:

Il referendum è uno strumento populistico che consente ai
padroni ed agli sfruttati di avere un egual peso su questioni
che toccano le tasche dei primi e la pelle dei secondi.

Il referendum sposta sul piano istituzionale battaglie sociali
che colà dovrebbero rimanere e che potrebbero imporre dei
cambiamenti soltanto grazie a favorevoli rapporti conflittuali e
di forza.

Il referendum è stato utilizzato in senso politicistico
soprattutto da Rifondazione Comunista per riposizionarsi
nell'arco delle forze istituzionali di sinistra.

E questo per quanto attiene al referendum ed al quesito in sé.

A tal punto entrano nel merito valutazioni divergenti sul "che
fare" e queste valutazioni toccano, ora, gli impianti ideologici
e culturali dell'anarchismo.

Gli anti-voto ricordano che:

Gi anarchici esprimono sempre la coerenza tra mezzi e fini e
quindi non possono usare mezzi e strumenti, come il voto, in
aperta contraddizione con un'ipotetica società anarchica non
delegata.

Il referendum viene imposto e pertanto, nella sua
autoritatività, è da rifiutare.

Il referendum parte sconfitto ed arriverà sconfitto e non
potranno essere gli anarchici ad avvallare tale ipotesi che si
ritorcerà contro i lavoratori stessi.

Il referendum delega gli apparati Istituzionali a modificare,
tramite codici e procedure burocratiche un articolo di legge e
quindi sposta nuovamente sul piano Statuale la variazione di un
contenuto di classe.

I pro-voto affermano invece:

Gli anarchici non sempre esprimono una coerenza tra mezzi e
fini, ma tendono il più possibile a realizzarla, e questo fa
parte delle contraddizioni implicite al fatto che vivono in una
società capitalistica, che sono un'esigua minoranza e che sono
esseri umani.

Il referendum è imposto, come del resto il 100% delle politiche
che ci troviamo a sopportare, ma è anche vero che nelle urne non
ci sarà Rifondazione comunista contro il resto del mondo, ma un
diritto estensibile a più persone contro la continua erosione di
garanzie sociali.

Il referendum parte sconfitto ed arriverà sconfitto, ma una
brutta o pessima sconfitta porterà altresì una pesantissima
ritorsione contro i lavoratori, mentre una sconfitta dignitosa
ridarà fiducia, forse solo quantitativa, ai possibili sviluppi
di un movimento sindacale radicale.

Che sia in difesa di un articolo o la promozione di un'ipotesi
legislativa si tratta sempre di delega, ma come molti anarchici
sanno il terreno sindacale è anche un terreno di lotta
riformistico e quindi minimale, ma non per questo meno
importante per le finalità della loro causa. Il problema vero è
quello di non fermarsi a quel piano e su quel terreno.

Vi è una questione, infine, che viene contrapposta
artificiosamente dai sostenitori del non-voto e che sarebbe
quella che questo referendum si opporrebbe al risorgere della
conflittualità sociale dal basso e che incanalerebbe
potenzialità rivoluzionarie in un ambito esclusivamente
riformistico.

Di conflittualità sociale e dal basso, tranne che in alcune
occasioni, negli ultimi anni se ne è vista ben poca, e non certo
perché sia stato proposta una qualsivoglia istituzionalizzazione
delle lotte, ma perché gran parte del movimento operaio è
inquadrato all'interno di organizzazioni concertative, quando
non ancora co-gestionarie e ciò accade non perché le dirigenze
del movimento sindacale istituzionale siano cattive o farabutte,
ma per una concomitanza di cause storiche, sociali, culturali,
politiche... Le classi subalterne possono esprimere, da sole (in
sé direbbe qualcuno), tutto l'arco politico esistente e
percettibile: possono partire dal dadaismo situazionista,
passando per l'anarchismo, per approdare alla socialdemocrazia,
al democraticismo, al forzaitaliotismo... al qualunquismo e
finire su lidi autoritari e neofascisti. Né potenzialità né
velleità rivoluzionarie sono state espresse negli ultimi tempi
(20 anni?) da alcuno, ma, purtroppo, ci troviamo ancora uno,
due, dieci passi indietro, ovvero siamo lontanissimi anche e
soltanto da ipotesi dignitosamente riformistiche.

Per concludere credo che in questa occasione non ci sia una
terza possibilità, terzium non datur, ovvero la propaganda per
l'astensionismo, primo, perché non verrebbe compresa da alcuno
di coloro con i quali siamo interessati a dialogare e, secondo,
perché, semplicemente, lavorerebbe per i padroni.

Pietro Stara

http://www.ecn.org/uenne/




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