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(it) Comunicato di "Vis-à-Vis"

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Date Wed, 14 May 2003 15:25:27 +0200 (CEST)


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Da: Meletta <meletta@aconet.it>

RITORNO AL FUTURO PER GLI ANTICAPITALISTI

Appunti per un’analisi di fase del "movimento" e qualche domanda

Il girotonto della società civile.

Inutile divagare: ora come ora, il "movimento di Seattle" è stato di
fatto annesso dal girotondismo.

La Cgil, con la massa del suo apparato organizzativo, è diventata il
centro di gravità attorno a cui orbitano le soggettività più o meno
organizzate, che dal ’99 in poi hanno animato le piazze italiane.

L’originario tentativo dei disobbedienti di "dividersi la torta" con le
componenti più moderate (alla Cgil lo sciopero generale, a loro quello
"generalizzato") si è rivelato un patetico quanto fallimentare
escamotage. E’ fallita miseramente, infatti, la loro pretesa di
rappresentare il cosiddetto "cognitariato postfordistico" precarizzato,
lasciando ad altri la rappresentanza del "lavoro classico", nell’intento
di giocare sul tavolo della grande politica, facendosi forti dei
soggetti sociali rispetto ai quali volevano costituirsi come il "moderno
principe".

Ancora una volta il problema centrale si rivela quello di essere capaci
di incidere in profondità sulla contraddizione capitale/lavoro. In
mancanza di questa capacità, ogni pretesa di radicalità diviene mera
testimonianza o, peggio ancora, insulso velleitarismo. Così come
velleitario è appunto stato il tentativo dei disobbedienti, tutto
formalistico (come loro solito!), di smarcarsi rispetto all’oggettiva
"istituzionalità" dell’ultimo corteo per la pace.

L’unico risultato da essi ottenuto è stato quello di apparire, alla fin
fine, come corpo estraneo rispetto alla massa di quel movimento per la
pace che, tramite slittamenti progressivi, era pervenuto di fatto a
definire il nuovo orizzonte semantico del fiume carsico nato con
l’evento di Seattle, del 1999, e dispiegatamente sviluppatosi in Italia,
dopo le giornate di Napoli e di Genova del 2001.

Né le cose sembrano essere molto migliori a livello internazionale.
L’epocale insorgenza dei 110 milioni di manifestanti scesi in piazza in
tutto il mondo il 15 febbraio è stata misconosciuta, nella sua reale
valenza, e depotenziata al rango di una manifestazione di un’inedita
quanto improbabile "società civile globale". Laddove il concetto stesso
di "società civile" è infatti intrinsecamente mistificatorio, giacché
esso rappresenta il sociale in modo affatto indistinto, come astratto
agglomerato di atomi, totalmente irrelati, che si contrappongono
fittiziamente alle istituzioni politiche. Tale "contrapposizione" reca in
sé la valenza effettuale, semmai, di una giustapposizione, che non
esclude, ma anzi richiede necessariamente una ricomposizione, dal
momento che la società civile, proprio in quanto sinonimo di una massa
indistinta di atomi, non ha una sua struttura interna e necessita perciò
di una forma esterna che non può che provenirle, appunto, dalla
mediazione politica. In tal modo - ed è questo il dato rilevante e
pernicioso di tutta la faccenda - si occulta il fatto che la cosiddetta
società civile è frantumata al suo interno sulla base di specifiche
materiali discriminanti di classe; e che, in forza di tali
discriminanti, all’interno del "generico ammasso" della società civile,
si intrattengono relazioni assai differenziate con la sfera della
politica. Tant’è che, in questo ben determinato contesto storico, di
fatto è la sola classe borghese che trova il suo proprio
completamento/autoriconoscimento nella politica, costitutivamente intesa
come sfera istituzionale, separata e falsamente "universale", preposta al
compito di assicurare le normali condizioni di riproduzione della
valorizzazione capitalistica, con ogni mezzo necessario.

A partire da siffatti presupposti, è facile capire perché questa presunta
"società civile globale", in ultima istanza, non possa che limitarsi a
richiedere, tutt’al più, il ripristino di meccanismi di regolamentazione
multilaterale delle relazioni internazionali: laddove il
"multilateralismo" rappresenta solo un pallido succedaneo della
democrazia. E tale richiesta, in buona sostanza, non può a sua volta che
rivelarsi o come la velleitaria nostalgia di un passato oramai
irriproducibile o, peggio ancora, come il fiancheggiamento oggettivo
degli interessi di alcune frazioni
capitalistiche, aspiranti a riesumare organismi internazionali
presuntivamente "legittimati" a mettere la mordacchia al potere
politico-militare (oggi concentrato nelle mani degli Usa e univocamente
orientato, quindi, alla tutela dei loro soli interessi), od a modificare
gli attuali equilibri di esso a vantaggio di nuove, nascenti "polarità"
imperialistiche.


2. Poli imperialistici e lotta di classe.


A tal proposito abbiamo ripetuto fino ad annoiare noi stessi che non
esistono imperialismi "buoni" e imperialismi "cattivi". Da questo punto
di vista, l’ancor stentato polo europeo differisce da quello americano
soltanto per il fatto di non avere alle sue spalle un omologo potere
politico-militare. Esso ha dunque degli elementi di forte debolezza nei
confronti del suo antagonista.

Ma detto ciò, si apre un problema: dal punto di vista della lotta di
classe è indifferente il fatto che il mondo sia dominato da un unico
polo imperialistico, o da più poli in competizione tra di loro? Noi non
lo crediamo assolutamente. Pensiamo infatti che un mondo dominato da
un’unica superpotenza, in grado di risolvere i propri problemi interni
ed esterni, permettendosi di bombardare impunemente chiunque, ovunque e
in ogni momento, non rappresenti certo il contesto più favorevole per
far avanzare la lotta di classe. Senza contare cosa ciò significhi dal
punto di vista della gestione dell’ordine interno, nell’ambito dei
singoli stati: un potere ormai assai marginalmente interessato ad
un’egemonia politica (in senso gramsciano), ma unicamente proteso ad
affermarsi come puro dominio militare, porta con sé una dose massiccia
di repressione interna, sia per ciò che riguarda il gendarme stesso, sia
per i suoi eventuali vassalli.

A tale proposito, su un punto vale la pena soffermare l’attenzione.
Sicuramente la protesta per la pace non sarebbe stata così ampia, senza
le contraddizioni interimperialistiche che caratterizzano anche questa
ennesima riemersione della tendenza bellicistica, costitutivamente
intrinseca al capitale. La copertura mediatica della guerra è stata
certamente mistificante. Ma lo sarebbe stata in modo assai maggiore se la
società dello spettacolo non avesse dovuto tener conto dei conflitti che
si sono aperti tra i suoi stessi padroni. Un’informazione simile a
quella imposta in America quali effetti avrebbe avuto, se fosse stata
estesa su tutto il globo?!?

Detto questo, ci troviamo però di fronte ad una serie di pesanti
difficoltà. Per esempio, è evidente che, in barba a tutte le proprie più
o meno "sinistre" tifoserie, la crescita di un polo imperialistico
europeo inevitabilmente comporterà un vertiginoso aumento delle spese
militari, ad ulteriore discapito della già calante spesa sociale. Ma
questo non è tutto: ci troviamo infatti di fronte ad una serie di altri
perversi paradossi. Come non avere una qualche considerazione positiva,
rispetto alla crescita del polo cinese che si configura, tra l’altro,
quale uno dei più grossi tentativi di far uscire una parte cospicua
dell’umanità da uno stadio di "sottosviluppo" estremo, e nel contempo
non inorridire di fronte ad un sistema che unisce in sé il peggio del
"dispotismo asiatico" e del più sfrenato liberismo accumulativo (si
vedano le terrificanti condizioni di lavoro nelle "zone economiche
speciali", in cui anche la morte degli operai, blindati dentro le
fabbriche, a seguito di incendi occasionali, assurge a spot
pubblicitario testimoniante la grande capacità di
controllare la forza-lavoro da parte del Partito """Comunista"""
Cinese)?!?. Come non constatare l’oggettiva funzione di coagulante di
un’identità antimperialista, svolta dell’islamismo, e non inorridire al
contempo, di fronte all’oscurantismo di cui esso è portatore? E, su una
scala assai diversa, come non esprimere solidarietà nei confronti della
Cuba castrista, che da decenni assicura un livello di vita decente alla
sua popolazione, nonostante l’accerchiamento del colosso americano, e
nell’identico momento non criticare con assoluta fermezza l’idiotismo
repressivo che ha contraddistinto il regime negli ultimi tempi (senza poi
considerare, quella ragion di stato nel cui nome, in forza anche del
ricatto della pressoché obbligata tutela sovietica, la revolucion cubana
trovò ben presto la sua normativizzazione disciplinare)?

Il dilemma, posto nei suoi termini più generali, è dunque: come evitare
di indulgere nel "tanto peggio tanto meglio", quando si ragiona nei
termini dell’obiettivo finale e, all’opposto, come evitare di "lavorare
per il re di Prussia", quando si cerca di perseguire l’interesse
immediato del proletariato, dovendo in quest’ultimo caso addivenire a
qualche forma di compromesso, con il conseguente rischio di rafforzare
le capacità di regolazione interna del sistema ?!

D’altronde, si tratta dello stesso problema che pone la battaglia per il
salario (nella sua accezione più ampia). Tale battaglia è infatti
ineludibile, visto che da essa dipende il livello di vita del
proletariato, ma è anche una battaglia che, di per sé, rimane
sostanzialmente interna al sistema.

Da questo punto di vista, però, è possibile trarre una un’indicazione
fondamentale: la risoluzione della contraddizione non può essere trovata
nei termini della contraddizione stessa. Infatti, lavoro salariato e
capitale sono due "opposti" che si richiamano necessariamente, due poli
dialettici: entrambi possono esistere soltanto in funzione dell’altro. Il
rafforzamento del "polo proletario", di per sé, è una premessa
necessaria, ma non sufficiente per risolvere la contraddizione; affinché
ciò possa accadere, il lavoro salariato deve saper giungere a negare se
stesso come tale, con ciò, negando al contempo l’intero rapporto
dialettico che lo lega al capitale. L’antagonismo esprimentesi sul
terreno del salario non giunge a spezzare la logica sistemica di questo,
sinché non riesce a riconoscersi come espressione di una radicale
autonomia di classe, fuori e contro le compatibilità sistemiche del
ciclo accumulativo della valorizzazione.

Allo stesso modo, le crisi interimperialistiche costituiscono certamente
un elemento di destabilizzazione del fronte capitalistico e del ciclo
complessivo del valore, ma non contengono in sé la soluzione dei
conflitti necrogeni che ineluttabilmente innescano: esse aprono
contraddizioni, ma non offrono di per se stesse il principio risolutivo
di alcunché. La soluzione, ancora una volta può venire soltanto dal
proletariato che, negandosi quale indispensabile fattore dei rapporti di
produzione capitalistici, può giungere a trasformarsi in agente storico
sociale, liberando se stesso nello scardinamento/abolizione di quei
rapporti, all’interno delle molteplici frazioni imperialistiche in
conflitto tra di loro (il famoso passaggio dalla classe in sé alla
classe per sé, alla classe, cioè, come soggetto collettivo
rivoluzionario).

Ciò detto, ovviamente, tutta la configurazione concreta dell’azione
rivoluzionaria rimane ancora da definire. Ma prima di giungere a questo
occorre compiere un ulteriore passaggio concettuale. Per uscire dalle
secche in cui il "movimento" si è attualmente arenato non possiamo che
porre al centro della riflessione ciò che in questi anni è stato
costantemente rimosso: dove vogliamo arrivare? Dobbiamo insomma fare uno
sforzo per rimettere al centro del dibattito i concetti di rivoluzione e
comunismo.

E’ ovvio che non si tratta di preparare "ricette per l’osteria
dell’avvenire". Progettini belli e pronti non ci interessano. Ma qualcosa
sul tema dell’"altro mondo possibile e necessario" occorrerà pur dirlo!
Al contrario (come abbiamo più volte segnalato, da quando denunciammo il
"Grande Inciucio" consumatosi dietro le quinte del pur oceanico raduno
del Social Forum Europeo di Firenze), l’impressione generale è che,
nonostante lo slogan che ha caratterizzato il "movimento" da Seattle in
poi, l’immaginario collettivo antagonista sia di fatto incapace di
innalzarsi al di sopra del contingente, quasi che non sia in grado di
andare oltre il presente, se non nella forma di un qualche parziale
aggiustamento di natura micro-assistenziale (vedi le Ong), o di un
velleitario ritorno a forme di … regolazionismo
neo/post/cripto-keynesiano.


3. Il "movimento" dal no-global al no-liberism.


Da questo punto di vista, sorvolando sull’equivoca parola d’ordine
"no-global" (pregna di valenze ed allusioni almeno originariamente
esposte, addirittura, al rischio di … regressività), la stessa critica
al
neo-liberismo era già di per sé fuorviante: essa nascondeva il sottinteso
che l’altro mondo possibile fosse pur sempre esperibile all’interno di
un orizzonte immutabilmente capitalistico, ma soltanto più regolamentato
e temperato. Il neo-liberismo appariva ed appare, infatti, come una
delle tante forme possibili di capitalismo - la più selvaggia e crudele
-, cui si potrebbe "legittimamente" contrapporne un’altra più
umanitaria.

Il passaggio dal "movimento no-global", a quello "no-liberism", sino poi
a quello "no-war", ha segnato sicuramente un trend estremamente positivo
da un punto di vista quantitativo, ma al contempo ha rappresentato un
andamento non lineare, nel progredire verso la messa a fuoco dei problemi
reali all’ordine del giorno.

Il primo, benvenuto scarto verso l’anti-neoliberismo, manifestatosi con
irrefutabile evidenza nelle giornate di Nizza e poi, soprattutto, di
Napoli e di Genova (2001), recò al suo interno un forte, propositivo
ritorno sulla scena della contraddizione capitale-lavoro (e prova ne fu
il ruolo sempre più centrale che, per tutta una fase, l’universo del
sindacalismo di base esercitò, qui da noi, all’interno delle dinamiche -
purtroppo, non certo sempre trasparenti, né esenti da vetusti
autoreferenzialismi elitari e politicistici -, che soprassedettero
all’indizione degli appuntamenti metropolitani su cui, di volta in
volta, il movimento seppe validamente scegliere se riconoscersi o meno).
E proprio questo dato, a nostro avviso, seppe garantire la sostanziale,
positiva "tenuta del movimento", pur di fronte allo scatenarsi di una
sempre più determinata campagna di criminale criminalizzazione
repressiva, da parte di "Lor Signori", giunta al suo apice, su scala
planetaria, con la dichiarazione della "guerra preventiva, totale ed
infinita", da parte del boss dei boss di Washington, seguita al
provvidenziale (per lui) attacco alle Twin Towers.

Quando poi, dopo la campagna contro l’ex compagnuccio di merende Bin
Ladem, si cominciò a delineare la vera consistenza irrefutabile e
tragica dei deliri di potenza del vaccaro texano, le condizioni, in
Italia, erano andate lentamente modificandosi: sull’onda dei
"tremilioni" che avevano costretto de facto Cofferati (uno dei leader
più "destri" che la Cgil abbia mai avuto) a rivestire suo malgrado i
panni del "capopopolo incazzoso", sia pur fuori tempo massimo ed in
chiave meramente antiberluskoniana, ed anche a seguito del milione dei
"girotontisti" attivatisi all’ombra di una ridiscesa in campo del
"partito degli scalfariani", si era andato riattivando lentamente,
dentro il "movimento", un processo di oggettivo sdoganamento della
"sinistra istituzionale".

E’ inutile rinvangare qui gli errori che di volta in volta ha commesso, a
fronte di ciò, la stessa "sinistra anticapitalistica del movimento" (i
nostri comunicati sono sempre stati puntualmente eloquenti nel merito).
Il fatto certo è che, questo sotterraneo processo di smottamento verso
un livello sempre più esplicito di interlocuzione più o meno
"ufficializzata", con i "sinistri di governo", giunse a palesarsi nel
modo più evidente, con il già citato Grande Inciucio consumatosi a
Firenze, dove - scrivemmo -


"Il governo ha fatto bene il suo sporco lavoro: ha imposto
all'"opposizione" di uscire allo scoperto, corresponsabilizzandola
direttamente nella gestione di quell'ordine pubblico su cui è riuscito ad
appiattire l'"evento" di Firenze, anche grazie al pretesto offertogli
dalle solite rodomontate dei soliti noti specialisti della disobbedienza
ridotta a spettacolino. Dal suo canto, il centro sinistra ha potuto
accollarsi questa responsabilità perché in grado di trovare aree
d'interlocuzione dentro al "movimento". In ampi settori di questo
alligna ancora la chimera di un'"Europa dei diritti", in grado di
imbrigliare gli spiriti animali del mercato e controbilanciare
l'espansione imperialistica statunitense. L'esperienza di "Porto Alegre
2" non è passata invano: l'araba fenice della "terza via" persevera nel
suo sempre più penoso tentativo di risorgere!" [dal Comunicato di
"Vis-à-Vis" del 03-11-02, LA QUARTA GUERRA MONDIALE E' COMINCIATA].


D’altronde, trascorsi appena una dozzina di giorni, avemmo modo di
denunciare che


"Dopo la riuscita manovra del "Grande Inciucio fiorentino", consumatasi
nella notte fra il 30 e il 31 ottobre, sulla cui base la "sinistra di
governo" fu corresponsabilizzata alla normativizzazione del Social Forum
Europeo, adesso si rilancia la posta: quella "sinistra", ben lungi dal
poter riposare sugli allori di una "vittoria" giocatasi nella logica
"bipartizan" della ideologia dell'"unità nazionale" contro lo spettro di
un sociale sempre più recalcitrante, rispetto alla colonizzazione della
politica istituzionale, deve continuare a farsi carico del "comune"
interesse dell'"azienda-paese".

Una vittoria di Pirro, quindi, che non deve consentire al nuovo asse
"Prodi-Cofferati-Bertinotti" di monopolizzare il successo ottenuto
nell'impedire il ventilato (ad arte!!!) "sacco di Firenze".

Il servizio d'ordine dell'apparato cigiellino è stato prontamente
surclassato dalla sbirraglia in toga: quando di tratta di "ordine" gli
unici servizi adatti alla bisogna rimangono sempre quelli "segreti",
fedeli servitori, ben sperimentati nel corso di lunghi anni di
interventi più o meno "deviati"!" [dal Comunicato di "Vis-à-Vis" del
15-11-02, CONTRO IL TERRORISMO DI STATO SIAMO TUTTI SOVVERSIVI!!!].


4. Il movimento dal no war al peace & love.


Lo slittamento, infine, dello stesso movimento per la pace, dall’iniziale
"no war" al più generico pacifismo, ha segnato l’ultimo passaggio. Il
"no war" infatti (ma potremmo risalire al "not in my name" che, in
opposizione alla guerra afgana, esprimeva un chiaro chiamarsi fuori),
con la sua diretta opposizione al conflitto interstatuale, a quella
guerra cioè che - con Von Clausewitz - è solo "la politica con altri
mezzi", conserva un carattere potenzialmente allusivo ad una presa di
distanza, o almeno ad una qualche implicita disillusione, nei confronti
della politica tout court (espressa con qualsiasi mezzo), "rimandi" che
sono, invece, totalmente assenti nell’inconcludente buonismo di quel
"peace & love", trasudante dall’invocazione di una pace "senza se e
senza ma".

Uno "slittamento" che ha non solo reso possibile il definitivo
sdoganamento della sinistra istituzionale, ma ha alimentato
ulteriormente la già elevata confusione sulla complessa e "scivolosa"
questione delle modalità d’azione dei movimenti e delle pratiche del
conflitto. Ed è essenziale, a tale proposito, denunciare le mistificanti
e distorcenti operazioni ideologiche (in senso marxiano) di chi vorrebbe
imporre una scelta "integralisticamente non-violenta" quale unica forma
legittima di conflitto e opposizione. Come se una tale imposizione - sia
detto per inciso - non fosse a sua volta, in quanto tale, una vera e
propria "violenza" perpetrata ai danni di chi in quella scelta non si
riconosce.

L’ultimo parto letterario di Bertinotti, a ciò dedicato, nonché il
revisionismo vergognosamente falsificante che supporta l’ossimoro
insostenibile di "Carta", secondo cui si pretende leggere la violenza
armata della resistenza, come fondamento di una predicazione di "non
violenza senza sé e senza ma" ("ora e sempre non violenza" !?!), che
sarebbe sancita addirittura dalla Costituzione, proprio da quella
resistenza nata, stanno a dimostrare questa ulteriore "svolta".

Ma la demistificazione non basta!

Al di là delle operazioni ideologiche, infatti, la spinosa questione
delle forme di lotta che si possono e devono assumere, a fronte di una
violenza repressiva da parte dello stato sempre più spesso
arbitrariamente "preventiva" (vedi Genova), rimane non solo aperta ma,
purtroppo, anche scarsamente presente nelle riflessioni e nel dibattito
interni al "movimento". Una sorta di tabù, insomma, come testimoniano
anche le enormi differenze nelle risposte date quest’inverno
all’inchiesta di Cosenza (basata su reati di opinione e associativi) e
quella di Genova (basata, invece, su episodi di resistenza alle violenze
delle forze dell’ordine). Disparità giudiziarie ora peraltro
"rivisitate" in una prospettiva di esplicito quanto repentino
inasprimento repressivo, anche nei confronti degli inquisiti coinvolti
nella prima "ondata cosentina"; ciò,
evidentemente, in funzione di quel generale processo di radicalizzazione
dello scontro sul "fronte interno", che i singoli "stati-gendarme" stanno
via via portando avanti in stretta sinergia con la "guerra infinita"
scatenata su scala globale dall’imperialismo yankee.

Già in altre occasione abbiamo espresso la necessità di rivendicare un
diritto di resistenza nei confronti del potere, quando esso sospende,
come è accaduto a Genova, lo "stato di diritto e le garanzie
democratiche", per reprimere quell’intollerabile alterità che, con la
sua critica
pratico-teorica di massa, mette concretamente in forse il suo stesso
dominio. Un diritto di resistenza, è bene essere chiari, che niente ha a
che vedere con


"il diritto di disobbedire alle leggi che si ritengono ingiuste. In
quest’ultimo caso, infatti, la contestazione puntuale di una singola
norma non inficia affatto il sistema di norme in quanto tale, anzi: a
tale sistema necessariamente rimanda, perché presuppone la necessità di
sostituire la legge ritenuta ingiusta con un'altra considerata più equa,
con ciò spostando soltanto i confini della legalità esistente, senza però
contestarne l'intrinseca natura comunque sostanzialmente quanto
arbitrariamente impositiva. Rivendicare il diritto di resistenza
significa invece affermare la radicale autonomia del nuovo soggetto
collettivo rivoluzionario oggi nascente; un’autonomia che, nelle sue più
coerenti ed estreme conseguenze, nega l’obbligo di obbedienza nei
confronti dello stato e di tutte le sue leggi" [dal Comunicato di
"Vis-à-Vis" del 01-01-03, Le vie del "movimento" non sono infinite].


D’altra parte, come spesso i filosofi della politica hanno riconosciuto,
lo stato e l’ordinamento giuridico in cui esso articola la propria
costituzione formale, altro non sono, dietro la loro presunzione di
neutralità sociale e astoricità, che una formalizzazione di rapporti di
forza o, più specificatamente, la sedimentazione normativizzata di
specifici rapporti di classe. Tale "concretizzazione normativa" può
essere più o meno flessibile, a seconda delle circostanze, ma mai a tal
punto malleabile da poter tollerare di veder messi in discussione i
rapporti sociali di produzione su cui essa è fondata, sia pur in modo
occulto.

Rivendicare il diritto di resistenza - e non ci stancheremo mai di
ripeterlo - nulla ha a che fare con i deliri "lottarmatistici": le bombe
e le pistole sono le solite armi di una rinnovata strategia della
tensione che, come sempre, si avvale anche dei soliti "imbecilli
manipolati" o, più precisamente, degli usuali "manipolati perché
imbecilli".

La rivendicazione del diritto di resistenza presuppone, al fondo, la
demistificazione della supposta neutralità sociale dello stato e
dell’ordinamento vigente, nonché il fatto che, con l’avanzare delle lotte
ed il balenare di un "nuovo mondo", il "vecchio mondo" metterà in campo
tutte le armi di cui potrà disporre per conservare se stesso. O forse
pensiamo che padroni e padroncini di questo mondo siano così gentili da
consentirci di costruirne indisturbati un altro, dove per loro non ci
potrà comunque essere alcun posto ?

E purtroppo, proprio questa illusione da "anime belle" sembrerebbe
essersi ormai diffusa in larghe fasce del "movimento". Come denuncia
giustamente il Cobas di Taranto, in un recentissimo suo comunicato
"sulle inchieste di Cosenza (e Taranto, passando per Genova)" [11-5-03]:


"ci sembra un segnale da non sottovalutare la mancata riuscita del
presidio convocato in concomitanza con l’udienza in Cassazione [a Roma
il 7 maggio 2003]. […] Ci lascia abbastanza perplessi il fatto che
ancora oggi la "tattica dello struzzo" sia così fortemente adottata,
anche se mai rivendicata apertamente. […] Sta diventando insopportabile
lo sfacciato doppiopesismo di chi pur continuando a proclamarsi
anticapitalista ed antisistema, pur continuando a parlare di "processo
di fase" che "porterà ad un allargamento del conflitto", continua invece
ad eludere le occasioni di confronto sui contenuti, in nome di
improbabili "inciuci" col
centrosinistra. […] Non saremo certo noi a lanciare anatemi e scomuniche
verso chi compie scelte filoistituzionali, a patto che queste scelte
siano consapevoli e ce ne si assuma tutte le responsabilità e
conseguenze. E che soprattutto non diventino terreno di scambio".


Un terreno quanto mai inquinato da una logica strumentalmente perversa,
nella sua pretesa di costringere il "movimento" dentro le paludi di una
presunta "Grande Politica", in cui esso non può che finire schiacciato
sotto manovre e giochetti politicistici da esso difficilmente
incontrollabili e - come la situazione attuale tende purtroppo a
dimostrare - inevitabilmente causa dello svilimento, della sua stessa
valenza progettuale, a mera variabile dipendente di processi
concertativi tutti interni alle dinamiche degli apparti istituzionali
(partitici e/o sindacali che siano) e, quindi, affatto subalterni alle
vigenti compatibilità sistemiche.

D’altronde, se sul fronte giudiziario si è potuti giungere alla citata
suicida passività, tale esito non può non ricollegarsi proprio alla
deriva complessiva che il "movimento" ha oggettivamente percorso, con
spesso inconsapevole inerzialità.

Nella battaglia per la pace che gradualmente è andata assorbendo la
totalità delle sue energie mobilitative, il vero nemico - quel capitale
che nella battaglia antiliberista era comunque presente - è via via
scomparso: la guerra ha assunto sempre più le sembianze di un mero
accidente della storia, legato, nella "migliore" delle ipotesi
(veicolata da settori non immuni rispetto alle litanie democraticistiche
dei "sinistri di governo"), alla stupida arroganza dell’attuale
amministrazione statunitense, o, nella peggiore (diffusa nell’"area
cattolica", mai così vicina al proprio leader maximo d’oltre Tevere), ad
una qualche oscura e maligna tara della stessa natura umana.


5. Anticapitalismo: anno zero?


La pur giusta aspirazione ad allargare il fronte della protesta ha
finito, insomma, per annacquare i contenuti anticapitalistici della
protesta per la pace. Da parte di tutte le componenti più coerentemente
antagonistiche del "movimento" si sarebbe dovuto continuamente ribadire
che il neoliberismo non è altro che l’unico capitalismo oggi possibile,
dopo trent’anni di stagnazione della valorizzazione e la conseguente
ricerca, allo stesso tempo spregiudicata e disperata, di nuove fonti di
profitto; così come si sarebbe dovuto denunciare instancabilmente il
fatto che la guerra non è altro che la prosecuzione del neoliberismo con
altri mezzi, dopo che il neoliberismo stesso si è mostrato incapace di
risolvere la crisi
strutturale che attanaglia il capitale e che sta conseguentemente
riacutizzando i conflitti interimperialistici.

Tutto questo non è stato detto, o comunque non a sufficienza. In molti
hanno preferito lasciare la parola ai neofiti di un pacifismo asfittico
e/o moralisticheggiante, già patrocinatori della "guerra umanitaria" dei
Balcani (come i "sinistri di governo" o lo stesso papa), e nascondere la
propria pochezza dietro sermoni tanto più aulici quanto più criticamente
inconsistenti. Perché? Per opportunismo politico? Certamente! Per
confusione teorica, data l’accozzaglia di pseudoteorizzazioni che si sono
affastellate in questi ultimi vent’anni? Di sicuro! Ma forse c’è anche
qualcos’altro, di più profondo. Se è vero quanto abbiamo detto a
proposito del rapporto tra capitalismo, neoliberismo e guerra, allora la
giusta fermezza con cui il "movimento" ha saputo schierarsi al fianco
del popolo iracheno, condannando l’aggressione imperialistica del
Dr.Strangelove Bush Jr. e stigmatizzando, al contempo, il dispotismo del
satrapo Saddam (degno esempio degli innumerevoli governi fantoccio
"insediati" dagli Usa, nel corso della loro storia), lascia comunque
aperto un inquietante
interrogativo: "noi" con chi stiamo? per che cosa ci battiamo?

Purtroppo, da questo punto di vista, è come se ci trovassimo all’"anno
zero". E’ inutile nasconderci, infatti, che la caduta del blocco
sovietico è giunta a rappresentare, nell’immaginario collettivo, la
"quasi-dimostrazione" dell’impossibilità di un’alterità complessiva di
sistema. E noi ci troviamo quindi nella scomoda situazione di dover
rivendicare la spinta ideale che ha mosso grandi masse di rivoluzionari
anche all’estremo sacrificio, per tentare di costruire un mondo diverso,
e al contempo di dover criticare, senza ambiguità alcuna, i mezzi e gli
esiti che quel tragico ma pur grandioso esperimento ha portato con sé.

Dobbiamo insomma marcare una netta differenza rispetto a quell’esperienza
storica, senza mai dimenticare, tuttavia, le ben difficili circostanze
concrete in cui essa ha avuto luogo. Dobbiamo essere in grado di
distinguere le responsabilità soggettive, imputabili alla deriva in salsa
politico-istituzional-statolatrica innescata dalla Seconda
Internazionale, sia sul versante socialdemocratico riformista, che su
quello giacobino rivoluzionario del leninismo e della sua estrema
degenerazione staliniana (e su questo occorre sanzionare delle nette
distinzioni, anche per non cadere nella trappola dell’automatica
"filiazione Marx-Lenin-Stalin"), dalle condizioni oggettive che in larga
parte hanno drammaticamente condizionato gli esiti di quelle vicende
storiche, infrangendo l’illusione nefasta di una politica erettasi ad
autonoma facitrice della storia, al di là e contro le surdeterminanti
specificazioni concrete di questa.

D’altronde, la rivoluzione, comunque si potrà presentare, non sarà certo
un pranzo di gala, e affinché la stessa idea di essa possa apparire al
contempo possibile e desiderabile, occorre mostrarsi in grado di
ragionare nei termini di un realismo politico che non diventi
machiavellismo omologo alla dominante e cinica "ragion politica", ma
sappia costantemente orientarsi verso un’utopia concreta che preveda in
sé la rigorosa coerenza tra mezzi e fini.

Non possiamo più dunque tacere sulle questioni di prospettiva generale.
Anche perché la colpa più grossa dei vinti è appunto quella di essere
stati sconfitti e agli sconfitti non si perdona niente. I processi, così
come la "storia" stessa, li fanno sempre i vincitori e gli sconfitti
sono colpevoli fino a prova contraria: l’onere della prova sta a loro
carico!

Contro di noi, dunque, gioca l’enorme macigno della sconfitta, intesa sia
come sconfitta del soggetto collettivo rivoluzionario degli anni
’60-’70, sia, per tragico paradosso, come crollo dello stesso
"Socialismo ir/Reale". A nostro favore gioca, invece, l’oramai
conclamata insostenibilità economica, sociale, ambientale e più
generalmente umana, dell’attuale sviluppo capitalistico che, nella sua
ansia di nuove fonti di profitto, non esita a scatenare una guerra
infinita.

E soprattutto, come abbiamo già più volte affermato, giocano a nostro
favore quei 110 milioni di uomini e donne scesi in piazza il 15 febbraio:


"Questa comunità umana già ben "concreta", sia pur appena "in abbozzo",
ha fatto propria e potenziato esponenzialmente la carica di protesta e
denuncia di quel "vento di Seattle" da cui in certo senso è stata evocata
e in forza del quale si è materializzata. Il Re che già era stato
costretto a mostrarsi nella sua orrenda "nudità", è stato ulteriormente
incalzato: la sua logica di dominio e di guerra è stata definitivamente
disvelata e rifiutata "senza se e senza ma"! […] Di fronte ad un mercato
che non "accoglie" più ma emargina ed espelle, di fronte ad uno stato
che non "media" più ma discrimina e reprime, diventa quasi obbligata la
scelta di tornare a ritrovarsi, spezzando l’atomizzazione, a mobilitarsi
superando la passivizzazione, a criticare rifiutando la colonizzazione …
E tanto più tale reazione tende ad incrementarsi, davanti allo sfociare
della morte della politica in una ormai dispiegata ed evidente politica
della morte, totalmente coniugata nel lessico mortifero di una guerra
continua e pervasiva" [Comunicato di "Vis-à-Vis" del 16-02-03, "15
Febbraio 2003"].


In quell’autentica epocale marea umana, la battaglia contro il
neoliberismo e quella contro la guerra alludevano alla lotta di classe
contro il capitale tout-court. Ma appunto, alludevano ed alludono
soltanto, per ora. Spetta ai monatti sovversivi dell’utopia concreta
comunista cercare di fare chiarezza, non certo "dall’esterno", ma
facendosi parte in causa
all’interno delle dinamiche di formazione di una nuova soggettività
collettiva rivoluzionaria, senza velleitarie e perniciose pretese
avanguardistiche e senza rinunciatarie tattiche codistiche!


6. Derive.


A fronte di tale "posta sul piatto" della storia, la mancanza di una
prospettiva generale condanna all’afasia e all’immobilismo. In mancanza
di essa, infatti, è impossibile articolare i necessari passaggi tattici
e i risultati non possono che essere i seguenti: o il velleitarismo
massimalistico, che scade facilmente in un "tanto peggio tanto meglio"
sostanzialmente incapace di articolazioni contestualizzate della propria
azione, in quanto ogni concreta lotta sul terreno dei bisogni, "qui ed
ora", negherebbe a priori l’assoluta quanto indeterminata alterità
professata; o, all’opposto, l’appiattimento, più o meno mascherato, sugli
snodi tattici del presente, nell’oggettivo implicito assunto di una
ineludibile eternizzazione di questo.

Un esempio estremo del primo caso è costituito dalla pratica politica di
una certa tradizione anarchica. Abbiamo qui a che fare con l’utopia
astratta di una società di individui liberi da qualsivoglia legame
sociale. L’individuo stirneriano, l’"unicum", non vi è che in veste di
mera estremizzazione tutta politica del "cogito" cartesiano, a sua volta
risultante da una concettualizzazione filosofica sorta per astrazione da
quella sfera della circolazione delle merci dove trionfano, come avverte
Marx, "libertà, uguaglianza e Bentham". Alla radice di un siffatto
"libertarismo" si cela dunque, in buona sostanza, l’atomismo borghese
(paradossalmente, proprio come per quella "società civile" tanto cara ai
disobbedienti!?!). E, comunque, nessuno scandalo, in realtà: la cultura
della libertà individuale è senza dubbio il lascito "ideale" più
importante della civiltà borghese. Tutto sta a riconoscerlo e di
conseguenza a capire che occorre passare da una posizione in cui la
libertà di ciascun individuo è il limite della libertà di tutti gli
altri, ad una in cui la libertà di ciascuno è condizione per la libertà
di tutti. In altri termini, occorre affrontare e consumare il passaggio
dall’individuo borghese astratto, atomisticamente separato da tutti gli
altri, all’individuo pienamente sviluppato che non può che essere
individuo sociale. Ciò significa che gli esseri umani devono essere in
grado di riacquistare il controllo e la gestione collettiva dei rapporti
sociali di produzione e di riproduzione. Occorre cioè un surplus di
socialità. Ma proprio questo viene negato dal filone di pensiero
anarchico qui considerato, che dunque è condannato all’impotenza o,
addirittura, a vagheggiare improbabili quanto regressivi ritorni al
passato e ad una "naturalità" che, anche se fosse mai esistita, ora è
certo definitivamente scomparsa.

Per quanto riguarda la seconda posizione, quella di chi si appiattisce
sul presente, l’esempio migliore è probabilmente quello del cosiddetto
"volontariato", o almeno di una larga maggioranza dei suoi "militanti":
anche laddove praticato in perfetta buona fede, esso può soltanto mettere
momentanee toppe ad una nave oramai piena di falle e in procinto di
affondare inesorabilmente. Ben altra capacità critica e progettuale
impone l’urgenza di una radicale alterità sistemica, a fronte della
necrogena corsa verso il baratro di una totale implosione ecosistemica,
in cui Monsieur le Capital sta trascinando l’intera umanità!

Un discorso a parte merita poi l’attuale deriva del "negrismo". Esso è
oramai appiattito sull’"opzione europea", ma camuffa la sua pochezza da
riformismo ultraminimalistico (l’ormai mitico "impossessamento dei nessi
amministrativi"), facendo vestire al costituendo polo imperialistico
europeo tanto i panni del "vero impero", contrapposto al "golpismo
imperialistico" dell’unilateralismo americano, quanto gli abiti del
"controimpero". Il suo assoluto immanentismo di stampo gentiliano tira
qui un brutto scherzo a Totonno Negri: costretto ad individuare un
comunismo sempre per lui "in atto", egli finisce miseramente per
scambiare la cacca con la cioccolata, salvo poi rimenarcela in extremis
con il suo solito, mai davvero ripudiato, deus ex machina del
"Partito-Coscienza" di leniniana memoria. Quindi, anche in questa forma,
estrema fino ai limiti di un risibile paradosso, si conferma quanto
abbiamo cercato fin qui di sostenere: l’incapacità di concepire una
prospettiva complessiva che sia radicalmente e qualitativamente altra,
rispetto al mondo in cui viviamo (sebbene la sua possibilità reale sia
in esso contenuta), ci condanna all’eternizzazione del presente.


7. 13 domande in cerca di risposte


D’altronde, sappiamo bene che rimettere a tema una riflessione sulle
coordinate teoriche e pratiche del comunismo è un compito immane che può
essere assunto, con una qualche prospettiva di successo, soltanto da
un’intelligenza collettiva che, ricoagulandosi all’interno del conflitto
capitale-lavoro infine nuovamente dispiegato, giunga ad essere in grado
di supportare criticamente la pratica di massa di un nuovo soggetto
collettivo rivoluzionario.

Ma siamo altrettanto consapevoli che non possiamo più continuare e
"cavarcela" con un pilatesco "ai posteri l’ardua sentenza". Per i
comunisti si impone, qui ed ora, un ritorno al futuro.

Per questo, riteniamo ormai assolutamente necessario ed indilazionabile
iniziare a misurarci su questo terreno, affinché una componente
coerentemente anticapitalistica possa acquisire visibilità e capacità
propositiva all’interno di quel "movimento" che qui ed ora, pur con tutti
i suoi limiti (ma anche con le sue "grandezze": i 110 milioni!),
costituisce oggettivamente l’unico vero "laboratorio conflittuale in
atto", il vero protagonista dell’inversione di tendenza che ha spezzato
l’afasia sociale di vent’anni di passività ed atomismo. C’è bisogno,
dunque, di un processo di pubblica discussione che sappia trovare le sue
sedi e i suoi momenti aggregativi, al di fuori di ogni
"organizzativismo", tanto rozzamente astratto quanto ingenuamente
"praticone". Abbiamo la piena consapevolezza, infatti, che, nell’ambito
del "grande partito in senso storico della classe", le differenze sono
profonde e radicate. Ma nutriamo anche la certezza che, nell’attuale
fase, diventano possibili feconde interlocuzioni per chi sappia far
tesoro degli insegnamenti della storia recente. La configurazione di un
visibile polo anticapitalistico, articolato e plurale al suo interno,
può costituire un primo passo verso la ricostruzione di un immaginario
collettivo realmente antagonista. Le soggettività sparse, che hanno
animato le piazze italiane, in questi anni, potrebbero finalmente
riconoscersi in un concreto percorso di lotta e di ricerca, senza
trovarsi costrette a scegliere tra speculari moderatismi ("volontariato"
e "disobbedientismo") o astratti massimalismi ("cripto/neo-emmellismi" e
"libertarismi individualistici"). E questo, forse, potrebbe segnare
davvero un positivo scarto in avanti, verso l’effettivo inizio del
processo di ricomposizione del nuovo soggetto collettivo rivoluzionario
che si cela, in nuce, dentro il "movimento dei 110 milioni": il
proletariato universale.

Per parte nostra, quindi, questa volta, invece di terminare tentando come
al solito di condensare le nostre argomentazioni con qualche frase "ad
alta capacità di sintesi", ci vorremmo soltanto limitare a porre al
centro dell’attenzione alcune "questioncelle" che, a nostro avviso (ma
non solo) da troppo tempo vengono sistematicamente ignorate, consapevoli
del fatto che porre le domande giuste significa già preparare il terreno
per un’adeguata futura risposta.



Cos’è la rivoluzione? La presa del palazzo d’inverno? La conquista del
potere statale attraverso elezioni? La risultante di riforme più o meno
piccole, che si cumulano in modo irreversibile? O, piuttosto, possiamo
avanzare l’ipotesi che si tratti di un passaggio processuale, in cui però
si verificano momenti puntuali di rottura, anche violenta, e di forte
accelerazione, forse individuabili solo a posteriori nella loro reale
valenza epocale?



Quello che forse si può dire è che oggi si è venuto a creare, ormai, un
divario esorbitante, tra la capacità di opposizione delle masse e la
potenza repressiva da parte degli apparati statuali dominanti, sia verso
l’interno, che verso l’esterno. Se questo è vero, non si può più
certamente ipotizzare alcun reale processo rivoluzionario, senza una
qualche forma di implosione interna del sistema di comando. Sul genere -
a prescindere ovviamente dagli esiti effettivi delle stesse - di quelle
che si sono verificate in Urss, dopo la caduta del muro del 1989, o
anche in Argentina, nell’autunno del 2002, o durante il maggio del ‘68
francese. E, in realtà, le premesse di un processo "degenerativo" di tal
fatta già si danno nella forma di quella che da tempo abbiamo indicato
come la morte della politica. Se tale ipotesi è fondata, allora occorre
allargare il divario tra "sociale" e "politico", non già cercare di
recuperare le spinte che vengono dal primo, nelle forme del secondo. Ma,
presupposta la giustezza di questo principio, come evitare che
l’allargamento di tale divario si trasformi in restringimenti degli
spazi democratici, fino ai limiti di una gestione totalitaristica del
potere ?



E, in generale, qual è il rapporto con il potere? È sufficiente dire,
come fanno gli zapatisti, che non siamo interessati alla conquista di
esso? Dietro questa affermazione, peraltro sicuramente condivisibile
nella sua aspirazione di fondo, non si nasconde forse la
sottovalutazione del potere repressivo degli apparati statuali e degli
interessi materiali da essi difesi, che non scompariranno certo da un
giorno all’altro?



Riteniamo ancora fondata l’idea marxiana della necessità di una fase di
transizione in cui si dovrà utilizzare, in qualche modo, il potere
statuale in forma anche repressiva, nei confronti della borghesia? Se la
risposta è positiva, come conciliare il necessario utilizzo della forza
da parte proletaria e l’altrettanto necessario ed indilazionabile avvio
del processo di superamento/abbattimento dello stato? In altri termini,
più generali: si può accettare un qualche livello "di compromesso" tra
l’organizzazione sociale ereditata dal passato e quella "altra e
necessaria" che si vuole costruire?



Certamente molto dipenderà dalle circostanze concrete in cui ci si trova
ad agire, ma altrettanto importante è la meta cui si vuole arrivare. Da
questo punto di vista, una questione appare preliminare. La forma-valore
è un rapporto sociale determinato dall’impossibilità di una gestione
collettiva e cosciente della società; se ciò è vero, la complessità
raggiunta dal mondo contemporaneo implica la necessaria permanenza,
anche nel lungo periodo, della merce e del denaro, come indispensabili e
prioritari "veicoli" di relazione sociale, oppure riteniamo l’umanità
capace di una gestione collettiva e consapevole di sé, in termini di
comunità universale, tale da eliminare la necessità di questa forma
alienata/nte di "rapporti tra gli individui"?



Riteniamo ancora che la gestione collettiva della società implichi forme
ampie di pianificazione? Se la risposta è positiva, tale pianificazione
non dovrebbe porsi su livello macroregionale, data anche la
destrutturazione delle economie nazionali e delle economie di
sussistenza agricole? Alcune cose a tal proposito possono essere dette.
Dal punto di vista
tecnico-economico, le vecchie obiezioni contro la pianificazione sono
oggi fortemente indebolite. L’ultima e più fondata critica di parte
borghese era costituita dall’impossibilità di avere un meccanismo
informativo che sostituisse quello dei prezzi. Con l’informatica questo
problema è sostanzialmente superato. D’altra parte, non è oggi possibile
ipotizzare che la flessibilità tecnica degli impianti produttivi
consenta una programmazione che si autocorregga, permettendo anche
meccanismi di capillare partecipazione collettiva, in grado di
perfezionare "ex post" la pianificazione stabilita "ex ante"?



Il problema vero rimane, comunque, quello del rapporto tra pianificazione
e democrazia. Come conciliare processi di decisionalità collettiva,
nella forma della democrazia diretta, con la gestione efficiente della
cosa pubblica, per di più su scala transnazionale? Come armonizzare
l’autogestione, a livello delle singole unità produttive, con una
pianificazione che deve coordinare e dunque avocare a sé una parte della
decisioni relative alle stesse unità produttive?



La questione dell’autogestione rimanda direttamente ad un ulteriore
problema: come eliminare l’estraneità del produttore rispetto al suo
prodotto e al processo produttivo? L’alienazione derivante dal
partecipare ad un processo di cui non si conoscono i meccanismi
complessivi e di cui non si condividono le finalità è intimamente
correlata ad una divisone del lavoro che non può essere abolita "per
decreto", senza fare un enorme passo indietro nell’efficienza produttiva
complessiva. La divisione del lavoro che verrà ereditata sarà fortemente
determinata da fattori non meramente tecnici, ma più genericamente
sociali, con le conseguenti gerarchie in termini di potere e di
soddisfazione relativa all’atto lavorativo stesso. Come mantenere
nell’immediato i vantaggi di tale divisione del lavoro, ereditata dal
passato, e avviare nel contempo un processo di diffusione delle
conoscenze e di fluidificazione delle mansioni lavorative, in grado di
incidere in profondità sui meccanismi dell’alienazione direttamente
esperibile nell’atto lavorativo?



I problemi cui si è accennato presuppongono un’altra questione
fondamentale: il comunismo deve essere mera redistribuzione di una
ricchezza prodotta fino al livello consentito dall’attuale sviluppo delle
forze produttive (il che implica misure, anche sensibili, di limitazione
del consumo per le parti più ricche del pianeta, al fine di ottenere una
più equa allocazione delle risorse), o deve essere piuttosto produzione
e distribuzione in forme nuove di ricchezza, che prevedano l’ulteriore
sviluppo delle forze produttive? Anche per chi, come noi, propende per la
seconda ipotesi, il concetto stesso di "ricchezza" deve essere messo in
questione, dovendo esso subire una profonda mutazione semantica rispetto
alla valenza di senso che lo connota nella società del capitale
antropomorfizzato. Ci limitiamo ad accennare di seguito due necessari
cambiamenti in questo ambito: la questione del tempo libero e quella del
consumo.



Per quanto riguarda il primo punto, riteniamo che la ricchezza nel
comunismo dovrà significare, innanzitutto, ricchezza di tempo libero,
cioè tempo di lavoro che diviene parte sempre più esigua del tempo di
vita. Ma come è possibile conciliare tale liberazione dal lavoro, con
l’effettiva liberazione dal bisogno di ben oltre sei miliardi di esseri
umani? Di certo, non si può tornare a regolare il ricambio organico tra
uomo e natura sulla base di "arcadiche" condizioni precapitalistiche. La
liberazione dal lavoro deve dunque portare con sé anche la liberazione
del lavoro dagli angusti limiti borghesi, che lo vedono attualmente
subordinato alla valorizzazione capitalistica, tanto nella sua quantità
complessivamente erogata, quanto nella sua concreta subordinata
esecuzione, nell’ambito di un’organizzazione predeterminata in modo
affatto eteronomo.



Se questo è vero allora diventa di grande importanza un ulteriore
problema: cosa significa appropriarsi delle conquiste
tecnico-scientifiche dell’epoca borghese, senza sottostare agli
impliciti compiti cui esse sono
storicamente subordinate? La scienza e la tecnica sviluppate nell’ambito
del capitalismo non sono infatti mere conoscenze "oggettive" della
natura. Esse, costituiscono le specifiche risposte ad una domanda
generale: come aumentare la produttività del lavoro entro i limiti della
valorizzazione capitalistica, attraverso la conoscenza e l’utilizzo
delle leggi della natura? Occorre qui sottolineare che la ricerca
dell’aumento della produttività del lavoro non è mai stata perseguita
con tanta determinazione e con così ampio dispiegamento di mezzi come
durante il capitalismo, in quanto esso è l’unico modo di produzione
finalizzato all’incessante accumulazione di valore astratto attraverso
la continua crescita delle forze produttive. E’ questo che spiega gli
straordinari successi e al contempo i limiti della scienza borghese. I
programmi di ricerca, i paradigmi scientifici e quelli tecnologici
effettivamente realizzati sono infatti selezionati, a partire dalle
specifiche domande provenienti dalla struttura socio-economia, tra i
molti possibili in base alle conoscenze e agli strumenti tecnici dati.
E’ allora plausibile sostenere che, di fronte a domande diverse, anche
le risposte saranno differenti. Ciò nonostante riteniamo che esista un
"nucleo duro" della scienza, così come oggi determinatasi, che non potrà
che permanere, nella sua sostanza, anche nella società comunista, perché
in entrambi i modi di produzione l’apparato tecnico-scientifico dovrà
rispondere ad una domanda comune: come aumentare la produttività del
lavoro, al fine di sempre più "tendenzialmente" liberarsi da esso? Pur
presupponendo questo comune background
pratico-teorico, non potranno che emergere profonde differenze: alcuni
limiti precedentemente ignorati dovranno infatti essere affermati con
forza, per esempio quelli relativi alla tutela della salute umana e
dell’ambiente. Altri, invece, verranno a cadere, per esempio tutti quelli
relativi al fatto che certe ricerche ed innovazioni tecnologiche,
sebbene produttive dal punto di vista dei valori d’uso potenzialmente
ottenibili, non lo sono dal punto di vista della profittabilità
capitalistica. Per non parlare poi del fatto che, in un mondo avviato
sulla strada della generale ricchezza materiale, potranno sorgere nuove
domande slegate dalla necessità di aumentare la ricchezza stessa e
determinate invece dal puro principio del piacere di una conoscenza fine
a se stessa.



Tornando al problema della mutazione del concetto di ricchezza,
accenniamo al secondo problema in precedenza segnalato: quello del
consumo. Diamo qui per scontato che una parte considerevole dei bisogni
espressi nella società capitalistica sono bisogni indotti, alienati e
dunque destinati a scomparire. Detto questo, pensiamo al comunismo come
una società "austera", o piuttosto come una forma sociale in cui nuovi
bisogni potranno
liberamente sbocciare? In ogni caso riteniamo che sarà necessario
sciogliere il consumo di beni e servizi dalla sua connessione con la
proprietà e finanche col possesso. Ciò significa che, laddove sia
possibile e anche desiderabile, il consumo di beni appropriati/posseduti

individualmente deve essere sostituito dal consumo di beni e servizi
collettivi. Questo, non solo per un problema materiale di efficienza
complessiva (consumare beni collettivi significa aumentare i valori d’uso
a disposizione di ciascuno, diminuendo contemporaneamente il tempo di
lavoro necessario a produrli), ma anche per un problema di ordine
"culturale": il consumo collettivo è una forma di vita comunitaria che
permette ai singoli di godere della ricchezza prodotta senza escludere
gli altri individui, ma insieme ad essi. Non stiamo qui pensando ad un
qualche socialismo "da caserma" (o da convento francescano, visto
l’attuale revival "a sinistra" del "santo poverello"!?!) dal momento che
riteniamo la condivisione collettiva portatrice di una dimensione ludica
e festosa. Considerati i limiti posti dai problemi di efficienza e di
compatibilità ecologica complessivi, all’individuo dovrebbe essere
lasciata la più ampia scelta possibile tra il consumo individuale e
quello collettivo, confidando nel fatto che proprio questa dimensione
festosa e l’abbandono di ansie proprietarie comportino una preferenza,
per quanto non esclusiva, per la seconda opzione.



Partendo dal problema del consumo siamo così giunti a considerare una
questione più generale: la comunità umana di marxiana memoria non può
essere costituita su una base organicistica. In tale ottica, propria
delle società precapitalistiche, il legame sociale, sebbene vissuto come
naturale e spontaneo, impone di fatto una divisione più o meno
gerarchica delle funzioni che, nella sua fissità, incatena/annulla
l’individuo nel suo ruolo sociale. La comunità umana marxiana non può
costituirsi sull’annientamento dell’individuo. L’individuo pienamente
sviluppato deve infatti realizzarsi come forma di superamento storico
dell’individualismo borghese. Considerare il rapporto tra individuo e
società significa mettere a tema il rapporto tra sfera "pubblica" e
"privata" degli individui. E’ la società borghese che, per prima, separa
nettamente questi due ambiti, attribuendo al privato un primato fondato
su diritti presuntivamente naturali e metastorici. Pur riconoscendo la
falsità di questa fondazione storicamente determinata, rimane un
problema di non poco conto: il riconoscimento di una sfera privata,
lasciata alla pura volontà del singolo, sembra essere l’unica opzione
possibile per salvaguardare la libertà individuale. Da qui, dunque
l’ultimo ma NON ultimo quesito di come conciliare questa libertà con una
regolazione collettiva della vita sociale: l’autentico nodo gordiano che
già la Luxemburg seppe individuare come la cruna d’ago ineluttabile per
qualsiasi progetto di vita vera, nella futura comunità umana universale,
affermando che, in ultima ma fondamentale istanza, "la libertà è sempre
quella di chi la pensa diversamente".


13 maggio 2003


La Redazione

di

"Vis-à-Vis"

Quaderni per l’autonomia di classe

http://web.tiscalinet.it/visavis

karletto@rm.ats.it




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