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(it) A-Rivista Anarchica n.289: Gli anarchici contro il fascismo (Pt.VII)

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Date Tue, 13 May 2003 11:17:50 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Gli anarchici contro il fascismo
1919-1945 (e oltre). Sulle barricate, in carcere, al confino, in
Spagna, nella clandestinità.

L'ANALISI DI MALATESTA SUL FASCISMO

L’anarchico campano fu uno dei pochi, sia in campo
rivoluzionario che in campo riformista, a comprendere la vera
essenza del fenomeno autoritario in atto. Ecco due suoi scritti,
rispettivamente del 1922 e del 1923.

Mussolini al potere

A coronamento di una lunga serie di delitti, il fascismo si è
infine insediato al governo.

E Mussolini, il duce, tanto per distinguersi, ha cominciato col
trattare i deputati al parlamento come un padrone insolente
tratterebbe dei servi stupidi e pigri.

Il parlamento, quello che doveva essere "il palladio della
libertà", ha dato la sua misura.

Questo ci lascia perfettamente indifferenti. Tra un gradasso che
vitupera e minaccia, perché si sente al sicuro, ed una accolita
di vili che pare si delizi nella sua abiezione, noi non abbiamo
da scegliere. Constatiamo soltanto - e non senza vergogna -
quale specie di gente è quella che ci domina ed al cui giogo non
riusciamo a sottrarci.

Ma qual è il significato, quale la portata, quale il risultato
probabile di questo nuovo modo di arrivare al potere in nome ed
in servizio del re, violando la costituzione che il re aveva
giurato di rispettare e di difendere?

A parte le pose che vorrebbero parere napoleoniche e non sono
invece che pose da operetta, quando non sono atti da
capobrigante, noi crediamo che in fondo non vi sarà nulla di
cambiato, salvo per un certo tempo una maggiore pressione
poliziesca contro i sovversivi e contro i lavoratori. Una nuova
edizione di Crispi e di Pelloux è sempre la vecchia storia del
brigante che diventa gendarme!

La borghesia, minacciata dalla marea proletaria che montava,
incapace a risolvere i problemi fatti urgenti dalla guerra,
impotente a difendersi coi metodi tradizionali della repressione
legale, si vedeva perduta ed avrebbe salutato con gioia un
qualche militare che si fosse dichiarato dittatore ed avesse
affogato nel sangue ogni tentativo di riscossa. Ma in quei
momenti, nell’immediato dopoguerra, la cosa era troppo
pericolosa, e poteva precipitare la rivoluzione anziché
abbatterla. In ogni modo, il generale salvatore non venne fuori,
o non ne venne fuori che la parodia. Invece vennero fuori degli
avventurieri che, non avendo trovato nei partiti sovversivi
campo sufficiente alle loro ambizioni ed ai loro appetiti,
pensarono di speculare sulla paura della borghesia offrendole,
dietro adeguato compenso, il soccorso di forze irregolari che,
se sicure dell’impunità, potevano abbandonarsi a tutti gli
eccessi contro i lavoratori senza compromettere direttamente la
responsabilità dei presunti beneficiari delle violenze commesse.
E la borghesia accetta, sollecita, paga il loro concorso: il
governo ufficiale, o almeno una parte degli agenti del governo,
pensa a fornir loro le armi, ad aiutarli quando in un attacco
stavano per avere la peggio, ad assicurar loro l’impunità ed a
disarmare preventivamente coloro che dovevano essere attaccati.

I lavoratori non seppero opporre la violenza alla violenza
perché erano stati educati a credere nella legalità, e perché,
anche quando ogni illusione era diventata impossibile e gli
incendi e gli assassinii si moltiplicavano sotto lo sguardo
benevolo delle autorità, gli uomini in cui avevano fiducia
predicarono loro la pazienza, la calma, la bellezza e la
saggezza di farsi battere "eroicamente" senza resistere ... e
perciò furono vinti ed offesi negli averi, nelle persone, nella
dignità, negli affetti più sacri.

Forse, quando tutte le istituzioni operaie erano state
distrutte, le organizzazioni sbandate, gli uomini più invisi e
considerati più pericolosi uccisi o imprigionati o comunque
ridotti all’impotenza, la borghesia ed il governo avrebbero
voluto mettere un freno ai nuovi pretoriani che oramai
aspiravano a diventare i padroni di quelli che avevano serviti.
Ma era troppo tardi. I fascisti oramai sono i più forti ed
intendono farsi pagare ad usura i servizi resi. E la borghesia
pagherà, cercando naturalmente di ripagarsi sulle spalle del
proletariato.

In conclusione, aumentata miseria, aumentata oppressione.

In quanto a noi, non abbiamo che da continuare la nostra
battaglia, sempre pieni di fede, pieni di entusiasmo.

Noi sappiamo che la nostra via è seminata di triboli, ma la
scegliemmo coscientemente e volontariamente, e non abbiamo
ragione per abbandonarla. Così sappiano tutti coloro i quali
hanno senso di dignità e pietà umana e vogliono consacrarsi alla
lotta per il bene di tutti, che essi debbono essere preparati a
tutti i disinganni, a tutti i dolori, a tutti i sacrifici.

Poiché non mancano mai di quelli che si lasciano abbagliare
dalle apparenze della forza ed hanno sempre una specie di
ammirazione segreta per chi vince, vi sono anche dei sovversivi
i quali dicono che "i fascisti ci hanno insegnato come si fa la
rivoluzione".

No, i fascisti non ci hanno insegnato proprio nulla.

Essi hanno fatto la rivoluzione, se rivoluzione si vuol
chiamare, col permesso dei superiori ed in servizio dei
superiori.

Tradire i propri amici, rinnegare ogni giorno le idee professate
ieri, se così conviene al proprio vantaggio, mettersi al
servizio dei padroni, assicurarsi l’acquiescenza delle autorità
politiche e giudiziarie, far disarmare dai carabinieri i propri
avversari per poi attaccarli in dieci contro uno, prepararsi
militarmente senza bisogno di nascondersi, anzi ricevendo dal
governo armi, mezzi di trasporto ed oggetti di casermaggio, e
poi esser chiamato dal re e mettersi sotto la protezione di
dio... è tutta roba che noi non potremmo e non vorremmo fare. Ed
è tutta roba che noi avevamo preveduto che avverrebbe il giorno
in cui la borghesia si sentisse seriamente minacciata.

Piuttosto l’avvento del fascismo deve servire di lezione ai
socialisti legalitari, i quali credevano, e ahimè! credono
ancora, che si possa abbattere la borghesia mediante i voti
della metà più uno degli elettori, e non vollero crederci quando
dicemmo loro che se mai raggiungessero la maggioranza in
parlamento e volessero - tanto per fare delle ipotesi assurde -
attuare il socialismo dal parlamento, ne sarebbero cacciati a
calci nel sedere!

Errico Malatesta ("Umanità Nova", 25 novembre 1922)


Perché il fascismo vinse

La forza materiale può prevalere sulla forza morale, può anche
distruggere la più raffinata civiltà se questa non sa difendersi
con mezzi adatti contro i ritorni offensivi della barbarie.
Ogni bestia feroce può sbranare un galantuomo, fosse anche un
genio, un Galileo o un Leonardo, se questi è tanto ingenuo da
credere che può frenare la bestia mostrandole un’opera d’arte o
annunziandole una scoperta scientifica.

Però la brutalità difficilmente trionfa, ed in tutti i casi i
suoi successi non sono stati mai generali e duraturi, se non
riesce ad ottenere un certo consenso morale, se gli uomini
civili la riconoscono per quella che è, e se anche impotenti a
debellarla ne rifuggono come da cosa immonda e ripugnante.

Il fascismo che compendia in sé tutta la reazione e richiama in
vita tutta l’addormentata ferocia atavica, ha vinto perché ha
avuto l’appoggio finanziario della borghesia grassa e l’aiuto
materiale dei vari governi che se ne vollero servire contro
l’incalzante minaccia proletaria; ha vinto perché ha trovato
contro di sé una massa stanca, disillusa e fatta imbelle da una
cinquantenaria propaganda parlamentaristica; ma soprattutto ha
vinto perché le sue violenze e i suoi delitti hanno bensì
provocato l’odio e lo spirito di vendetta degli offesi ma non
hanno suscitato quella generale riprovazione, quella
indignazione, quell’orrore morale che ci sembrava dovesse
nascere spontaneamente in ogni animo gentile.

E purtroppo non vi potrà essere riscossa materiale se prima non
v’è rivolta morale.

Diciamolo francamente, per quanto sia doloroso il constatarlo.
Fascisti ve ne sono anche fuori del partito fascista, ve ne sono
in tutte le classi ed in tutti i partiti: vi sono cioè
dappertutto delle persone che pur non essendo fascisti, pur
essendo antifascisti, hanno però l’anima fascista, lo stesso
desiderio di sopraffazione che distingue i fascisti.

Ci accade, per esempio, d’incontrare degli uomini che si dicono
e si credono rivoluzionari e magari anarchici i quali per
risolvere una qualsiasi questione affermano con fiero cipiglio
che agiranno fascisticamente, senza sapere, o sapendo troppo,
che ciò significa attaccare, senza preoccupazione di giustizia,
quando si è sicuri di non correr pericolo, o perché si è di
molto il più forte, o perché si è armato contro un inerme, o
perché si è in più contro uno solo, o perché si ha la protezione
della forza pubblica, o perché si sa che il violentato ripugna
alla denunzia ... significa insomma agire da camorrista e da
poliziotto. Purtroppo è vero, si può agire, spesso si agisce
fascisticamente senza aver bisogno d’iscriversi tra i fascisti:
e non sono certamente coloro che così agiscono, o si propongono
di agire fascisticamente, quelli che potranno provocare la
rivolta morale, il senso di schifo che ucciderà il fascismo.

E non vediamo gli uomini della Confederazione, i D’Aragona, i
Baldesi, i Colombino, ecc., leccare i piedi dei governanti
fascisti, e poi continuare ad essere considerati, anche dagli
avversari politici, quali galantuomini e quali gentiluomini?

Queste considerazioni, che del resto abbiamo fatte tante volte,
ci sono rivenute alla mente leggendo un articolo di "L’Etruria
Nuova" di Grosseto, che ci siamo meravigliati di vedere
compiacentemente riprodotto da "La Voce Repubblicana" del 22
agosto. È un articolo del "suo valoroso direttore", il bravo
Giuseppe Benci, il decano dei repubblicani della forte Maremma
(tanto per servirci delle parole della "Voce") il quale a noi è
sembrato un documento di bassezza morale, che spiega perché i
fascisti hanno potuto fare in Maremma quello che hanno fatto.

Sono note le gesta brigantesche dei fascisti nella sventurata
Maremma. Là, più che altrove, essi hanno sfogato le loro
passioni malvagie. Dall’assassinio brutale alle bastonature a
sangue, dagli incendi e dalle devastazioni fino alle tirannie
minute, alle piccole vessazioni che umiliano, agli insulti che
offendono il senso di dignità umana, tutto essi hanno commesso
senza conoscere limite, senza rispettare nessuno di quei
sentimenti che, nonché essere condizione di ogni vivere civile,
sono la base stessa dell’umanità in quanto è distinta dalla più
infima bestialità.

E quel fiero repubblicano di Maremma parla loro in tono dimesso
e li tratta da "gente di fede" e mendica per i repubblicani la
loro sopportazione e quasi la loro amicizia, adducendo i meriti
patriottici dei repubblicani stessi.

Egli "ammette che il governo (il governo fascista) ha il diritto
di garantirsi il libero svolgimento della sua azione" e lascia
intendere che quando i repubblicani andranno al potere faranno
su per giù la stessa cosa. E protesta che "nessuno potrà
ammettere che da noi (a Grosseto) il partito repubblicano abbia
con qualsiasi atto tentato di ostacolare l’esperienza della
parte dominante" e si vanta di "non aver per nulla intralciata
l’azione del governo ritraendosi perfino dalle lotte elettorali
per attendere che l’esperimento si compia. Cioè attendere che si
compia l’esperimento di dominazione su tutta Italia da parte di
quella gente che ha straziato la sua Maremma.

Se lo stato d’animo di quel signor Benci corrispondesse allo
stato d’animo dei repubblicani e la sorte del governo fascista
dovesse dipendere da loro, avrebbe ragione Mussolini quando dice
che resterà al potere trent’anni. Vi potrebbe restare anche
trecento.


Errico Malatesta ("Libero Accordo", 28 agosto 1923)



Anarchismo, antifascismo e Resistenza
(alcuni volumi consigliati, tutti in commercio. A cura di
Massimo Ortalli)

AA.VV., La resistenza sconosciuta, Milano, Zero in Condotta,
1995
AA.VV., L’antifascismo rivoluzionario tra passato e presente,
Pisa, Bibl. F. Serantini, 1993
Tobias ABSE, Sovversivi e fascisti a Livorno (1918-1922),
Livorno, Labronica, 1990
Luigi BALSAMINI, Gli arditi del popolo, Casalvelino, Galzerano
editore, 2002
Nanni BALESTRINI, Parma 1922. Una resistenza antifascista, Roma,
Derive approdi, 2002
Luigi DI LEMBO, Guerra di classe e lotta umana, Pisa, Bibl. F.
Serantini, 2001
Ugo FEDELI, La nascita del fascismo, Pescara, Samizdat, 2000
Eros FRANCESCANGELI, Arditi del Popolo. Argo Secondari
(1917-1922), Roma, Odradek, 2000
Riccardo LUCETTI, Gino Lucetti, l’attentato contro il duce,
Carrara, Tipolito, 2000
Pier Carlo MASINI, Mussolini la maschera del dittatore, Pisa,
Bibl. F. Serantini, 1999
M. ROSSI, I fantasmi di Weimar, Milano, Zero in Condotta, 2001
Marco ROSSI, Sovversivi contro fascisti a Livorno (1919-1943),
Livorno, Gruppo Malatesta, 2002
Giorgio SACCHETTI, Camicie nere in Valdarno, Pisa, Bibl. F.
Serantini, 1996
Giorgio SACCHETTI, Gli anarchici contro il fascismo, Livorno,
Sempre Avanti, 1995
Giorgio SACCHETTI, L’imboscata, Foiano, ANPI di Foiano, 2000.

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A - rivista anarchica
anno 33 n. 289
aprile 2003

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista




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