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(it) A-Rivista Anarchica n.289: Gli anarchici contro il fascismo (Pt.VI)

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Date Mon, 12 May 2003 10:52:06 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Gli anarchici contro il fascismo
1919-1945 (e oltre). Sulle barricate, in carcere, al confino, in
Spagna, nella clandestinità.

ANARCHICI AD IMOLA

Gli anarchici imolesi dal primo sorgere del movimento fascista
fino e durante la Resistenza.

Il 1920 segna la riorganizzazione definitiva degli anarchici
imolesi che danno vita a due folti gruppi: il gruppo giovanile
anarchico e l’USI. In tutto i giovani che si impegnavano
attivamente erano una ottantina: organizzavano dibattiti,
conferenze, comizi e cercavano di realizzare una stretta unità
con i giovani socialisti.

L’attività sindacale era diretta soprattutto verso quelle
categorie come i muratori, gli infermieri, gli imbianchini, i
barbieri, i metallurgici ed i camerieri che non erano seguiti
dalla Camera del Lavoro (aderente alla CGL) impegnata com’era
nell’agitazione agraria e quindi nell’organizzazione delle
categorie agricole.

La preparazione rivoluzionaria degli anarchici cresceva ogni
giorno, per cui non si trovarono sprovvisti di fronte al
fascismo.

Infatti il 28 ottobre 1920 Dino Grandi, allora giovane avvocato
di Mordano (comune vicino ad Imola), poi uno dei più grandi
gerarchi fascisti, subisce un attentato: gli vengono sparati
contro quattro colpi di rivoltella che, (purtroppo) non lo
colpiscono. Si attribuisce il fatto agli anarchici e i
socialisti declinano ogni responsabilità. In effetti gli autori
dell’attentato risultano essere veramente anarchici che, nel
momento in cui il fascismo nascente si appoggia a giovani
studenti infiammati di patriottismo e di spirito reazionario e
di odio verso il socialismo, hanno intuito in Grandi un
possibile futuro nemico.

Il 1920 si conclude con il tentativo, da parte dei fascisti di
crearsi le premesse per poter penetrare in Imola, ma fino al
giugno del 1921 i fascisti ad Imola non hanno voce in capitolo.
Gli anarchici partecipano, con i giovani socialisti, che poi
passeranno in massa al PCd’I, alla formazione delle "guardie
rosse" a cui è affidato il compito di difendere Imola dalle
squadracce provenienti da Bologna. I fascisti infatti avevano
già "assoggettato" Castel S. Pietro e si servivano di questo
comune come base per le incursioni nei paesi vicini e
soprattutto per distruggere il mito di "Imola rossa" e della
combattività degli imolesi, dovuta alla cinquantennale
propaganda anarchica e socialista e al grande prestigio che
aveva avuto Andrea Costa. I fascisti bolognesi fanno vari
tentativi fin dal novembre, sempre sconsigliati però dalla
autorità locale e dagli stessi capi socialisti perché
l’eccezionale livello di mobilitazione del popolo avrebbe
provocato una "carneficina". Ma il 14 dicembre una colonna di
fascisti in camion tenta di venire ad Imola. Il servizio di
informazione scatta immediatamente e tutta la popolazione
armata, chiamata dal campanone comunale che suona a stormo,
scende in piazza. Le cinque squadre di "guardie rosse" si
dispongono nei punti strategici della città e gli anarchici
collocano due mitragliatrici all’ingresso di Imola, sulla Via
Emilia, in modo da prendere i fascisti in un fuoco incrociato.
Anche questa volta i fascisti non vengono, pare che Romeo Galli,
socialista, telefonasse al Sindaco di Ozzano per pregarlo di
dissuaderli. Ma i fascisti avevano intuito quale era il mezzo
più efficace per entrare a Imola: lasciare che una snervante
attesa fiaccasse la difesa degli imolesi.

Figure squallide

Così, con l’appoggio dei popolari, fanno le loro prime
apparizioni fino a lanciare un attacco in grande stile. Il 10
aprile, durante una processione organizzata dal Partito
Popolare, arrivano i fascisti provenienti da Castel S. Pietro:
l’esercito e i carabinieri occupano il centro per difendere dal
popolo gli squadristi. Il 28 maggio i fascisti danno l’assalto
al Circolo ritrovo socialista, naturalmente di sera. Un gruppo
di essi, nascosto nell’ombra dei giardini pubblici, si prepara
ad attaccare con pugnali, bombe a mano e rivoltelle. Mentre
parte di essi entrano nel circolo, altri, fuori, sparano
all’impazzata per impedire alla gente di accorrere.

Il bilancio dell’assalto e di sette feriti e la distruzione di
parte delle suppellettili, registri, ecc., poste nei locali in
cui aveva sede anche la redazione del settimanale socialista "La
lotta" e la sezione socialista.

La reazione comincia a prendere piede apertamente anche ad
Imola, i capi socialisti fuggono a S. Marino e torneranno solo a
settembre, a bufera momentaneamente passata.

Così la reazione armata fascista colpisce le avanguardie mentre
la massa è disorientata e impaurita.

Il 26 giugno i fascisti con Dino Grandi, Gino Baroncini, ecc.
inaugurano il gagliardetto di combattimento sotto gli occhi
soddisfatti della gretta borghesia locale.

I fascisti locali, figure squallide, in alcuni casi addirittura
malati di mente, trovano appoggio negli agrari che li esaltano,
li ubriacano con soldi e vino, e lo stretto collegamento col
gruppo già forte del fascismo bolognese li fa sentire
improvvisamente padroni della piazza quando in 100 contro uno
protetti dalla polizia, si scagliano contro le avanguardie
rivoluzionarie. I primi ad essere colpiti sono gli anarchici,
poi i socialisti ed infine la reazione si abbatte su tutto il
proletariato.

Il 10 luglio vi sono i fatti della Birreria Passetti in cui,
fallito il tentativo di alcuni fascisti di uccidere l’anarchico
Primo Bassi (1892-1972), si costruisce una montatura per
accusarlo della morte del rag. Gardi, estraneo ai fatti e
rimasto ucciso nella sparatoria.

Racconta Primo Bassi: "Il 10 luglio 1921 una squadra di fascisti
imolesi iniziava le prime azioni di violenza indiscriminata.
Alle ore 10 di sera, incontrato un muratore - tal Campomori - lo
colpirono con randellate al capo sino a che, sanguinante, poté
rifugiarsi nella birreria Passetti, in quel momento affollata di
clienti. Fu allora che notai un giovincello che, battendomi un
giunco sulla spalla, mi invitava ad uscire. Accondiscesi, ma
dopo pochi passi nell’ampio cortile fui circondato dalla squadra
che pretese perquisirmi e quando, palpate le tasche, furono
persuasi fossi inerme, iniziarono la bastonatura. Con una spinta
mi aprii il passo verso l’uscita e, guadagnando l’uscita sotto
le percosse, fui raggiunto da una randellata allo zigomo
sinistro che per poco non mi abbatté al suolo. Voltandomi di
scatto fu allora - solo allora - che l’istinto di conservazione
prevalse in me. Il fascista Casella mi era quasi addosso con
l’arma in pugno ed io - già estratta la pistola dalla cintura
dei pantaloni - gli sparai contro colpendolo ad una gamba.
Sparai ancora in aria un colpo e mentre attorno era tutta una
sparatoria fuggii per via Aldovrandi per consegnarmi ai
carabinieri sopraggiunti, ferito da una pallottola di rimbalzo.
Accompagnato in caserma prima ed all’ospedale poi, fui
tempestato di pugni sino a che un infermiere, il socialista
Maiolani, non intervenne a redarguirli. Intanto all’interno
della birreria un cittadino - voluto poi fascista - era stato
colpito dal basso all’alto da un colpo di rivoltella, decedendo.
I fascisti si impadronirono di quel morto ed iniziarono una
violenta reazione contro uomini e cose".

La stessa sera numerose squadre di fascisti percorrono le vie
della città, sparando all’impazzata con lo scopo di impaurire.

Caccia al sovversivo

Poi assalgono la sede dell’Unione Sindacale, distruggendo
sistematicamente tutto ciò che trovano: devastano gli uffici
delle leghe, la redazione del giornale anarchico "Sorgiamo", il
circolo ritrovo, la ricca biblioteca. Tutto ciò che non si può
dare alle fiamme nel piazzale sottostante è reso completamente
inservibile. Il lunedì continua per le vie di Imola la caccia al
sovversivo.

Viene arrestato il maestro anarchico Ciro Beltrandi per aver
sparato all’ex repubblicano Mansueto Cantoni, diventato
segretario del fascio locale. Viene picchiato selvaggiamente coi
calci di moschetto alla schiena, tanto da morire nel 1941 a
Bruxelles in seguito alla tubercolosi, provocata dalle botte
fasciste.

Anche il responsabile de "Il Momento", giornale della
Federazione Provinciale Comunista Bolognese e organo della
Camera del Lavoro di Imola, Romeo Romei viene aggredito e,
ferito gravemente al petto con un colpo di rivoltella lasciato
per terra moribondo; Ugo Masrati, bracciante agricolo anarchico,
mentre è tranquillamente addetto in un’aia come paglierino ai
lavori di trebbiatura, viene assassinato dai fascisti.

Alla tipografia Galeati, pena l’incendio, si impedisce di
stampare il periodico anarchico "Sorgiamo". Si vieta alle
edicole di vendere giornali "sovversivi", come "Umanità Nova" e
"Ordine Nuovo". Ma il movimento anarchico non è ancora
definitivamente abbattuto, bisogna quindi ancora colpirlo,
ancora assassinare.

La sera del 21 luglio ’21 cinque fascisti si recano in
un’osteria alle Case Gallettino con lo scopo ben preciso di
colpire un altro anarchico che si era sempre distinto per il suo
coraggio, Vincenzo Zanelli, detto Banega, muratore, anarchico.
Arrestato per i moti del carovita del luglio 1919, era stato di
nuovo arrestato nel 1921 senza un’imputazione precisa e
rilasciato dopo 20 giorni. Da allora non era più stato lasciato
in pace dai fascisti. Raggiunto con altri due anarchici - Farina
e Tarozzi - dai fascisti, viene colpito ma, mentre gli altri due
anarchici disarmati fuggono, egli a terra si difende e uccide il
suo aggressore, il fascista Nanni, di professione ladro. Ormai
quasi tutti gli anarchici imolesi più in vista sono eliminati.

L’uccisione del giovane fascista Andrea Tabanelli serve da
pretesto per manovre contro gli anarchici: caduta la prima
accusa contro l’anarchico Diego Guadagnini, viene accusato il
cugino Enrico Guadagnini e i fascisti fanno altre rappresaglie:
compiono un altro assalto alla sede dell’USI e ammazzano a
randellate in testa Raffaele Virgulti, mutilato di guerra
anarchico.

uccisi, carcerati o confinati

Messi in condizione di non nuocere i compagni migliori come
Diego Guadagnini e Primo Bassi (condannato a 20 anni nonostante
che la perizia balistica avesse dimostrato che il proiettile che
uccise Gardi non apparteneva all’arma di Bassi), uccisi tanti
dei migliori come Leo Bianconcini, Vincenzo Zanelli, Raffaele
Virgulti, carcerati o confinati tantissimi altri come Tarozzi,
Baroncini, Farina, Errani, i fratelli Tinti, Tonini, ecc., il
movimento anarchico imolese darà il suo contributo alla lotta di
Liberazione in Italia nel 44-45 e, precedentemente, in Spagna
nel 1936.

Gruppi Anarchici Imolesi


ANARCHICI A PIOMBINO

L’attivo impegno degli anarchici piombinesi contro il fascismo,
prima e durante la Resistenza.

Nei primi mesi del 1921, quando già in tutta la Toscana si è
scatenata l’offensiva fascista, Piombino non conosce ancora la
violenza squadrista e ancora per più di un anno resisterà al
cerchio nero che la stringe.

A differenza di altri luoghi, a Piombino il fascismo nasce
all’ombra delle ciminiere con il denaro dei "dirigenti"
dell’ILVA e della Magona, le due fabbriche siderurgiche più
importanti della città, occupate nel ’20 dagli operai armati.
Questi due colossi industriali non forniscono solo i
finanziamenti, ma anche i gregari per le azioni teppistiche
trasformando in squadracce nere le guardie dei due stabilimenti,
gente abituata da sempre all’odio antioperaio. Tuttavia questi
primi fenomeni del l’ondata fascista non trovano lo spazio per
ingrandirsi e attecchire perché circoscritti da una classe
lavoratrice estremamente combattiva e rivoluzionaria, fortemente
influenzata sia dagli anarchici, sia dagli anarcosindacalisti
della locale Camera del Lavoro federata all’USI.

Per avere un’idea di questa influenza basta guardare i risultati
delle elezioni politiche del ’19, con 3.483 schede bianche
contro 1.487 voti socialisti, su un totale di 6.098 votanti ed
alla composizione delle Commissioni Interne dell’ILVA e della
Magona con 15 delegati anarcosindacalisti dell’USI contro i 5
delegati socialisti e comunisti della FIOM.

È così che alla fatidica "marcia su Roma" nell’ottobre del ’22,
il fascismo piombinese non arriva nemmeno a cento teppisti.
Prima del ’22 i fascisti locali non osano tenere i loro raduni
nella città; anzi ogni volta che lo squadrismo pisano, senese o
fiorentino compiva qualche "impresa" doveva subire l’ira degli
anarchici e degli Arditi del Popolo.

Il lento affermarsi del fascismo a Piombino in certa misura è da
attribuirsi anche all’azione sprovveduta della CGL e del Partito
Socialista che, assieme agli esponenti dei vari partiti, degli
industriali e dei fasci di combattimento, forma un Comitato
Cittadino per pacificare la città e risolvere la crisi
dell’industria siderurgica che minacciava di chiudere,
licenziando tutte le maestranze.

Questo riconoscimento ufficiale delle forze socialiste verso il
nascente fascismo è l’equivalente locale della stessa politica
che a livello nazionale porterà al Patto di Pacificazione fra
fascisti e socialisti. Sarà proprio il Comitato Cittadino che,
purgato dagli elementi socialisti, prenderà in mano
l’amministrazione di Piombino dopo la conquista della città.

Ovviamente a questo Comitato Cittadino sia gli anarchici che la
Camera del Lavoro federata all’USI rifiutano di partecipare,
ribadendo che non è possibile nessuna pacificazione sia con gli
industriali sia con i fasci di combattimento, ma che anzi è
dovere rivoluzionario scendere nelle piazze e combattere per
soffocare la violenza fascista.

Furono infatti proprio gli anarchici e gli anarco-sindacalisti i
maggiori sostenitori e attivisti degli Arditi del Popolo. Per
iniziativa del deputato socialista Giuseppe Mingrino si era
costituito a Piombino il 144° battaglione degli Arditi del
Popolo, cui aderivano gli anarchici e l’ala comunista del
Partito Socialista, che dopo poco esce dal partito per formare
il Partito Comunista. Presto però i comunisti usciranno da
queste formazioni operaie di difesa ed anzi una circolare
dell’esecutivo del PCd’I diffida tutti i militanti dall’entrare
negli Arditi o anche solo di avere contatti con loro. Dopo
questa defezione, gli Arditi del Popolo a Piombino saranno
costituiti quasi esclusivamente da elementi anarchici e
anarcosindacalisti e saranno loro a sostenere le lotte dure e
spesso sanguinose che impediranno, nella metà del ’22, ai
fascisti di entrare a Piombino.

L’attentato al socialista Mingrino, il 19 luglio 1921, fa
scattare per la prima volta gli Arditi. Essi attaccano il "covo"
dei fascisti piombinesi ma lo trovano deserto, quindi casa per
casa e nei luoghi di lavoro catturano i fascisti e costringono
un loro capo, il direttore del Cantiere navale, a firmare un
atto di sottomissione.

Le Guardie Regie corse in aiuto dei fascisti vengono sopraffatte
e disarmate.

Solo dopo alcuni giorni la reazione degli Arditi termina e le
forze dell’ordine riescono a riprendere il controllo della
città.

Intanto il 2 agosto socialisti e fascisti firmano a Roma il
Patto di Pacificazione. Gli Arditi affiggono a Piombino un
manifesto: "Non vi può essere nessuna possibilità di pace, in
questo momento, tra il proletariato piombinese e i suoi
sfruttatori... gli arditi del popolo resteranno vigili ed armati
contro gli sgherri neri".

Il 3 settembre l’anarchico Giuseppe Morelli sorpreso ad
affiggere manifesti contro il Patto di Pacificazione reagisce
con la pistola alle guardie regie ed ai fascisti, rimanendo
ucciso nel conflitto.

Durante la notte, prevedendo la reazione degli anarchici, la
Polizia irrompe nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro (durante
i turni notturni) arrestando oltre 200 compagni. Privati gli
arditi e gli anarchici dei loro militanti politici e sindacali
più attivi, i fascisti capirono che quello era il momento per
sferrare il loro attacco. Prima incendiarono la sezione
socialista, poi la Camera Confederale e la tipografia la Fiamma,
e quindi si diressero verso la Camera del Lavoro sindacale, ma
si scontrarono con una pattuglia di giovani anarchici, fra cui:
Landi, Lunghi, Venturini, Marchionneschi, Panzavolta, Franci,
Messena Lucarelli. Giungevano nel frattempo gruppi di operai e
la polizia fu costretta ad arrestare i fascisti per salvarli
dalla sana ira popolare.

Racconta Armando Borghi: "Una conferenza la tenni a Piombino,
presente il deputato comunista Misiano. I fascisti lo avevano
scacciato dal Parlamento, minacciandolo di morte, e lui si era
rifugiato sotto la protezione degli anarchici, nella cittadina
toscana, tenuta ancora dai nostri alla fine del 1921".

I fascisti tentarono la conquista di Piombino il 25 aprile del
’22, ma giunti alla periferia della città, trovarono gli
anarchici e gli Arditi che rapidamente misero in fuga le camice
nere.

Frattanto, dopo la riapertura degli stabilimenti siderurgici,
manovrando abilmente con le assunzioni discriminate per rendere
più debole la compattezza operaia (Piombino anche allora era una
città-fabbrica) le direzioni aziendali preparavano il colpo
definitivo, essendosi anche assicurata la totale collaborazione
del Comitato Cittadino.

Un’altra vittima fu il giovane anarchico Landi Landino (21
maggio 1922), che i fascisti tenevano presente come il
principale artefice delle loro "ritirate".

Il 12 giugno (dopo un incidente appositamente creato dove
rimaneva ucciso uno studente fascista e per i funerali del quale
giunsero in città i fascisti di tutta la zona) gli squadristi e
le guardie regie inviate da Pisa a "ristabilire l’ordine" si
impadronivano della città.

Dapprima occupano il Comune e la Pretura, poi i fascisti
assaltano e distruggono le sedi del Partito Socialista e della
CGL. Per tutta la notte e tutto il giorno dopo, con centinaia di
assalti, le squadracce tentano la conquista della Camera
Sindacale dell’USI e della tipografia del giornale anarchico "Il
martello", sempre respinti. Solo dopo un giorno e mezzo di
combattimento, fascisti e guardie regie riescono a piegare anche
gli anarchici.

Il fascismo era passato anche a Piombino ed i compagni più in
vista trovarono scampo nell’espatrio; altri dovettero subire
persecuzioni e angherie durante tutto il regime fascista.
Prendiamo ad esempio le vicende di due compagni: Egidio Fossi e
Adriano Vanni.

Egidio Fossi, condannato nel ’20 dalle Assise di Pisa a 12 anni
e 6 mesi, 2 anni dei quali trascorsi in segregazione a
Portolongone, gli altri in varie galere. Venne liberato per
amnistia nel mese di ottobre 1925, fu poi perseguitato
ripetutamente, ammonito e minacciato dai fascisti, finché
espatriò clandestinamente in Francia. Anche all’estero non
sfuggì alla persecuzione e comincio così la vita randagia del
fuoriuscito, braccato anche dalla polizia francese.

Alla notizia che in Spagna il popolo era insorto contro il
tentativo di "golpe" franchista, non mise tempo in mezzo e
raggiunse nell’agosto 1936 la colonna italiana Francisco Ascaso;
partecipando a tutte le azioni sul fronte aragonese di Huesca,
rimanendo a combattere in Spagna fino al marzo del 1939; fu poi
internato nel campo di concentramento di Gurs e mandato nelle
compagnie di lavoro. Nel 1940 fu fatto prigioniero dai tedeschi,
venne quindi tradotto in Italia e assegnato al confino di
Ventotene per 5 anni. Fu liberato nel settembre 1943; poté
rientrare a Piombino nel 1945, dove riprese il suo posto nelle
file anarchiche e come operaio all’Italsider.

Adriano Vanni, condannato insieme a Egidio Fossi e scarcerato
nello stesso periodo fu subito bastonato a sangue dai fascisti;
dovette riparare all’estero, ma anche qui ebbe vita difficile.
Rientrato in Italia dopo qualche anno, cominciarono di nuovo le
persecuzioni del regime e le bastonature dei delinquenti in
camicia nera. Partecipò attivamente alla sommossa della
popolazione contro i nazifascisti del 10 settembre 1943. La
lotta partigiana lo vide fra i più validi animatori della
resistenza e assieme ad altri libertari operò in formazioni che
agivano nelle zone all’interno della Maremma; fece parte anche
del nucleo periferico del CLN. A liberazione avvenuta,
nonostante si ritrovasse faccia a faccia con molti dei suoi
aguzzini del ventennio, ebbe la forza morale di non vendicarsi.

Altri compagni dovettero prendere la via del fuoriuscitismo da
Piombino, come Franci Dario, Bacconi, (dirigente dell’USI),
Agnarelli Smeraldo, e altri ancora. A Torino si trasferirono
compagni come Guerrieri Settimo, Baroni Ilio (caduto nelle
formazioni GAP), Bellini e Cafiero. I compagni che riuscirono a
rimanere a Piombino non rimasero immuni da ammonizioni e minacce
e, quando venivano personalità del regime, erano prelevati dalle
loro abitazioni e tenuti in carcere per 3 o 4 giorni.

Federazione Anarchica Piombinese


A - rivista anarchica
anno 33 n. 289
aprile 2003

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista




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