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(it) le contraddizioni del gigante "buono"

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Date Sun, 4 May 2003 14:24:05 +0200 (CEST)


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Da: "tiziano antonelli" <t.antonelli@tin.it>

Le contraddizioni del gigante “buono”.

Meno di novanta centesimi di euro era alla fine di aprile il valore del
dollaro rispetto all’euro. Che i problemi per la moneta USA non siano
solo ne cambio con l’euro, lo dimostra il rapporto con le altre
principali monete e soprattutto con la forma cristallizzata del valore di
scambio, con l’oro. Nell’ultimo anno la domanda di oro per investimenti
e’ salita ai massimi degli ultimi 35 anni, la produzione mineraria e’
calata del 5,5%, ma il prezzo dell’oro in dollari (o, viceversa, il
valore del dollaro in oro) e’ aumentato (diminuito).

In altre parole, il rallentamento del ciclo economico provoca il ristagno
del capitale nella forma di denaro: la crisi specifica dell’economia USA
fa si’ che questo denaro assuma a sua volta forma dorata anziche’ la
forma del biglietto verde.

La cosa che stupisce di piu’ in questa dinamica del dollaro e’ che il
governatore della Riserva Federale, Alan Greenspan, da anni persegue una
politica monetaria finalizzata alla riduzione del costo del lavoro; tale
politica si attua attraverso un restringimento del credito nella misura
sufficiente ad ottenere un significativo aumento del tasso di
disoccupazione, ma al tempo stesso fino al livello necessario ad impedire
un avvitamento brusco del ciclo economico statunitense. Ancora oggi che
il tasso base e’ sceso ai livelli piu’ bassi da quarantuno anni, possiamo
considerare la politica monetaria USA se confrontata con il tasso di
inflazione, soprattutto rispetto alla politica della BCE che, anche se
mantiene un rapporto simile fra tassi ed inflazione, e’ molto piu’ attiva
sul fronte della creazione della massa monetaria: in Europa infatti l’
espansione della massa monetaria procede a tassi attorno al 10% annuo. La
politica della Federal Reserve, quindi, e’ l’opposto della politica
keynesiana dell’ampliamento della massa monetaria con lo scopo di ridurre
i salari reali.

La riduzione del prezzo della forza-lavoro al di sotto del proprio valore
e’ il metodo principale per aumentare il saggio medio di profitto; la
politica di Greenspan si traduce quindi in una redistribuzione del
reddito a favore del profitto, a patto che regga il mercato. Se l’aumento
della disoccupazione riduce i consumi privati, e’ necessario esportare di
piu’ o aumentare i consumi pubblici.

La strada dell’esportazione e’ sbarrata dalla politica monetaria
restrittiva, che provoca un rafforzamento del dollaro rispetto alle
monete, restano i consumi pubblici, che sono soprattutto consumi
militari. Gia’ altri prima di me hanno sottolineato l’impatto delle spese
militari sulla crescita del prodotto interno lordo USA, gli ultimi dati
disponibili sulla produzione industriale la segnalano in aumento,
soprattutto nei comparti legati alla produzione bellica. L’impegno
dell’amministrazione Bush nelle spese militari ha ampliato il deficit del
bilancio federale che, affacciatosi alla fine della presidenza Clinton,
si presume superera’ alla fine dell’anno la cifra di 400 miliardi di
dollari (circa 760 mila miliardi di lire).

Questa enorme politica di investimenti e’ destinata ad essere sostenuta
attraverso l’aumento dell’indebitamento dello Stato, cioe’ attraverso l’
aumento dell’emissione di buoni del Tesoro, provocando cosi’ l’aumento
della massa monetaria in circolazione; una politica diamentralmente
opposta a quella della Federal Reserve che e’ stata descritta poco sopra.
La politica di guerra dell’amministrazione Bush si basa in gran parte
sulla psicosi del rischio attentato, di tipo convenzionale, chimico o
biologico; proprio questa psicosi ha portato un altro colpo alla politica
di attacco ai salari portata avanti dalla FED. Il rischio attentati e’
stato incorporato dalle assicurazioni sociali, che hanno adeguato i premi
a carico delle aziende, provocando cosi’ il piu’ alto aumento del costo
del lavoro degli ultimi anni.

Il sostegno all’accumulazione capitalistica dato dalle istituzioni
statunitensi si inquadra pienamente all’interno della fase economica
definita come capitalismo monopolistico di Stato, che si caratterizza per
un intervento in prima persona dello Stato nella proprieta’ delle
aziende, finalizzata ad accentuare la concentrazione e la
centralizzazione del capitale, nell’attacco ai salari, in una politica di
investimenti pubblici (soprattutto militari) destinati al sostegno della
produzione. Questa politica si regge grazie a deficit di bilancio
finanziati dall’aumento dell’ indebitamento pubblico e della massa
monetaria in circolazione.

L’esperienza storica dimostra che l’adozione di questa politica non porta
a soluzione la crisi del modo di produzione capitalistica, che anzi viene
aggravata dagli interventi sempre piu’ autoritari del governo, fino ad
arrivare ad una crescente instabilita’ che porta, attraverso un
progressivo concatenarsi di crisi nazionali e crisi internazionali, ad
una guerra generalizzata. In questo schema sembra oggi ingabbiata anche
l’amministrazione Bush.

Livorno, 04/05/03
Tiziano Antonelli




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