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(it) Comidad n.109: Referendum

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Wed, 23 Jul 2003 13:21:04 +0200 (CEST)


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Da: Worker <a-infos-it@ainfos.ca>

e-mail/REFERENDUM
3/2/2003 Referendum sull'articolo 18. Che fare?

In merito alle questioni poste dai compagni circa il "referendum
sull'articolo 18. Che fare?", è il caso di ribadire che ogni
azione che vada a sostegno dello Statuto dei lavoratori va
appoggiata; ma la questione se votare o meno ai referendum
ripropone il consueto equivoco che confonde l'astensionismo come
una forma di purismo. In realtà l'astensionismo prende atto
semplicemenete del fatto che elezioni e referendum non decidono
assolutamente nulla. Alle ultime elezioni sono state le alchimie
di schieramento sul sistema maggioritario a decidere in anticipo
chi dovesse vincere le elezioni. Nei referendum è la gestione
dall'alto delle masse di voto organizzato a decidere, anche qui
in anticpo, l'esito del referendum. Il nostro voto o non voto, e
la relativa propaganda, non avrebbero nessun rilievo.

Pensiamo invece alle conseguenze disastrose di una sconfitta
referendaria: come se la questione dei diritti fondamentali
dell'uomo e del cittadino potesse essere decisa a colpi di
maggioranza. In base alla stessa Costituzione, nessuna
maggioranza potrebbe privare i cittadini dei loro diritti di
cittadini; lo Statuto dei lavoratori riguarda infatti
l'esercizio del diritto di cittadinanza all'interno dei luoghi
di lavoro.

Agitando la parola d'ordine del referendum, Rifondazione
Comunista ha fatto il gioco del governo, accettando l'idea che i
diritti fondamentali del cittadino/lavoratore siano questione
opinabile che possa essere decisa in base ai numeri.

Comidad Napoli

21/2/2003 CONTRO IL REFERENDUM

La difesa dello Statuto dei Lavoratori non è compatibile con la
scelta referendaria.
Lo Statuto dei Lavoratori riguarda infatti i diritti e la
dignità del cittadino sul luogo di lavoro, ovvero stabilisce che
l'azienda non costituisce un feudo e che il padrone non può
lasciare la Costituzione fuori del cancello della fabbrica (come
invece auspicava Felice Mortillaro buonanima, ideologo della
Confindustria).

Tutto ciò che riguarda i diritti e la dignità delle persone fa
parte di un ambito costituzionale immune dalle oscillazioni
della maggioranza e minoranza. In base alla Costituzione
italiana nessuna maggioranza parlamentare può stabilire che una
razza è superiore a un'altra e nessun governo può reintrodurre
la pena di morte.

Con la sua proposta di referendum anti articolo 18, Rifondazione
Comunista è andata, invece, incontro al governo accettando
l'idea che lo Statuto dei Lavoratori tratti di questioni
opinabili che possano essere cioè decise a colpi di maggioranza.

Beninteso chi voglia rimanere di sinistra, non può cercarsi
nemici a sinistra; perciò è necessario essere disponibili alla
collaborazione anche con Rifondazione Comunista, senza però
accecarsi e perdere il senso critico. Rifondazione ha impostato
in questo caso tutta la questione in termini tali da favorire il
vittimismo governativo e confindustriale. Infatti si riprendono
i logori slogan contro il lavoro-merce e contro la libertà di
licenziare. In realtà, purtroppo, la libertà di licenziare non è
mai stata in pericolo, e lo Statuto dei Lavoratori non è mai
riuscito a scalfirla.

Allo stesso modo, nella società capitalistica, il lavoro non è
una merce, ma una servitù; il lavoro è soggetto cioè a pressioni
che tendono a riportare il lavoratore a un rango sociale
inferiore, privato cioè di diritti riconosciuti ad altre
categorie di cittadini. Lo Statuto dei Lavoratori è dovuto
intervenire per stabilire che le scelte sindacali politiche o
religiose dei lavoratori non potessero essere motivo di
licenziamento o di sanzione sul posto di lavoro, perciò
l'articolo 18 parla di giusta causa nel licenziamento quando non
intervenga l'intento discriminatorio.

Il tentativo del governo e della Confindustria è infatti quello
di reintrodurre la discriminazione ideologica e antropologica
sui luoghi di lavoro, stabilendo nell'azienda i rapporti e le
gerarchie della Signoria feudale. Il movente quindi non riguarda
aspetti strettamente economici, ma il dominio di classe, nella
sua forma più brutale.

Ora, la dignità umana può anche essere considerata una
convenzione o un semplice bon ton nelle relazioni sociali, o
addirittura un'ipocrisia; sta di fatto, però, che al di là di
questa convenzione non vi è il paradiso della naturalezza, ma
forme di abiezione sociale già ampiamente sperimentate.

Per questo motivo è opportuno che il movimento anarchico si
impegni al massimo nella difesa dei contenuti dello Statuto dei
Lavoratori, chiarendo però che si tratta di materia di diritti
fondamentali tutelati dalla Costituzione, in cui il governo non
era legittimato ad intervenire; e chiarendo quindi che la
proposta referendaria di RC ha finito per riconoscere
indirettamente legittimità all'operato del governo, avallando
l'idea che i diritti fondamentali dei cittadini possano
dipendere da un cambio di maggioranza. Tutto ciò riconferma la
validità della tradizionale scelta astensionista anarchica.

Comidad Napoli

21/5/2003 Comidad su le ragioni dell'astensionismo al
referendum sull'art. 18

Le ragioni dell'astensionismo nel caso dell'imminente referendum
vanno oltre la consueta e pur fondamentale posizione di
principio: l'avallo fornito con il voto, in base al principio di
maggioranza, a decisioni che nella realtà non vengono prese nel
corso del referendum stesso, in quanto derivano da alchimie
predeterminate.

Stavolta c'è di più:

1 - è un referendum in cui non c'è praticamente nulla da
vincere, in quanto nelle aziende al di sotto di 15 dipendenti i
padroni potranno continuare tranquillamente a giustificare con
il motivo economico ogni licenziamento; questo perchè nelle
piccole aziende ogni lavoratore in meno comporta un evidente
risparmio. I formulatori dello Statuto dei Lavoratori non
potevano limitare l'esercizio dei diritti costituzionali alle
aziende con più di 15 dipendenti, si sono limitati a constatare
che non si può dimostrare un movente
discriminatorio/antisindacale nei licenziamenti che avvengono in
aziende troppo piccole.

2 - il referendum avalla il vittimismo padronale che fa credere
all'opinione pubblica che esistano dei vincoli al licenziamento
e che questi vincoli investano in qualche modo la sfera
economico/gestionale, cosa assolutamente falsa. In Italia, come
nel resto del mondo, chi vuole licenziare, licenzia. I limiti
riguardano esclusivamente discriminazioni circa opinioni di
carattere sindacale, politico o religioso.

3 - con questo referendum si fa passare in modo surrettizio
l'idea che i diritti costituzionali possano essere questione da
risolvere a colpi di maggioranza e minoranza; cosa che persino
la Costituzione italiana esclude (ad esempio con nessuna
maggioranza, ma solo con un colpo di stato, si potrebbe
reintrodurre la pena di morte in Italia).

L'unica spiegazione che può avere il comportamento dei dirigenti
del PRC che hanno promosso il referendum, è che questi siano
caduti vittime della propaganda vittimistica del padronato,
arrivando a credere che realmente l'art.18 costituisse un
vincolo economico per l'impresa.

26/5/2003 Comidad torna sul referendum

È comprensibile che i compagni di Rifondazione siano caduti
nella trappola referendaria. Il marxismo è infatti un edificio
teorico inconcludente, privo, tra le altre cose, anche di una
teoria dello Stato. Perciò si spiega quel continuo oscillare dei
marxisti tra le varie opzioni dell'opportunismo.

Meno comprensibile è che ci siano cascati anche dei compagni
anarchici. È spiacevole, inoltre, che si sia fatto ricorso da
parte di alcuni compagni pro-referendum alla classica polemica
anti-puristica, che in questo caso appare particolarmente
pretestuosa.

Per un anarchico dovrebbe essere evidente che non esiste una
differenza qualitativa tra classe dominante e criminalità
comune. "La proprietà è un furto", nella visione proudhoniana,
non è una formula di condanna moralistica, ma è la descrizione
di un preciso meccanismo economico: è della proprietà pubblica e
della spesa pubblica che si alimentano le ricchezze private.

È quindi ingenuo porsi in ottiche unilateralmente legalitarie,
attribuendo alla legalità stessa una consistenza che essa non
ha. L'aspetto mitologico della legalità non riguarda infatti la
sua esistenza, quanto piuttosto la sua consistenza. La legalità
è un equilibrio fragile e transitorio, che si delinea tra i
rapporti di forza sulla base di compromessi, ipocrisie e,
talora, anche di buone intenzioni. La metafora che meglio rende
la legalità è quella della bolla di sapone: far riferimento alla
legalità può essere tatticamente utile nella lotta dei
lavoratori, ma se cerchi di appigliarti ad essa o di
stabilizzarne i risultati, allora ti svanisce in mano.

La trappola contenuta in questo referendum sta appunto
nell'essere trascinati in un terreno di polemiche astratte, da
cui il padronato può sistematicamente uscire facendo la parte
della vittima e del povero cireneo, senza poi che il padronato
stesso rischi nulla di concreto nella scadenza referendaria
stessa.

L'art. 18, infatti, non c'entra nulla con la libertà di
licenziare (che non è mai stata messa in discussione da nessuna
legge), e il fatto che molti compagni insistano con questa
storia non fa altro che andare incontro alla propaganda
vittimistica del padronato. L'art.18 è un mero strumento di
tutela contro le discriminazioni sindacali ed eventualmente
politiche e religiose; non può funzionare tecnicamente nelle
piccole aziende, perché al padrone basta dimostrare la
possibilità di un concreto risparmio per giustificare ogni
licenziamento.

I padroni non vogliono semplicemente la libertà di licenziare,
visto che già ce l'hanno; vogliono andare oltre, vogliono
ottenere il pubblico discredito di ogni linea di garantismo
sociale, in modo da assimilarlo tout court al parassitismo
sociale.

Coloro che hanno indetto il referendum hanno dato una mano a
questa offensiva propagandistica del padronato, attirando molti
lavoratori in un pronunciamento astratto e puramente
opinionistico pro o contro l'art.18, senza effetti giuridici
concreti per i lavoratori.

In democrazia si viene spesso chiamati a partecipare a questi
spartiacque opinionistici sul nulla.

Ricorderete le discussioni lanciate per far schierare pro o
contro la brevità della guerra in Irak, oppure per la
soddisfazione o meno per la caduta di Saddam.

In questo caso si viene chiamati ad esprimere una pura opinione
senza effetti pratici sulle garanzie per i lavoratori. Il vero
effetto pratico riguarda la riaffermazione della subalternità
del lavoro, nell'immagine fittizia e mistificata che viene
imposta alla società: l'imprenditore è disposto a rischiare e il
lavoratore no.

In questa occasione, ancor più che in altre, l'astensionismo va
supportato con delle argomentazioni, magari avendo sotto mano lo
Statuto dei lavoratori e facendo notare che l'art.18 si trova
nel capitolo che riguarda le libertà sindacali.

Occorre anche cominciare a prepararsi all'eventualità che il
referendum non raggiunga il quorum per la validità. In questa
evenienza gli astensionisti verranno sicuramente tacciati di
aver lavorato per il nemico, e, come al solito, la frustrazione
verrà sfogata nei confronti di altri compagni. È infatti prassi
comune che il grande potenziale di aggressività si vada a
esercitare verso dei compagni. In questo caso non possiamo non
fare riferimento ad un episodio che ci ha riguardati
direttamente e che ha del paradossale. Alcuni compagni
appartenenti al FSF (Firenze Social Forum) hanno espresso
"stupore e rabbia" per la concomitanza tra un loro comunicato e
uno nostro, come se tale coincidenza potesse contaminarli.

Evidentemente siamo di fronte ad una concezione delle relazioni
politiche in cui il disprezzo è una moneta corrente nei
confronti di altri compagni. Questo disprezzo indica che la
gerarchizzazione dei rapporti umani rimane per molti l'unico
orizzonte, l'unico punto di riferimento; ciò contraddice ogni
ipotesi di alternativa alla situazione sociale presente.


4/6/2003 Comidad su Democrazia e false alternative

Il dibattito democratico si caratterizza per la sua astrattezza.
Tutte le opzioni vengono allestite da una propaganda che tende a
far scomparire i veri aspetti delle questioni.

Ad esempio: siamo forse stati sfortunati, ma in tutto il
dibattito referendario non abbiamo udito spiegazioni concrete a
proposito di licenziamento illegittimo o di giusta causa in un
licenziamento. Si è quindi data all'opinione pubblica la falsa
impressione che davvero l'articolo 18 ponga dei limiti alla
libertà di licenziare.

E' da osservare che questo avallo del vittimismo padronale è
venuto sia dai sostenitori del sì che da quelli del no.

Un altro esempio di questa vaghezza informativa, è dato dalla
situazione irachena, su cui ormai anche i dati ufficiali
diventano sempre più scarsi, in modo che la brutale
normalizzazione operata dagli USA nei confronti del popolo
iracheno, venga coperta da un velo. Trapelano di tanto in tanto
notizie di stragi perpetrate dagli occupanti americani, anche se
la notizia viene edulcorata con affermazioni del tipo che
"quindici iracheni sono rimasti uccisi". E' da sottolineare che
questa disinformazione avviene con la connivenza anche di quei
governi che si erano dichiarati contrari all'invasione
dell'Iraq.

Non si può affrontare lo scontro di classe senza porsi
metodicamente il problema dell'alone propagandistico e
mistificatorio in cui il dominio si avvolge.

10/6/2003 Comidad sull'intolleranza referendaria.

Stamattina abbiamo trovato nella casella postale due messaggi
pro sì al referendum, dal tono drastico ma privi di
argomentazioni nonostante la loro prolissità (a volte la
prolissità serve a dissimulare il vuoto di contenuti). Uno dei
due messaggi era addirittura lanciato in lista dalla cdc.

E' grave che si continui a perpetuare l'illusione tra i
lavoratori circa una presunta tutela assicurata dall'articolo
18. In realtà l'articolo 18 riguarda solo quei casi di
licenziamento dovuti a discriminazioni sindacali o
politico/religiose. Nella "giusta causa" rientra ogni tipo di
motivazione economico/gestionale, perciò la libertà di
licenziare può considerarsi totale. L'articolo 18 è difatto
inapplicabile nelle piccole aziende proprio perchè anche un solo
licenziamento può essere giustificato da parte del padrone con
la necessità di risparmiare sui costi di produzione. Questo è il
punto, un padrone può licenziare come e quando gli pare se può
dimostrare che questo gli porta una diminuzione dei costi.

Per sapere tutto questo basta leggere lo Statuto dei Lavoratori
e osservare che l'articolo 18 si trova nel capitolo che riguarda
le Libertà Sindacali.

E' grave anche che si continui a insistere sulla balla che il
governo uscirebbe battuto da una eventuale vittoria dei sì.
Qualunque fosse l'esito del referendum, il governo ha già
incassato il suo risultato, che è quello di ridurre i diritti
dei lavoratori a questioni di opinione.

Altro risultato che i padroni e il governo possono incamerare è
la perdita di autonomia e di dignità da parte del mondo del
lavoro, che è costretto ad affidarsi al buon cuore degli
elettori borghesi. In definitiva questo referendum è privo di
qualsiasi giusta causa, ovviamente se lo si guarda dal punto di
vista dei lavoratori.

D'altro canto, se c'è qualcuno che crede che una vittoria del sì
possa giovare alla causa dei lavoratori, questo è un suo
convincimento del tutto rispettabile. In altre parole noi, pur
essendo convinti che Bertinotti e compagni abbiano fatto una
cazzata a promuovere questo referendum, non per questo li
consideriamo traditori o venduti. E' grave invece che
dall'interno del movimento anarchico arrivi addirittura uno
slogan come quello sbandierato in uno dei volantini : "Il 15
giugno il quesito è molto semplice: stare con i lavoratori o
contro di loro".

Un uso più interessante dello Statuto dei Lavoratori avrebbe
potuto invece riguardare il richiamo alle norme che proibiscono
ai padroni di crearsi sindacati di comodo. In base a tali norme
oggi anche i sindacati confederali dovrebbero essere considerati
fuorilegge.
Gli attentati di questi ultimi tempi hanno avallato il
vittimismo della CISL (non per niente questi attentati
provengono probabilmente da provocatori e servizi segreti). Per
smascherare questo vittimismo sarebbe invece utile segnalare
l'illegalità, in base allo Statuto dei Lavoratori, dell'attuale
posizione della CISL che rappresenta oggi un tipico sindacato di
comodo.


2/7/03 Comidad su referendum, FdCA e FAI

I compagni della FdCA, nella loro polemica filoreferendaria,
hanno accostato la FAI al padronato e a Berlusconi.

I compagni della FdCA dovrebbero riflettere sul fatto che questo
modo di far polemica si espone troppo facilmente a ritorsioni.
Promuovere il referendum è stato un regalo che Rifondazione
Comunista ha fatto al governo e alla propaganda vittimistica del
padronato a cui faceva comodo far credere che in Italia non ci
fosse libertà di licenziare.

Con questo dovremmo dire che Bertinotti, ed anche i compagni
dell'FdCA, sono in combutta con Berlusconi e con D'Amato?

Ridurre a rissa le discussioni interne al movimento dei
lavoratori è esattamente ciò che fa comodo al governo e al
padronato; dovremmo allora dire che i compagni della FdCA
lavorano per il governo e il padronato?

In realtà, nell'azione politica esiste anche la possibilità
dell'errore di una parte o dell'altra del movimento, e questo
può essere reciprocamente indicato con reciproco rispetto.

Comidad Napoli


bollettino di collegamento nazionale
comidad 109 - luglio 2003




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