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(it) A Batalha n.199: Anarchici e organizzazione (pt)

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Date Wed, 16 Jul 2003 12:06:15 +0200 (CEST)


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Da: A BATALHA <jornalabatalha@hotmail.com>

Mi inserisco nel dibattito scaturito dall'articolo di Manuel
Baptista (A Batalha, n. 186) in merito all'organizzazione degli
anarchici. Sono un militante da "Federazione dei Comunisti
Anarchici" (FdCA) italiana che - al contrario della Federazione
Anarchica Italiana (FAI) è un'organizzazione di tendenza e non
di sintesi.

Nell'esperienza storica dell'anarchismo come movimento si sono
sempre confrontate tre tendenze di fondo con riferimento alla
pratica dell'anarchismo stesso: a) quella che rifiuta qualsiasi
forma di organizzazione e la creazione di qualsiasi specie di
gruppi stabili; b) quella favorevole alla creazione di "gruppi
senza struttura", essenzialmente formati da meri raggruppamenti
di persone che si uniscono informalmente - evitando
l'attribuzione di incarichi e la formazione di comitati. - senza
regole prefissate, che agiscono in modo aperto, dinamico e
personale; c) quella favorevole ad Una formale organizzazione
anarchica.

Dobbiamo dire subito che senza la terza tendenza non ci sarebbe
stata nella storia nessuna esperienza concreta di rivoluzione
anarchica. Non disporremmo, così, di fronte agli avversari -
utilizzando dati effettivi - della possibilità, non solo
teorica, di costituire e di gestire una società rivoluzionaria
libertaria senza Stato né capitale.

La mancanza di organizzazione genera marginalità totale, una
deriva in una direzione solamente intellettuale, e non tiene
conto del fatto (storicamente incontestabile) che l'essere umano
realizza la sua esistenza (materiale o no) attraverso una
cooperazione strutturale con gli altri.

E' una pietosa illusione credere che un gruppo informale sia
garanzia di assenza della gerarchia e del potere. Questa
illusione si manifesta come tale ogni volta che all'interno di
un tale gruppo si devono adottare o concretizzare decisioni,
atteso che la formazione di leaders di fatto risulta favorita
proprio dalla mancanza di regole condivise circa il
funzionamento del gruppo, e di diffusione delle informazioni.

Si tratta, nel caso di cui parliamo, di persone che essendo in
possesso di informazioni necessarie - e da qui del "sapere"-
possono orientare le decisioni e detengono la direzione
effettiva del gruppo informale.

Si forma allora un nucleo di persone (o una persona) attivo, a
margine del gruppo nella sua totalità e con vincoli interni più
forti di quello che accade all'interno del gruppo in quanto
tale.

Le conseguenze sono facilmente intuibili.

Si aggiunga che, in un tale gruppo, quando viene il momento di
dare esecuzione alle decisioni (o agli accordi), poiché nessuno
è portato a responsabilizzarsi nei confronti del gruppo stesso -
per la semplice ragione che non esiste regola alcuna - le
possibilità sono due: o uno fa quello che vuole, senza
preoccuparsi di quello che fanno gli altri; ovvero si attivano
quelli che avevano deciso di agire e gli altri finiscono per
contare sempre di meno. Ecco così ricreata una situazione di
potere. E la distruzione del gruppo sta dietro l'angolo.

Neis gruppi anarchici strutturati (che no per questo cessano di
essere anarchici) generalmente ben si conosce la possibilità che
alcuni compagni vogliano conseguire un primato, ma non si
rinuncia per questo all'organizzazione: semplicemente
l'organizzazione viene concepita in modo da evitare, per quanto
possibile, la formazione di gerarchie di potere, di coazione, e
di leadership, per consentire a tutti i membri di partecipare
alla vita del gruppo. L'esistenza di statuti e regole, peraltro,
non impedisce assolutamente la realizzazione di attività
informali e libere.

Esistono anche gruppi comunisti anarchici caratterizzati da una
unità teorica e tattica e dalla "responsabilità collettiva".
Questa vuole dire che se il gruppo è responsabile per l'attività
politica e rivoluzionaria di ciascun membro, del pari ogni
membro è responsabile per la medesima attività del gruppo.

Questo ha causato scandalo in vari ambienti anarchici: ma può
anche essere letto come una mera esigenza derivante dall'unione
tra i membri del gruppo in quanto gruppo. Anche quest'ultima
posizione è - ed è stata storicamente - anarchismo, situandosi
in un orizzonte comune alle altre correnti che formano
l'anarchismo.

Tuttavia, la presenza di un orizzonte comune coesiste con
differenze di posizione che producono incompatibilità reale fra
i difensori dell'organizzazione specifica (e particolarmente
quelli dell'ultima posizione) e gli individualisti. Il fenomeno
non è nuovo nella storia.

Dare un'immagine dell'anarchismo che sia, nello stesso tempo,
una e plurale, vuole dire banalizzare la complessità
dell'anarchismo medesimo. Realisticamente parlando, un lavoro in
comune è sicuramente possibile fra gli fautori
dell'organizzazione, per quanto possa essere a volte complicato
se alcuni compagni volessero ridurre l'organizzazione a una
semplice segreteria di corrispondenza, ed altri invece no. Ma è,
e sarà, impossibile fra "organizzativisti" e
individualisti. In questa situazione è meglio che ciascuno
intraprenda il proprio cammino autonomamente, raccogliendo i
frutti che sarà capace di raccogliere.

Le modalità di organizzazione degli anarchici sono ben noti, e
per questo non dedichiamo soverchie parole sul tema. Diciamo
solo che gli anarchici si organizzano stabilendo con spirito
libertario le forme di funzionamento del gruppo, la formazione
delle decisioni e la circolazione delle informazioni. A
proposito delle decisioni, non c'è alcun dubbio che l'unanimità,
quando si devono adottare delle decisioni, sia cosa ottima.

Ma quando l'unanimità non viene ottenuta, fra molti anarchici
c'è una specie di preconcetto dogmatico (anche degli anarchici
hanno i loro dogmi): non si vota, perché se no esisterebbero una
maggioranza ed una minoranza, con pericolo di liberismo; e
allora sembra preferibile che ogni persona, o gruppetto, faccia
quello che vuole.

La cosa risulta semplicista e rigida, poco funzionale e neppure
sempre giusta.

Senza ricorrere al voto, non è sempre possibile stabilire quel
che pensano tutti i compagni. In una riunione o, peggio, in una
assemblea non tutti prendono la parola di fronte agli altri
compagni, sia per timidezza, sia per incapacità oratoria, sia
per mancanza di tempo (sovente causata dalla terribile figura
del compagno logorroico).

Se ad un dato momento qualcuno domanda: "siamo tutti
d'accordo?", si ha senz'altro una votazione, il cui risultato
può essere unanime oppure no (si note che anche l'unanimità è
sempre il risultato di una votazione!). Se nessuno fa quella
domanda - e per ipotesi gli interventi verbali abbiano
manifestato la stessa opinione, non per questo può dirsi che chi
non ha preso la parola (magari per le ragioni predette) sia
d'accordo con gli oratori. In questo caso non votare
costituirebbe una prevaricazione e diventerebbe sterile
concludere semplicisticamente "però potevano intervenire".

E se alla domanda "siamo tutti d'accordo?" qualcuno rispondesse
"no" e non volesse, alla fine, accettare la decisione della
maggioranza, esistendo ancora una unione fra i membri del
gruppo, i dissidenti dovrebbero avere - quanto meno - il diritto
di non partecipare alla realizzazione di quella decisione.

Tuttavia sembra molto problematico riconoscere il diritto di
agire contro le decisioni della maggioranza: questo mette in
serio pericolo la vita del gruppo. Coerenza ed equità richiedono
che i dissenzienti - qualora pensino di non poter più coesistere
con gli altri compagni a causa delle divergenze insanabili su
questioni importanti - lascino il gruppo non sussistendo più i
vincoli reciproci di prima. E questi vincoli sono della massima
importanza per gli anarchici che, non per caso, si organizzano
con frequenza in gruppi di affinità.

Si dice che un gruppo coeso e liberamente organizzato (che in
libertà mantiene la sua organizzazione) è analogo alle dita di
una mano unite in un pugno. Bene.. Ma, ci si potrebbe chiedere,
per che fare?

Facciamo parte di un movimento di opinione? In questa società
vogliamo fare una tranquilla propaganda dei nostri ideali di
libertà per il genere umano, lavorare in difesa della pace,
dell'ambiente, del municipalismo, etc. come un normale movimento
borghese? O, conformemente alla tradizione dell'anarchismo,
vogliamo partecipare alla lotta di classe, diffondere idee di
autorganizzazione dei lavoratori e degli sfruttati, di azione
diretta contro lo Stato, i capitalisti, i padroni, gli eserciti,
la chiesa, etc.?

Vogliamo dare vita a un movimento rivoluzionario o no? Vogliamo
cominciare a lavorare nel sociale, nei sindacati, per formar una
corrente libertaria che lotti e aiuti a lottare?

Se si, abbiamo bisogno di una organizzazione libertaria similare
a quella degli anarchici dell'Ucraina rivoluzionaria, della
FAI/CNT in Spagna, dell'Italia prima del fascismo, della FAU
uruguayana etc.

Continuiamo pure a fare cultura, propaganda intellettuale,
scriviamo libri dando una buona immagine di noi alle persone
amate, ai figli, agli amici; ma non dando molto a chi vuole un
mondo migliore e possibile e, soprattutto, vuole agire, lottare,
al fine di realizzare "il mondo nuovo che portiamo nei nostri
cuori" - usando le parole di Durruti, che peraltro in certi
ambienti anarchici alcuni considerarono un "cripto-bolscevico"!

E' vero che organizzazioni anarchiche "specifiche" non possono
fare molto senza una presenza anarchica nel mondo del lavoro. Le
esperienze portoghese, spagnola, argentina e italiana lo
dimostrano. E oggi, questa presenza manca in Portogallo. Manca
oggi, ma questo non implica che lo stesso accada anche domani.
Lo iato di generazioni nell'anarchismo portoghese, nel periodo
fra il fascismo e il 25 aprile, costituisce senza dubbio una
pesante realtà.

Per questo motivo oggi si è costretti a cominciare da un punto
"sotto zero", ma "caminando se hace el camino". E' ben possibile
che l'anarchismo con la sua prassi rivoluzionaria - e la storia
lo dimostra in vari paesi - possa anche cadere in un sonno
profondo, e le vecchie bandiere riposare custodite da onorati
militanti di una passata, generazione, ai quali non possiamo
ragionevolmente chiedere altro lavoro: già hanno fatto quel che
dovevano fare.

Ma - come dimostrano attualmente gli avvenimenti dell'America
del Sud, accade sempre che una nuova generazione ad un dato
momento si guarda attorno, non condivide questa società, non
riceve le vecchie bandiere di lotta da nessuna generazione
intermedia di anarchici, e allora si fa da sé le proprie
bandiere nere e rosse, e in un dato paese la storia
dell'anarchismo di classe riprende il suo percorso.

PIER FRANCESCO ZARCONE
militante della FdCA





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