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(it) Umanità Nova n.3 : Scacco ai lavoratori? Referendumsull'art. 18: il gambetto di Bertinotti

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Date Tue, 28 Jan 2003 11:05:21 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 3 del 26 gennaio 2003

Scacco ai lavoratori?
Referendum sull'art. 18: il gambetto di Bertinotti


"In definitiva, Bertinotti ha la possibilità di recuperare un
po' dello spazio politico che le iniziative di Sergio Cofferati
gli avevano sottratto. E si capisce perché: il tema ha una sua
forza persuasiva presso i lavoratori che già erano stati
mobilitati contro la riforma berlusconiana dell'art. 18. Come
dice Cesare Salvi, il più vicino a Rifondazione tra i diessini,
'è assurdo che il diritto alla tutela del posto di lavoro e
all'esercizio delle libertà sindacali sia garantito al
lavoratore di una impresa con 16 dipendenti e non a chi ha
invece 14 colleghi di lavoro'.

Questa tesi può diventare un'arma tagliente in grado di incidere
in modo trasversale gruppi, partiti e nuovi movimenti della
sinistra, separando in modo più netto i radicali (o i
massimalisti) dai riformisti moderati. E finendo forse per
intaccare il carisma dello stesso Cofferati, il quale non
intende assecondare il piano di Bertinotti, ma potrebbe avere
problemi con una base sensibile agli argomenti ben riassunti da
Salvi."

Stefano Folli in "Il Corriere della Sera" del 16 gennaio 2002


Come è noto, il gambetto è una mossa del gioco degli scacchi
consistente nel sacrificare un pedone per ottenere una migliore
possibilità d'attacco.

Passando dalla metafora scacchistica alla realtà dello scontro
politico e sociale si tratta, di comprendere chi sia il pedone e
contro chi si è scatenato l'attacco.

Chi legge in questi giorni la stampa del PRC e le dichiarazioni
dei suoi dirigenti conosce l'interpretazione di parte prcista:
si sacrifica, provvisoriamente, l'unità fra sinistra radicale e
la sinistra riformista per scomporre e ricomporre la sinistra
stessa e condurre, su di un piano più avanzato, l'attacco contro
il governo e la destra.

Si tratta, naturalmente, di un'interpretazione possibile della
partita in corso ma, nel caso sia data in buona fede, e non
c'interessa, in questa sede, discutere di buona fede, pecca di
politicismo.

Il referendum è presentato come lo "sbocco politico" di un
movimento di massa che, nel corso dell'anno passato, si è
sviluppato contro il tentativo del governo di colpire i diritti
dei lavoratori ed, anzi, come il tentativo di dare al movimento
un carattere offensivo visto che si chiede di estendere a
milioni di lavoratori, che oggi ne sono esclusi, un diritto che
il padronato vuole sottrarre a chi già ne gode.

Apparentemente una scelta politica elegante ed appropriata: la
destra ha posto al centro dell'attenzione dei lavoratori la
questione del reintegro sul posto di lavoro di chi sia
licenziato senza giusta causa e sarebbe il momento buono per
approfittare di quest'attenzione per rilanciare in avanti. Dalla
difesa all'attacco, insomma e, passando dal linguaggio
scacchistico a quello calcistico, un esempio di quei
contrattacchi ai quali ci aveva abituato, decenni addietro,
l'Inter del compianto Helenio Herrera.

Si tratterebbe di approfittare del ripiegamento del blocco
sociale avverso per infliggergli un secco colpo e per aprire una
campagna nella direzione del vasto mondo del lavoro privo di
diritti.

Tutto bene, dunque? A mio avviso non proprio. Vi sono, infatti,
due considerazioni generali da fare:

- il referendum è, per definizione, uno strumento, ad essere
buoni, ambiguo se si ragiona in un'ottica di classe. Non
insisterò troppo, per non tediare i lettori, sul fatto che è
assolutamente sbagliato che sui diritti dei lavoratori decidano
tutti i cittadini ma non è considerazione di poco conto;

- si offre al padronato ed al governo una possibilità di
riaprire una partita, sostanzialmente persa, su di un terreno a
loro più favorevole. Una vittoria del no e dell'astensione,
infatti, sarebbe un successo straordinario dal punto di vista
della destra mentre una vittoria del si è, se non impossibile,
decisamente improbabile anche a causa delle divisioni fortissime
nella sinistra parlamentare e nei sindacati istituzionali.
Quando, insomma, l'onorevole Berlusconi afferma che la sinistra
ha voluto la bicicletta ed ora deve pedalare manifesta certo il
suo carattere, diciamo così, esuberante ma rischia, questa
volta, di avere ragione.

Torniamo un attimo al pedone sacrificato ed all'oggetto
dell'attacco del quale stiamo ragionando. È sin troppo noto che,
da oltre un anno, la "discesa in campo" della CGIL e del suo
leader ha determinato una, relativa, messa ai margini del gioco
politico del PRC. Abbiamo, sulle pagine di UN, scritto più volte
sulle ragioni di questa deriva e non è il caso di tornare
sull'argomento. Il referendum è, con ogni evidenza, stato
pensato come strumento per rompere l'accerchiamento e per
scomporre il blocco cofferatiano. Oggetto dell'attacco, dunque,
è proprio la sinistra riformista. Sin qui nulla di grave, non
siamo certo dei supporter del Cinese.

Il fatto, però, è che il pedone sacrificato o, almeno, messo a
grave rischio sono, come si ricordava, gli interessi dei
lavoratori.

Che Sergio Cofferati abbia patito l'attacco è evidente, per la
prima volta si trova schiacciato sulle posizioni della
maggioranza DS e della Margherita, per la prima volta la sua
base di consenso si divide. La sua risposta, comunque, è stata
chiara:

"So di dire una cosa che a molti di voi non piacerà, ma la mia
opinione non l'ho mai nascosta: non sono per niente d'accordo
con questo referendum... Finisce - spiega il Cinese - per
dividere ciò che nel corso di questi mesi con tanta fatica
abbiamo unificato" (Da "Il Corriere della Sera" del 17 gennaio
2003)

Naturalmente, nel lessico della sinistra istituzionale, termini
come unità e divisione sono, come è noto, di significato
problematico. Cofferati divide i DS o unifica un blocco più
vasto? Bertinotti divide la sinistra o unisce settori della
sinistra istituzionale con i movimenti di opposizione sociale?
Ovviamente una risposta a priori non ha molto senso. Il titolo,
diciamo così, di unificatore spetta a chi vince la partita e
l'esito è ancora decisamente lontano. Per ora, il PRC ha messo
un ostacolo sulla marcia trionfale del cinese, ed è la prima
volta che gli riesce, ed è rientrato nel gioco politico e
mediatico. Un buon risultato che rischia di portare ad una
sconfitta secca e difficilmente rimediabile: dipende da come
andrà il referendum stesso.

La sinistra "riformista" tenta, ovviamente, di trovare una
soluzione al pasticcio determinato dall'approvazione del
referendum. Aris Accornero, ad esempio, su "L'Unità" del 17
gennaio 2003 risponde così ad un intervista:

"Quale può essere la via d'uscita?

'Ce n'è una sola, a mio avviso. E consiste: primo, nel rendere
la reintegra nel posto di lavoro non più automatica; secondo,
nell'estenderla a tutti i lavoratori dipendenti. Penso che
questa soluzione risponda allo spirito del referendum e
disinneschi allo stesso tempo quello che è stato l'oggetto dello
scontro. Oggi la reintegrazione è automatica, non è una
decisione del giudice. E ciò è quanto ci distingue dagli altri
paesi'.

In pratica?

'È ragionevole che sia il giudice a deciderla e che quindi, caso
per caso, possa anche decidere di applicare altre soluzioni
alternative, come il risarcimento. Avere un meccanismo non
automatico, ma esteso a tutto il lavoro dipendente è la sola via
per fare un passo avanti nelle tutele. Senza toccare i
principi'."

Ovviamente "senza toccare i principi" il buon Aris Accorsero sta
proponendo di rendere possibile il licenziamento senza giusta
causa in tutte le aziende e la sostituzione del reintegro con un
risarcimento monetario visto che difficilmente un giudice
potrebbe sanzionare un padrone con la fustigazione. Un buon
esempio di rovesciamento dialettico e di tentativo di dimostrare
alla Confindustria che la sinistra può essere più affidabile
della destra.

Più ragionevole è Bruno Trentin sempre su "L'Unità" del 17
gennaio 2003 quando afferma che: 'Nella piccola azienda, sotto i
quindici dipendenti, bisogna riconoscere francamente che i
rapporti sono generalmente molto diversi tra imprenditori e
lavoratori. Allorché si deteriorano, anche per colpa
dell'imprenditore, rimane assai difficile immaginare una
convivenza in un'unità produttiva così ristretta. Quindi vanno
ricercate altre sanzioni, anche molto pesanti, ma che non
comportino il reintegro'.

Almeno il nostro eroe del sindacalismo non propone di allargare
il licenziamento senza giusta causa alle imprese medio grandi.
D'altro canto dimentica, dimentica?, che il decentramento
produttivo e lo sviluppo del lavoro "anomalo" hanno determinato
l'esclusione dal comparto normato della produzione di una massa
crescente di salariati. In altri termini, le piccole imprese
delle quali parla non sono il prodotto fisiologico dello
sviluppo del capitalismo italiano ma il prodotto di un processo
di esternalizzazione di settori della produzione che dura da
decenni. La sua vera preoccupazione è, con ogni evidenza,
un'altra ed emerge nel prosieguo dell'intervista:

"Che cosa comporta l'iniziativa referendaria che intende
estendere l'articolo diciotto ovunque? 'Voler tirare in ballo i
milioni di piccolissimi imprenditori italiani in questa partita,
dà l'impressione di una risposta vessatoria dei proponenti il
referendum, rispetto all'attacco che è stato portato dal governo
e dalla Confindustria. Sarebbe necessario, invece, rispondere al
governo e alla Confindustria, per esempio con un referendum che
abolisse - qualora fosse riconfermata - la legge delegata che
prevede un'esenzione per l'articolo diciotto nelle aziende sotto
un certo numero di dipendenti. Invece di fare questo s'investe
una marea di piccoli e piccolissimi imprenditori che tra l'altro
non hanno mai sollevato il problema contro l'articolo
diciotto'."

Si tratta, insomma, del tradizionale rapporto cauto della
sinistra nei confronti del piccolo padronato considerato un
possibile interlocutore sociale e, soprattutto nelle regioni
"rosse" vera e propria base elettorale dei DS.

Che la crisi della sinistra sia di non facile soluzione è,
comunque, evidente e, probabilmente, se non si troverà una
"soluzione" non potrà che aggravarsi nei prossimi mesi. Il PRC
dovrebbe, a breve, vedere accrescersi la sua area di influenza
grazie alla campagna referendaria.

Innegabilmente l'opposizione sociale si trova in una situazione
delicata. Ci piaccia o meno, il referendum c'è. La scomposta
campagna della destra e della sinistra "riformista" contro il
PRC finiranno per favorire una polarizzazione fra due
schieramenti che lascerà poco spazio ad una critica della logica
referendaria stessa. Si tratterà, di conseguenza, di cogliere il
referendum come occasione per una campagna contro la
precarizzazione del lavoro non appiattita sulle posizioni
parlamentari. Un passaggio difficile ma possibile. Dovremmo
ragionare assieme su come praticarlo.

Cosimo Scarinzi




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