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(it) Umanità Nova n.3 - Le bombe della democrazia

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Date Tue, 28 Jan 2003 11:00:43 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 3 del 26 gennaio 2003

Le bombe della democrazia
In nome della libertà, della civiltà, della giustizia... USA pronti
al massacro
Prima di ogni altra cosa, è una questione di etica. È un "sentire"
insopprimibile, un'esigenza di corpo e cervello che parte da una
dimensione prepolitica e poi incontra, all'interno del nostro
sistema di idee, tutte le sue ragioni. Il rifiuto della guerra, il
rifiuto delle guerre. L'impossibilità di accettare come norma, di
subire come condizione naturale e necessaria la terroristica e
mostruosa violenza degli stati.
Quando lo stato si prepara ad ammazzare, si fa chiamare patria.

Così recitava un vecchio slogan. Tanto efficace nella sua
semplicità, quanto preciso nei contenuti. Perché è proprio così: la
guerra, prima ancora che le macchine, la fanno gli uomini, e agli
uomini, proprio perché tali, uno straccio di motivazione devi
darglielo. Ed ecco allora che le innominabili, oscene ragioni della
realpolitik e degli interessi economici devono nascondersi dietro
parole "alte", devono celare la loro vergogna dietro la tronfia
demagogia di giornata.
Ieri le radiose giornate, il campo dell'onore, i sacri confini, oggi
l'intervento umanitario, i bombardamenti antiterroristici, l'attacco
agli stati canaglia. Celato fra le grottesche invenzioni della
neolingua, il consueto disprezzo per le sofferenze delle vittime
predestinate. E il consueto disprezzo per le nostre intelligenze.
Per liberare il popolo iracheno, per emancipare le donne afgane, per
proteggere le minoranze kosovare, cosa fare di meglio se non
decimarli? Meno sono, e meno gente si troverà a soffrire. In nome
della libertà, della civiltà, della democrazia, naturalmente!
Come i venti di guerra che lasciano presagire l'imminenza della
deflagrazione, così si infittiscono, sulle commendevoli pagine dei
media, ragionevoli inviti a lasciarci guidare dalla ragione. E non
dal sentimento. Una Ragione forte, quella della necessità di
distruggere il mostro che minaccia l'umanità, e di passare sopra
alle remore e alle incertezze che fanno il gioco del "nemico". I
soliti, noiosi sillogismi di sempre: se non sei con me sei contro di
me, chi ama la pace deve volere la guerra.
Che palle!

Se essere contro l'imperialismo americano era a suo tempo sinonimo
di sporco comunista, oggi il contrastare la forza egemonica del più
potente degli stati canaglia ci fa diventare tutti degli utili
idioti, gli oggettivi alleati del fondamentalismo islamico. Non
serve ripetere fino alla noia quali siano le vere ragioni che
impongono agli Stati Uniti di intervenire nei deserti arabici, non
serve riportare le analisi "petrolifere" dei più prestigiosi esperti
al servizio del potere finanziario mondiale, non serve far proprie
le considerazioni strategiche che si lasciano scappare i consiglieri
della Casa bianca. Quella che si combatterà, come tutte le guerre
combattute prima, come tutte le guerre che ci aspettano, non è che
la solita battaglia del bene contro il male, della libertà contro la
dittatura, della sicurezza contro il terrore.
Che palle!

E ci vorrebbero ancora complici, fedeli e silenziosi sostenitori, di
questa macchina di distruzione di massa che è la vera madre di tutti
i terrorismi. Vorrebbero che il terrore indiscriminato che colpirà,
ancora una volta, le popolazioni civili, trovasse il nostro avallo.
Pensando forse che le nuove morti e distruzioni che stanno
programmando saranno più leggere, se sostenute anche dal nostro
consenso. Il consenso del civile occidente, che porta la libertà e
il progresso sulle ali degli Harrier e dei B52, con o senza
risoluzioni Onu, con o senza relazioni degli ispettori
internazionali.
Che palle!

Ma questo gioco, il gioco dei padroni del mondo e dei signori del
petrolio, si fa meno facile. Le deboli certezze affermatesi dopo la
fine dei regimi comunisti si vanno via via sgretolando, minate, agli
occhi di un'opinione pubblica sempre più incerta, dalla rapacità
piratesca del capitalismo d'oltreoceano. Al monopolio ideologico si
vorrebbe affiancare il monopolio economico di Wall Street, e questo
è un obiettivo che non ha prezzo. È la sua forza, ma anche la sua
debolezza.
I movimenti contro la guerra, in Italia e nel mondo, sembrano sempre
più consapevoli della partita che si sta giocando. Al pacifismo di
maniera, inquinato dalle ambigue istanze della chiesa cattolica (no
alla guerra in Iraq ma sì, eccome, a quella dei croati contro i
serbi), deve sostituirsi la consapevolezza che la pace si raggiunge
solo con la fine degli eserciti. E che finché ci saranno divise e
gradi militari, la guerra sarà una costante nelle relazioni
internazionali. Alla faccia delle "accorate parole del Santo Padre"!
Questo sabato, anarchici e antimilitaristi, ci troveremo ancora una
volta in piazza per manifestare la nostra radicale opposizione alla
macchina bellica. A La Spezia, in uno dei maggiori centri
dell'apparato militare del nostro paese, porteremo le nostre istanze
e le nostre ragioni, le ragioni della irriducibile opposizione alle
logiche di guerra e agli strumenti di distruzione di massa. Non solo
a quelli di lontani paesi esotici, ma anche, e soprattutto, a quelli
di casa nostra.
Massimo Ortalli




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