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(it) Umanità Nova n.3 - Operazione Babilonia/3

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Date Tue, 28 Jan 2003 10:40:33 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 3 del 26 gennaio 2003

Operazione Babilonia/3
Gli USA tra l'autunno e la guerra globale


Pubblichiamo la terza ed ultima parte del lungo saggio di Giacomo
Catrame dedicato al contesto geopolitico in cui si inserisce la
guerra che gli Stati Uniti si accingono a scatenare contro l'Iraq.
La prima parte "Operazione Babilonia/1. Guerra all'Iraq o all'Arabia
Saudita?" è uscita sul numero 43 del 2002. La seconda è comparsa
sullo scorso numero di UN.
GLI USA TRA L'AUTUNNO E LA GUERRA GLOBALE


La dottrina Bush che sottende la prossima guerra all'Iraq può essere
considerata come il manifesto di fondazione del moderno impero
americano. Usiamo la parola impero non nel senso dato a questa
dall'ineffabile professor Negri, il quale afferma che il presunto
Impero non ha centro e nasce dalla fine degli stati nazionali. In
realtà la situazione è esattamente inversa: gli stati nazionali
continuano ad esistere ed esistono tra loro rapporti di forza
differenti, ed esiste un impero geograficamente localizzato negli
Stati Uniti la cui origine è da ricercarsi nella posizione di
assoluta preminenza politica, militare ed economica di questi ultimi
nei confronti degli altri stati del mondo.
La concezione americana dei rapporti tra gli stati del mondo non è
casuale, né nasce dalla "volontà di potenza" delle élite made in
USA. Le classi capitalistiche americane e i ceti politici che esse
esprimono hanno piena coscienza che la continua espansione e il
controllo dei fattori economici (materie prime, risorse energetiche
e forza lavoro mondiale) globali sono le condizioni che permettono
all'economia americana di produrre profitto e di controllare una
fascia cospicua dei propri salariati tramite la promozione di uno
stile di vita basato sull'impiego massiccio di risorse non
rinnovabili. Nella pubblicistica di sinistra sugli Stati Uniti si
pone (per altro giustamente) l'accento sulla continua produzione di
lavori sottopagati, sulla diffusione della povertà e sul degrado da
Terzo mondo delle aree urbane delle ex città industriali. Questi
fenomeni sono ovviamente veri e sono riconducibili alla peculiarità
della società capitalistica americana che non ha mai elaborato
istituti come quelli europei tesi a contenere le conseguenze più
devastanti dello sviluppo capitalistico. Questo è avvenuto
fondamentalmente per tre motivi: l'assenza negli Stati Uniti di
classi prodotte da modi di produzione precapitalistici ha eliminato
la necessità per le classi capitalistiche USA di contrattare il
potere con altre sedimentazioni sociali e quindi di doversi alleare
con le classi subalterne allo scopo di affermare il proprio potere;
la peculiare composizione del proletariato americano, costituito da
successive ondate di emigranti collocate su gradini differenti di
una lunghissima scala etnico-sociale e profondamente divise tra
loro, nel corso del Novecento infatti solo l'esperienza degli IWW ha
provato a rompere la segmentazione etnica della forza lavoro
americana per altro con apprezzabili risultati esclusivamente per un
breve periodo (la stessa repressione feroce e armata di questo
movimento e di ogni tentativo internazionalista sviluppato in
America è stata resa possibile dalla profonda segmentazione etnica
dei salariati); l'assenza di un movimento operaio con dichiarate
simpatie per i regimi socialisti dell'Est da tenere buono onde
evitare di avvantaggiare l'allora competitore globale sovietico.
Questo insieme di ragioni ha fatto sì che gli USA abbiano sviluppato
una struttura sociale affatto diversa rispetto a quella europea, sia
all'interno delle classi subalterne divise per linee etniche e
costituite da settori relativamente benestanti e una vera e propria
sottoclasse di disoccupati cronici, "working poor", carcerati e
sfigati di vario tipo i quali non hanno né diritti né reddito, sia
all'interno delle classi dominanti dove, rispetto all'Europa la
componente specializzata nella mediazione sociale è praticamente
inesistente mentre quella di provenienza militare o legata allo
sviluppo degli armamenti ha un peso incomparabilmente più alto
rispetto a quella dei paesi europei e del Giappone.
Questo insieme di ragioni ha fatto sì che gli Stati uniti presentino
fenomeni di povertà tra i salariati estremamente visibili e
percepibili in modo esplicito, ma questi non vanno confusi con la
situazione generale del lavoro in America. La precarietà lavorativa
è sicuramente generalizzata, ma la situazione salariale è
profondamente diversa da quella europea mentre il, nomadismo
lavorativo è ampiamente accettato e considerato "normale" dai
lavoratori americani (ogni tanto dovremmo ricordarci che il 37%
delle case americane sono "su ruota", senza fondamenta e
posizionabili in qualsiasi area abbia i necessari attacchi, e
spostabili da un'area residenziale all'altra). In altre parole la
parte maggioritaria dei lavoratori americani vive in condizioni
precarie ma con stipendi più alti di quelli europei. Questo spiega
perché il costo del lavoro americano resta più alto di quello
europeo e giapponese. Venticinque anni di guerra ai lavoratori,
fatta di distruzione dei diritti sindacali, precarizzazione dei
rapporti lavorativi e trasferimento in Messico o in Estremo Oriente
di parti consistenti (anche se tecnologicamente arretrate) del
processo produttivo non sono bastate ad abbattere a sufficienza i
costi vivi dei capitalisti americani.
La soluzione cercata dalle classi capitalistiche americane è stata
quella di abdicare al loro ruolo di coordinatori dell'economia
capitalistica globale per puntare a ridisegnare l'insieme dei
rapporti economici globali in modo da rimediare alla crisi di
profittabilità nella quale erano immersi dalla fine degli anni
Sessanta.
Le direttrici di quest'offensiva sono state tre: la prima è stata
quella di abbattere i prezzi delle materie prime e delle risorse
energetiche, la seconda è stata l'imposizione dei propri prodotti ai
mercati esteri contemporaneamente alla chiusura dei propri, la terza
è stata quella di sviluppare nuovi prodotti in campi ad alto livello
tecnologico (come le biotecnologie) da imporre sui mercati mondiali.
In altri termini la famosa e fin troppo citata globalizzazione che
coincide con una fase di monopolio imperialista statiunitense che le
classi dominanti degli altri paesi a capitalismo sviluppato non sono
assolutamente in grado di contrastare seriamente. Il ritorno in
grande stile della guerra come strumento di perseguimento degli
obiettivi di quest'offensiva è la naturale e logica conseguenza di
questa situazione: gli Stati Uniti necessitano di imporre il loro
dominio utilizzando mezzi che siano insieme efficaci nel distruggere
la minaccia immediata al loro potere e utili come esempio per gli
alleati vassalli casomai fossero tentati di mettersi in competizione
con loro.
Inoltre, il ruolo di dominio militare americano risulta utile agli
Stati Uniti per mantenere l'assoluta predominanza sul capitale
mobile mondiale, evitando che sorgano borse concorrenti capaci di
intercettarne parti consistenti. Il capitale mobile mondiale è
necessario agli Stati uniti per due motivi: in primo luogo per
compensare il rosso nella bilancia commerciale derivante dai costi
più alti dei prodotti americani rispetto a quelli degli altri paesi,
in secondo luogo per rastrellare nel mondo i capitali necessari al
continuo sviluppo della loro struttura economica sottraendoli nel
contempo ai possibili competitori. In altre parole le classi
dominanti degli Stati Uniti (nella doppia componente economica e
politica) operano come rastrellatori del plusvalore prodotto a
livello globale allo scopo di mantenere una posizione di predominio
sulle altre classi dominanti. Nel farlo, naturalmente, hanno trovato
alleati in alcune frazioni (o nel caso inglese o israeliano
nell'insieme) delle classi dominanti dei paesi cosiddetti alleati.
Queste ultime ottengono dal loro posizionamento assolutamente
subalterno e non conflittuale nei confronti della potenza dominante
non pochi vantaggi di tipo economico (accesso subordinato ma
privilegiato a determinate risorse, possibilità di esportare
nell'unico mercato che conti veramente, quello americano) e di
status internazionale che giustificano la loro condizione di eterni
subordinati nei confronti dei padroni imperiali. I rapporti tra i
dominanti USA e quelli del resto del mondo sono da inquadrare in
quest'ottica, dove diventa chiaro perché il massimo di opposizione
possibile ai disegni americani è quello mostrato dal cancelliere
tedesco Schoedrer, e la stessa Cina (teorico competitore globale
americano) non può comportarsi diversamente da un vassallo per non
perdere l'accesso al mercato USA. È pur vero che esistono frazioni
di dominanti che teorizzano lo sviluppo indipendente di una "potenza
europea" piuttosto che di una asiatica, ma questi ipotetici sviluppi
sono, per ora, destinati a restare nel mondo dei sogni delle classi
dominanti dei paesi non centrali.
Per quanto riguarda l'interconnessione tra le vicende internazionali
e il conflitto di classe, dobbiamo ricordare da un lato che
qualsiasi schieramento a favore della nascita di una potenza
capitalistica alternativa a quella americana non può che consegnarci
legati mani e piedi agli ipotetici competitori degli Stati Uniti
soprattutto nel caso più che probabile di una guerra tra potenza (e
non di semplici operazioni di controllo e conquista come quelle alle
quali stiamo assistendo in questi anni), dall'altro non possiamo
dimenticare che la condizione di supremazia assoluta degli USA
permette a questi ultimi una politica di controllo della propria
forza lavoro basata non solo sulla coercizione ma anche sul
consenso. In assenza di fenomeni reali di costruzione di un
collegamento tra le classi subordinate dei vari paesi a capitalismo
sviluppato, e di sviluppo di mobilitazioni globali con obiettivi
chiari ed unificanti, il conflitto di classe (quando si manifesta)
rischia di restare confinato a livello locale senza ricadute sul
conflitto tra gli stati e i capitali a livello internazionale.
Giacomo Catrame

http://www.ecn.org/uenne/




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