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(it) Umanità Nova n.43 - Operazione Babilonia/1

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Date Tue, 7 Jan 2003 06:37:40 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 43 del 22 dicembre 2002 

Operazione Babilonia/1
Guerra all’Iraq o all’Arabia Saudita?


Pubblichiamo la prima parte di un lungo saggio di Giacomo
Catrame dedicato al contesto geopolitico in cui si inserisce la
guerra che gli Stati Uniti si accingono a scatenare contro l'Iraq.

GUERRA ALL'IRAQ O ALL'ARABIA SAUDITA?

Come è ormai ampiamente noto gli Stati Uniti hanno vinto la
prima mano della partita denominata "guerra all'Iraq". La
risoluzione dell'ONU, infatti, non autorizza l'automatico
intervento militare contro l'Iraq, come ufficialmente richiesto
dagli USA e dalla Gran Bretagna, ma pone tali condizioni al
governo del dittatore Saddam Hussein da permettere qualsiasi
provocazione da parte di un qualsiasi agente della CIA
travestito da ispettore dell'ONU. D'altra parte è abbastanza
chiaro che Bush e Blair hanno puntato su una posizione
massimalista per ottenere da Francia, Russia e Cina una
risoluzione ufficialmente più morbida ma le cui conseguenze
portano esattamente alle stesse conclusioni volute da Londra e
Washington.

La guerra, quindi, per ora è rimandata ma sicuramente ci sarà. È
solo questione di tempo.

La pervicacia con la quale l'amministrazione Bush (e quella del
maggiordomo Blair) cercano il conflitto definitivo con lo stato
mediorientale non si può spiegare né con le menzogne utilizzate
da questi governi come giustificazioni, né con l'analisi più in
voga nella stampa indipendente che vede questa volontà nascere
dal semplice desiderio anglo-americano di appropriarsi di alcuni
giacimenti petroliferi.

Il petrolio, infatti, centra, ma non tanto come semplice
obiettivo, quanto come vero e proprio strumento di guerra per
ottenere la risistemazione della carta geopolitica del Medio
oriente secondo gli interessi della superpotenza globale e del
suo fido alleato europeo.

La visione geopolitica che si è affermata a Washington negli
ultimi anni ha subito una drammatizzazione con gli attentati
dell'11 settembre, ma è maturata ben prima del doppio schianto
aereo dello scorso anno.

I motivi che hanno portato alla costruzione di questa nuova
visione dell'ordine del Medio Oriente da parte degli americani
sono da ricercarsi nella crisi di fiducia di questi ultimi verso
la leadership saudita, motivata dai dubbi sulla tenuta della
famiglia Saud, dal tentativo della diplomazia di Riyad di
intromettersi nel conflitto israelo-palestinese, dall'incerta
situazione economica americana che abbisogna di ulteriori
riduzioni dei prezzi petroliferi oggi come oggi impediti
dall'OPEC e dal rischio di incontrollabilità del Golfo Persico
attualmente una delle vie principali di trasferimento del
greggio verso l'Occidente.

Con la dichiarazione di "Guerra infinita al terrorismo" gli
Stati Uniti hanno costruito uno scenario mondiale inedito
all'interno del quale hanno assunto il ruolo di protagonisti
assoluti. La prima priorità che il governo di Washington ha
assunto in questo quadro è stata quella dell'indipendenza
energetica, con la conseguenza di costringerli ad aprire il
"dossier Arabia Saudita". Come i governanti americani ben
sapevano, infatti, i sauditi finanziano da almeno due decenni le
reti terroristiche internazionali legate alla corrente islamica
wahabita (la stessa alla quale appartengono i regnanti sauditi)
e lavorano fin dal 1980 alla diffusione delle proprie reti
politico-religiose in quell'Asia Centrale che sembra destinata a
diventare particolarmente importante dal punto di vista
energetico nel futuro immediato.

L'Arabia Saudita, quindi, si presenta con le caratteristiche di
"stato canaglia" per gli USA ben più di Iraq e Iran. Inoltre
l'amministrazione americana è sempre stata perfettamente a
conoscenza dell'operato saudita dal momento che la CIA ha
attivamente collaborato alla costruzione di queste reti ai tempi
della "Guerra santa" contro l'URSS e che il finanziamento di
Washington è stato fondamentale per la loro attivazione.

Il problema centrale per gli Stati Uniti, ampiamente
incomprensibile per i sostenitori delle teorie che hanno il loro
centro nella negazione del ruolo degli stati, è la connessione
tra l'Arabia Saudita e l'Occidente fatta di filiere finanziarie
internazionali e del ruolo di calmiere del prezzo petrolifero
assunto da questo paese.

L'intenzione americana di punire l'Arabia Saudita per il ruolo
di opposizione coperta alla politica americana non può quindi
consistere in una guerra contro lo stato della penisola arabica,
ma inizia ad assumere in modo scoperto le fattezze della
demolizione del meccanismo di controllo del prezzo petrolifero
incarnato dall'OPEC. L'operazione geopolitica americana è quella
di colpire le opposizioni arabe al proprio dominio incontrastato
in Medio oriente tramite il petrolio, immettendo sul mercato
significative quantità di greggio capaci di far saltare il
delicato meccanismo che governa l'offerta (e, quindi, il prezzo)
di petrolio. Queste risorse, però, per ottenere lo scopo
preventivato devono provenire da ricchi giacimenti a basso
prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto.
Al mondo esiste solo un luogo che assommi queste
caratteristiche: l'Iraq. Per punire l'Arabia Saudita, quindi,
agli americani serve l'Iraq e il suo petrolio.

IL SISTEMA DEI TRE MARI

La guerra americana per rendersi indipendenti dal punto di vista
energetico è iniziata con la guerra del Golfo del 1991. Allora
gli USA pensarono che la "liberazione" del Kuwait, la
distruzione del potenziale bellico dell'Iraq e l'occupazione di
fatto dell'Arabia Saudita (da allora sono presenti sul
territorio saudita sono presenti 35.000 soldati americani)
bastasse a garantirsi il controllo delle risorse energetiche
dell'area.

A partire dalla metà degli anni novanta, però, gli Stati uniti
hanno iniziato a rendersi conto che la prima guerra contro
Saddam non era bastata né a stabilire il controllo sulle risorse
mediorientali, né a risolvere le questioni legate alle risorse
energetiche alternative a quelle della penisola arabica presenti
in Asia Centrale.

Risale a quell'epoca il battesimo del sistema geopolitica detto
dei "Tre mari" (Adriatico, Nero e Caspio) dal quale dipende il
controllo del trasporto del greggio dell'Asia Centrale e l'avvio
della battaglia per stabilire il dominio di Washington su di
esso. Inizialmente gli USA hanno giocato la carta della
contrapposizione contro la Russia il cui episodio più
significativo è stata la guerra del Kosovo. L'obiettivo di
questa continuazione della Guerra Fredda era quello di
valorizzare e rendere commercializzabili attraverso il
Mediterraneo le risorse petrolifere del Caspio non russo né
iraniano. La base di quest'operazione è stato l'Azerbaigian,
tramite il quale Washington ha "agganciato gli altri stati
dell'area (Georgia, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan)
sottraendoli all'orbita di Mosca. Naturalmente questa operazione
ha rafforzato il ruolo della Turchia, principale alleato di
Washington nell'area, secondo esercito della NATO e affidabile
traghettatore del petrolio centroasiatico. Non a caso in quegli
anni nasce in Turchia il progetto "grande Turan" che mirava a
costruire una sorta di Commonwealth tra le popolazioni turcofone
dell'Asia Centrale con base ad Ankara. A quest'operazione, fatta
di investimenti per percorsi per il trasporto energetico che
evitassero il territorio russo e quello iraniano e di sabotaggio
dell'uso degli oleodotto e dei gasdotti russi, non è estranea
nemmeno la guerra in Cecenia, dal momento che la guerriglia
cecena è stata per anni addestrata e finanziata (in un rapporto
di collaborazione e insieme di competizione) da turchi e sauditi
sotto la supervisione della CIA e la longa manus di Condoleeza
Rice, oggi ministro dell'amministrazione Bush e allora
consigliera per l'area della compagnia petrolifera
Chevron-Texaco. Il progetto americano dell'epoca era quello di
replicare in seguito questa operazione in Asia Centrale, questa
volta in funzione anticinese. Inizialmente l'operazione in
Afganistan dopo l'11 settembre è stata coerente con questa
visione, soprattutto per quanto riguarda l'opposizione alla
crescita della Cina come potenza regionale. I rapporti
russo-americani, però, hanno avuto un significativo mutamento
nel corso dell'anno seguito all'11 settembre. In primo luogo
sono mutati i rapporti tra le compagnie petrolifere
anglo-americane presenti nell'area (Chevron-Texaco, Shell) e i
due giganti russi, Lukoil e Jukos, oggi orientati a una stretta
collaborazione basata sul riequilibrio degli interessi economici
dei due paesi, pagato dalla Russia con l'accettazione della
propria marginalità sul piano geopolitica globale. 

La Russia, comunque, ha portato a casa alcuni importanti
risultati per quanto riguarda la questione degli oleodotti: la
realizzazione dell'oleodotto Tengiz (in Kazakistan) -
Novorossijsk (porto russo sul Mar Nero) grazie all'impegno di un
consorzio internazionale, la modernizzazione (svolta in
condominio con le compagnie angloamericane) della rete
energetica dei paesi ex sovietici dell'Asia Centrale, la
spartizione delle piattaforme petrolifere con Azerbaigian e
Kazakistan e la costruzione del gasdotto sottomarino Bluestream
che congiunge Russia e Turchia attraverso il Mar Nero.
Costruzione quest'ultima svolta dall'Eni. Inoltre la Russia è
rientrata nel sistema di trasporti petroliferi che toccano
l'Adriatico (dal quale era stata espulsa con la guerra del
Kosovo e la successiva caduta di Milosevic) grazie all'accordo
con la Croazia che permette l'aggancio del circuito petrolifero
Russia-Europa con quello che da Belgrado porta a Zagabria e da
lì all'Italia.

Gli americani, per la loro parte, hanno ottenuto la
partecipazione russa (e quindi la non opposizione di Mosca) alla
costruzione del megaoleodotto Baku (nell'Azerbaigian) - Ceyhan
(porto turco sul Mediterraneo. Se il "gioco dei tre mari" cambia
le sue carte, trasformando l'avversario di ieri (debitamente
ridimensionato) in alleato, non cambia però il nome del maggior
beneficiario dell'area, quella Turchia che vede ampliarsi il suo
ruolo nevralgico come custode degli oleodotti principali (e di
molti di quelli in costruzione) della regione.

In questo modo gli americani hanno raggiunto il primo dei loro
obiettivi, stabilizzando il sistema dei tre mari, convogliando
la gran parte delle risorse energetiche dell'area verso il
principale alleato mediorientale: la Turchia. La sicurezza
americana all'interno di questo settore del "gioco" è tale che a
marzo di quest'anno anche il gas iraniano ha ricominciato a
fluire verso la Grecia tramite la Turchia. Il risultato di
stabilizzazione è stato tale che l'intera politica energetica
americana in Medio Oriente può essere descritta in questo
slogan: "far confluire il greggio e il gas del Medio oriente
verso il mediterraneo, evitando a ogni costo che si diriga verso
il Golfo Persico". Ritornando alla principale questione di
quest'articolo, la prossima guerra in Iraq, bisogna ricordare
che l'intero sistema di trasporto energetico di questo paese è
direzionato sia verso il Mediterraneo che verso il Golfo; in
coerenza con la politica dei tre mari quando si trattò di
decidere quale dovesse essere l'oleodotto da utilizzare per far
fluire il petrolio necessario all'attivazione del programma Oil
for Food gli americani fecero pesanti pressioni fino ad ottenere
la scelta della tratta Kirkuk-Ceyhan a scapito di quella
Bassora-Fao (porto sul Golfo Persico).

Giacomo Catrame


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