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(it) Lotta di Classe n.71 : Le magre prospettive economiche

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Date Tue, 25 Feb 2003 12:03:35 +0100 (CET)


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Lotta di Classe n.71 febbraio 2003
organo di stampa ufficale dell'Unione Sindacale Italiana sez. AIT


Le magre prospettive economiche

LA TRAPPOLA DELL’ECONOMIA MONDIALE NEL 2003

Le economie dei principali paesi industrializzati sono impantanate in una
fase di stagnazione da cui appare difficile uscire in tempi rapidi. Anche
gli economisti, nuovi stregoni di questi oscuri tempi, hanno smesso di
prevedere immediate e luminose fasi di ripresa.
IL MONDO: PROVE TECNICHE DI DEPRESSIONE

Va male il Giappone, stremato da più di un decennio di deflazione. I
problemi del paese del sol levante sono sempre gli stessi: bassi consumi
interni, situazione pre fallimentare di banche e assicurazioni, difficoltà
ad esportare per l’apprezzamento dello yen e per la debolezza dei paesi
importatori, invecchiamento demografico.Come se questo non bastasse, dopo tanti anni di inutili stimoli statali
all’economia, il Giappone ha accumulato uno dei maggiori debiti pubblici
del mondo, tanto che cominciano nascere dubbi sulla capacità dello Stato
nipponico di riuscire a onorare il pagamento dei suoi debiti.
Anche l’Europa non si presenta all’appuntamento con il nuovo anno molto in
forma. La Germania, principale economia continentale, mostra segni di
affanno: bassa crescita economica, disoccupazione e problemi a rispettare
i parametri di Maastricht. L’Italia giace in una condizione simile. Però
il nostro governo mostra ottimismo. Come dargli torto: gli affari
personali dei ministri vanno benissimo...
La Francia è in una situazione migliore, ma anche qui non è che sia il
paradiso.
La Russia si sta proponendo come affidabile fornitore di petrolio
all’Occidente. Questo sta creando buone opportunità alle imprese
petrolifere russe. Tuttavia, se si astrae dall’industria energetica e da
quella degli armamenti, non vi sono molte altre interessanti realtà
economiche in Russia.
Poco entusiasmante il panorama dell’America Latina. L’Argentina è tuttora
incapace di pagare i suoi debiti. La Colombia convive con la guerra
civile. Il Venezuela è paralizzato dal braccio di ferro tra la oligarchia
dominante e il presidente populista Chavez. Il Brasile sta attraversando
un periodo di prova, durante il quale gli organismi globalizzanti (Fondo
Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale per il Commercio,
multinazionali e governo Usa) decideranno se possono fidarsi del nuovo
presidente Lula o, in caso contrario, se e come cominciare a fargli la
guerra (economica).
L’Africa? Beh ... lasciamo perdere.

Le uniche economie che continuano a crescere sono quelle di Cina e India,
che continuano a segnare imponenti tassi di sviluppo, intorno al 7-8%
annuo. In Cina lo Stato, cioè il Partito Comunista, cioè i burocrati che
sono al potere hanno dato il "via libera" allo sviluppo capitalista,
avendo fallito negli anni passati il lancio economico dell’economia
statalizzata. In India la crescita economica si accompagna alla miseria
della maggioranza della popolazione. Comunque, al traino di questi due
colossi nascenti, anche altre nazioni asiatiche sono riuscite ad ottenere
interessanti crescite economiche.
GLI STATI UNITI: IL GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA

Ma il vero problema dell’economia mondiale resta gli Stati Uniti. Il tasso
di crescita del prodotto interno lordo dovrebbe attestarsi, nel 2002,
intorno al 2.3%. Per quanto riguarda il 2003 le previsioni parlano ancora
di un +2.3%. Non sembrerebbe poi troppo male.Invece l’indebitamento dell’economia Usa si sta sempre più aggravando. È
da tempo che segnalo questo problema. Non è per catastrofismo. Il punto è
che qui si giocano gli equilibri economici mondiali.
Il deficit Usa con l’estero è impressionante: si stima che il 2002 abbia
chiuso con un passivo commerciale di 400 miliardi di dollari. Fino ad
oggi, gli Stati Uniti hanno potuto continuare a comprare a credito poiché
il dollaro è la moneta di riferimento per il commercio internazionale.
Però la politica del dollaro forte è finita. Il presidente Giorgio
Doppiavu Cespuglio ha deciso di ridimensionare il valore del dollaro.
Questo per aiutare le imprese manifatturiere americane (i finanziatori
della campagna elettorale di Bush) a rendere più competitive le loro
merci. Infatti, da qualche mese a questa parte, il dollaro si sta
svalutando (con buona pace dell’Unione Europea: non è la forza dell’euro).
Però qui potrebbe nascere il problema. Cosa accadrebbe se i paesi
esportatori di materie prime, delusi da una moneta in fase di costante
svalutazione, decidessero di farsi pagare in una valuta diversa dal
dollaro, per esempio l’euro? Se tralasciamo il fatto che, probabilmente,
sarebbero subito bombardati, un’altra conseguenza sarebbe l’impossibilità,
per gli Stati Uniti, di pagare le importazioni. Gli Usa sarebbero
obbligati a diventare un paese virtuoso, con i conti con l’estero in
pareggio. Ma, a parte altre considerazioni, se gli americani
raddrizzassero troppo velocemente la loro bilancia commerciale con
l’estero, molti altri paesi smetterebbero di esportare. Il risultato
sarebbe una massiccia ondata depressiva che partirebbe dagli Stati Uniti e
si propagherebbe per tutto il mondo.
Un altro punto debole degli Usa è il debito pubblico. Ripetuti tagli alle
tasse, stanziamenti a favore dei militari, scudo spaziale stanno
affossando il bilancio federale. Già oggi, per tirare avanti, il governo è
costretto ad indebitarsi. Gli Stati Uniti devono mantenere la più poderosa
macchina da guerra di tutti i tempi: le forze armate Usa sono operative in
Afghanistan, hanno basi sparse in tutto il mondo, stanno approntando una
guerra contro l’Irak, devono prepararsi a fronteggiare la minaccia della
Corea del Nord, vi sono reparti che combattono in Colombia. Ma, a parte le
considerazioni che come antimilitaristi non possiamo non fare, la domanda
che sorge spontanea è: dove credono di riuscire a trovare le risorse
economiche per pagare tutto questo attivismo militare? La prima guerra
contro l’Irak, nel 1991, era stata finanziata, di mala voglia, da Germania
e Giappone. Oggi la Germania ha detto che non scucirà un centesimo e il
Giappone si sta defilando, sperando che nessuno lo noti.
Il governo americano deve poi pagare lo scudo spaziale e tenere in piedi
tutti i regimi che si dimostrano amici: Israele, Pakistan, Egitto,
Afghanistan, ... insomma, lo zio Sam non è stato mai tanto indebitato e,
nello stesso tempo, con tanto bisogno di nuovi fondi: è la situazione
ideale in cui, in caso di eventi traumatici, pochi sarebbero disposti a
concedere nuovi prestiti!
Vi è inoltre l’indebitamento delle famiglie americane nei confronti del
sistema bancario. La foga consumistica Usa è un serpente che avvolge nelle
sue spire tutta la società. Il messaggio subliminale che la pubblicità è
riuscita a far passare è "io spendo, dunque esisto". Poiché però il
reddito disponibile è limitato, per poter spendere di più è necessario
ipotecare anche i redditi futuri. È l’idea del credito al consumo. Però, a
differenza dei poco fantasiosi europei, gli americani si indebitano anche
per consumi voluttuari: per andare in vacanza, per rinnovare i mobili, per
comprare l’ultimo modello di automobile, per mandare i figli in
prestigiose scuole private.
La montagna di debito così prodotta senza dubbio stimola l’economia. Però,
cosa succederebbe se una buona parte delle famiglie americane non potesse
onorare i debiti? Certo, finirebbero sul lastrico e, forse, se lo
sarebbero anche meritato. Ma il punto importante è un altro: fallirebbero
le banche, che non riavrebbero indietro i loro soldi. E, come in una
reazione a catena, salterebbero tutte le imprese che hanno venduto merci e
servizi a credito: dall’industria automobilistica alle agenzie di viaggio,
dai mobilifici alle prestigiose scuole private. Insomma crollerebbe prima
il sistema finanziario e subito dopo quello economico. È per questo che
Greenspan, così disinvolto nei tagli ai tassi di interesse, deve essere
molto cauto con i rialzi: ogni punto in più significa stringere il nodo
scorsoio del debito attorno all’esile collo delle famiglie Usa.
Naturalmente occorre considerare che gli Usa sono una grande potenza che
ha risorse per riuscire ad affrontare situazioni difficili. Inoltre, il
potere detenuto a livello internazionale consente di fare pressioni sugli
altri paesi per determinare condizioni favorevoli all’economia americana:
prezzo del petrolio e delle materie prime, dazi sulle importazioni,
apertura dei mercati esteri alle merci Usa, uso dei servizi segreti per
spionaggio industriale, ...
Tuttavia rimane il fatto che il più forte paese del mondo ha una economia
minata da enormi debiti. Già oggi sta combattendo conflitti militari su
diversi fronti e una guerra economica con l’Unione Europea. Come faranno
gli Stati Uniti, in queste condizioni, a trovare i mezzi per fronteggiare
una ulteriore sfida alla loro supremazia che, prima o poi, sarà lanciata
da un grande paese emergente come la Cina?
È paradossale, ma indicativo della situazione, il fatto che il principale
rischio per l’economia mondiale non derivi dai problemi della fame e della
sete di miliardi di individui, ma dall’arroganza militarista di una casta
che conta qualche milione di privilegiati su tutto il pianeta.
Toni Iero


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