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(it) Umanità Nova n.7: Onu e Nato: continua la schermaglia diplomatica

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Date Tue, 25 Feb 2003 11:49:48 +0100 (CET)


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Da "Umanità Nova" n. 7 del 23 febbraio 2003

Onu e Nato: continua la schermaglia diplomatica
La posta in gioco è il comando sul pianeta

Quanto è successo in queste ultime settimane frenetiche segnala la reale
posta in palio della guerra permanente scatenata dai piani americani,
forse concepiti addirittura prima del fatidico 11 settembre 2001.
Il sostanziale isolamento internazionale della coppia Bush-Blair, sorretta
dai reggicoda austrialiani e mediterranei, non è ovviamente un episodio
sfortunato addebitabile allo scarso tasso di intelligenza lungimirante
dell'amministrazione americana. È invece la spia di un disegno di lungo
corso che incontra resistenze davvero notevoli, sia pure sotto l'ipocrisia
dei valzer diplomatici, a tal punto che in molti sono disposti a:
correre il rischio di frantumare la Nato appena ristrutturata come forza
militare oltre-atlantica, anzi ex-atlantica, dai Balcani al Medio Oriente
(secondo alcuni strateghi la Nato presidierebbe in futuro il confine del
fiume Giordano nord-sud tra mondo arabo e mondo israeliano a controllo
delle risorse acquifere nell'area). Per il momento il rischio di frattura
è stato evitato solo grazie al classico gioco delle parti in cui ognuno
salva la propria faccia;
a spaccare il fronte europeo alla ricerca di una unità politica a 25,
indebolendo l'area euro, l'area commerciale più forte del pianeta, e
asservendola direttamente ai flussi finanziari transitanti da Londra,
piazza egemonica di sicura fede statunitense;
a celebrare il de profundis delle Nazioni Unite e del suo massimo organo
esecutivo di potere planetario, quel Consiglio di Sicurezza che nella
migliore delle ipotesi potrà tornare ad essere un luogo dell'ipocrisia dei
veti incrociati che sostanzialmente approvano conflitti predeterminati
dalla loro collocazione in aree di influenza precise e non opinabili (ma
questa è appunto una ipotesi ottimistica, giacché i tempi sono mutati e il
predominio americano sul XXI secolo registra lo spazio terrestre e
sovraterrestre come una unica area di influenza non spartita con altri).
In tutto ciò, è evidente che il destino di Saddam e del suo disarmo è
irrilevante: abbiamo già parlato delle ditte occidentali che hanno fornito
aiuti concreti per il programma di riarmo iracheno sino alla guerra del
golfo; da allora, la guerra contro Saddam non è mai finita, in un gioco
delle parti che vedeva il rais utile per eliminare i curdi indigeribili al
fedele alleato turco, per non cedere un'altra fetta di medio oriente alle
dinamiche di penetrazione del fondamentalismo islamico (assente in Iraq,
così come lo era nei territori palestinesi prima dell'uso israeliano degli
islamici per indebolire Arafat all'epoca della I Intifada), per
controllare indirettamente il petrolio iracheno con il programma food for
oil che garantiva al rais le prebende del contrabbando sorvegliato ai
portali di uscita sul Mediterraneo.
Il petrolio iracheno è quindi l'obiettivo secondario degli Usa in quanto
strumento di accerchiamento energetico dei rivali strategici americani: il
futuro colosso cinese. Nel frattempo, il petrolio iracheno potrà essere
una moneta di ricatto verso l'establishment saudita alla vigilia del
ribaltone probabile che vedrà la fine della dinastia del clan dei Saud,
foraggiati e poi macinati così come ora si vorrebbe con il clan degli
Hussein.

In tale ottica, la guerra è per il comando sul pianeta, e null'altro. Ciò
giustifica la tensione in ogni capitale del mondo poco disponibile a
ridimensionare le proprie rendite di posizione plurali e multiple in una
nuova mappa imperiale in cui ritagliarsi una fetta di dependance ridotta
come capoluogo di micro- e macro-protettorati stile XIX secolo. Non che
Chirac e Schröder siano diventati cavalieri no-global e gandhiani
dell'ultima ora, solo che l'asse europeo da loro dominato, già
scricchiolante per via dell'allargamento, verrebbe vanificato dall'asse
anglo-mediterraneo che apparentemente ha già compiuto la propria scelta di
campo, con riflessi immediati in sede Nato per quanto riguarda la modalità
del sostegno alla Turchia in caso improbabile di aggressione irachena, nel
Kosovo, retto da una amministrazione controllata dai tedeschi in rotta di
collisione con i propri partner europei e americani, e in Afganistan dove
gli ingenti capitali tedeschi per la ricostruzione e il controllo (anche)
della diaspora afgana in Europa verrebbero messi a rischio dalla sconfitta
nel braccio di ferra con gli Usa.
Come si sarà notato, la visione geopolitica e geoeconomica della realtà
odierna (ed anche di quella di ieri, per la verità) deve totalmente
espungere dal gioco le opinioni pubbliche e le masse di dissenso e di
resistenza globale al disegno in atto. La stragrande maggioranza delle
popolazioni sono contrarie alle guerre per varie ragioni, di
sopravvivenza, di tornaconto personale, di benessere collettivo, di
memoria storica ancora vivente; tuttavia la determinazione delle proteste
di piazza ha il limite di ogni momento catartico di resistenza: se si
risolve nell'attimo della manifestazione, senza prolungarsi
quotidianamente in pratiche di delegittimazione, di renitenza, di
diserzione simbolica e materiale, di sconfessamento delle élite al potere,
rischia di essere eterodeterminata da forti istanze emotive. Già la storia
registra lo sfaldamento del fronte operaio internazionalista alla vigilia
della I guerra mondiale; oggi una (probabile e già annunciata) serie di
attentati cruenti piazzati opportunamente nelle capitali europee più
restie a confondere terrorismo di stato e controterrorismo prestatuale in
salsa fondamentalista, darebbe la stura ad una immane operazione di
marketing politico che in poco tempo farebbe virare di molto l'opinione
pubblica sic et simpliciter a favore dei venti di guerra.
A meno che, come detto, la pratica antimilitarista contro la guerra
duratura in questa prima metà del secolo non dia luogo a processi di
diserzione globale tali da bloccare l'uso delle armi esautorando le
politiche di dominio che gli stati, foraggiati da avidi capitali in cerca
di mercati di rivalorizzazione, mettono in atto con ferreo cinismo. In tal
senso, allora, la scomparsa della Nato, dell'Ue, dell'Onu non
costituirebbe un regresso destrorso verso il dominio unipolare che scarica
luoghi di egemonia per via di impasse sempre più ingovernabili a livello
economico-produttivo e finanziario-redistributivo (il welfare sostituito
dal warfare), bensì segnerebbe l'eliminazione di spazi di illusorietà che
aprirebbero un orizzonte di riconfigurazione dal basso delle reti
planetarie di coesistenza attraverso un federalismo popolare incentrato
sugli assi dei diritti umani (contro l'ingerenza umanitaria), dei diritti
ambientali (contro il mercato ambientale), dei diritti sociali (contro la
normazione statuale), dei diritti produttivi (contro il mercato
statualmente organizzato), dei diritti redistributivi (contro la
mercificazione assimilata del medium del denaro). Un altro mondo di
giustizia sociale globale, insomma, in cui politica, economia ed etica
riallaccerebbero per la prima volta un proficuo intreccio equo di
reciprocità non-istituzionalizzata in quanto controllata passo dopo passo
da una società localmente radicata a presidio delle proprie consapevoli
conquiste e altrettanto globalmente radicale nella tenacia a perseguire
giorno dopo giorno il controllo delle proprie esistenze libere e infine
liberate.
Salvo Vaccaro



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