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(it) Comunicato sulla giornata del 15 febbraio 2003

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Wed, 19 Feb 2003 18:07:38 +0100 (CET)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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Da: Meletta <meletta@aconet.it>

CONTRIBUTO AL DIBATTITO DE:

Il Comitato di Quartiere "Alberone" <g.dubaldo@tiscalinet.it>
La redazione di "Corrispondenze Metropolitane" <cmetropolitane@yahoo.it>
La redazione di  "Vis - à - Vis"   <karletto@rm.ats.it>


15 Febbraio 2003


Ben oltre 100 milioni di uomini e donne, attivatisi ed incontratisi nel
più grande "appuntamento multi-metropolitano" su scala planetaria che la
storia abbia mai registrato, hanno di fatto sancito la nascita, il primo
manifestarsi, di quella comunità umana universale, di cui Monsieur le
Capital ha oggettivamente creato le condizioni materiali di esistenza.
Nella sua inesauribile quanto necrogena ansia di accumulazione/espansione,
il capitale ha infine e suo malgrado imposto allordine del giorno di
questo terzo millennio il traguardo di quel "villaggio globale" che, nei
suoi intendimenti, avrebbe certo dovuto restare occultato/rimosso
nellastrattizzazione della forma-merce, dentro le dinamiche alienanti e
atomizzanti di quel mercato, ormai affatto onnicomprensivo, su cui si
veicola a livello mondiale il suo ciclo di produzione/valorizzazione.
Questa comunità umana già ben "concreta", sia pur appena "in abbozzo", ha
fatto propria e potenziato esponenzialmente la carica di protesta e
denuncia di quel "vento di Seattle" da cui in certo senso è stata evocata
e in forza del quale si è materializzata. Il Re che già era stato
costretto a mostrarsi nella sua orrenda "nudità", è stato ulteriormente
incalzato: la sua logica di dominio e di guerra è stata definitivamente
disvelata e rifiutata "senza se e senza ma"!
La morte della politica, intesa come estrema crisi di quella
"rappresentanza democratica" borghese, che per un paio di secoli aveva
saputo celare/normativizzare, nellastratto della mediazione
politico-istituzionale, lineliminabile contraddizione materiale di classe
(intrinseca al ciclo di capitale, basato sullo
sfruttamento/valorizzazione), ha di fatto creato le basi per un
irrefrenabile moto di ri/attivizzazione diretta, "dal basso" di tutti quei
soggetti ormai spogliati delle garanzie di una "cittadinanza" man mano
destrutturata, in nome di un definitivo appiattimento della politica
sulleconomia, sulla logica mercantile di un imprenditoria fattasi
definitivamente stato.
Di fronte ad un mercato che non "accoglie" più ma emargina ed espelle, di
fronte ad uno stato che non "media" più ma discrimina e reprime, diventa
quasi obbligata la scelta di tornare a ritrovarsi, spezzando
latomizzazione, a mobilitarsi superando la passivizzazione, a criticare
rifiutando la colonizzazione & E tanto più tale reazione tende ad
incrementarsi, davanti allo sfociare di quella morte della politica in una
ormai dispiegata ed evidente politica della morte, totalmente coniugata
nel lessico mortifero di una guerra continua e pervasiva.
Ora "Lor Signori" sanno dunque che dovranno fare i conti con questo
"ospite" tanto temuto quanto mille e mille volte esorcizzato a colpi di
repressioni preventive, in ogni angolo del globo: la stessa tuttora
incombente guerra contro lIraq, fra le sue finalità comprende senzaltro
anche quella di "legittimare" un ulteriore giro di vite nel
disciplinamento più drastico del fronte interno, in tutti quei paesi
comunque coinvolti in essa, anche se per ora, magari, su posizioni
dilatorie e/o patrocinanti soluzioni di compromesso, alternative alla
definitiva deflagrazione di un conflitto, peraltro mai davvero cessato,
sin dai tempi della Guerra del Golfo.
Al di là di ciò, al di là del temporaneo riaggiustamento tattico estorto
al vaccaro texano dallimpatto con quei milioni di soggetti che ne hanno
denunciato larroganza feroce e dispotica, interponendosi di fatto fra le
sue milizie e il popolo dellIraq, resta il fatto che assai probabilmente,
fra poche settimane, una nuova tempesta di fuoco si abbatterà su
questultimo, e per la quarta volta in dodici anni le potenze occidentali
si troveranno direttamente impegnate nel cimento bellico.
Come accennato - ed ormai comunque evidente -, la guerra non è più lultima
ratio nella risoluzione delle "controversie internazionali", ma è divenuta
un elemento strutturale dellattuale fase capitalistica.
A rendere la guerra parte integrante del nostro presente, sia quando è
realmente combattuta sia quando incombe come minaccia reale permanente, è
la gravissima crisi di sovrapproduzione di capitali ormai giunta a
consolidarsi, su scala planetaria, in forme sempre più difficilmente
governabili. Nellincapacità delleconomia capitalistica di mettere in moto
una valorizzazione adeguata alle attuali capacità produttive, la
recrudescenza bellica, con il suo inevitabile carico di distruzione di
infrastrutture e merci (le vite umane ben poco contano per Monsieur le
Capital!), sembra offrirsi come "soluzione finale" per creare un nuovo
sbocco altrimenti irreperibile per capitali in cerca di profitti.
Daltronde, in una sorta di paradossale circuito virtuoso per il capitale,
la stessa gravità della sua crisi va innescando un numero sempre crescente
di focolai di conflitto, per laccaparramento di quelle risorse primarie
(in primo luogo le fonti energetiche) dalle quali la sua accumulazione
dipende, nonostante la finanziarizzazione e la presunta virtualizzazione
di processi e prodotti che hanno segnato la fine del secolo passato.
Da tutto ciò non può che conseguire lintensificarsi dello scontro tra la
potenza tuttora egemonica (gli Usa) e quelle potenze (la Cina, lasse
franco-tedesco, in parte la Russia) che ambiscono a mettere in discussione
la leadership statunitense.
Eovvio che appropriarsi delle riserve petrolifere irachene serve a ridurre
le quote di greggio che vengono da un partner sempre meno affidabile per
gli States, come lArabia Saudita (alla cui dinastia regnante, per ben
"strano paradosso", è legato lo stesso Osama Bin Laden). Inoltre, tale
passaggio si colloca nellambito di una strategia generale, volta anche
allindebolimento dellOpec nel suo complesso: non è casuale, infatti, che
gli Usa stiano pesantemente intervenendo nelle dinamiche interne del
Venezuela, nonché premendo per la fuoriuscita da quel cartello della
Nigeria, entrambe importanti produttrici di petrolio (per non parlare
della perdurante occupazione manu militari dellAfghanistan, evidentemente
mirata al controllo delle "vie delloro nero", trasversali al continente
euro-asiatico).
Ma ciò non toglie che sia individuabile anche un ulteriore significato di
questa nuova insorgenza guerresca, indirizzata con furbesco quanto
strumentale pretesto contro la pur certo fetida figura di Saddam: tale
guerra, infatti, è diretta in buona sostanza anche contro lEuropa, nel
momento in cui si determinano le condizioni per cui - in prospettiva - il
Medio Oriente si potrebbe configurare come una regione interna allarea
valutaria della Unione Europea.
La guerra preventiva del solito vaccaro texano, pertanto, non agisce solo
contro l'emergere di potenze regionali, ma anche al fine di evitare che
altri soggetti giungano a competere alla pari con gli USA sullo scenario
mondiale.
Se dunque, nella regolazione delle relazioni economiche internazionali,
stiamo di fatto assistendo a un nuovo protagonismo degli stati, quali
depositari delluso della forza, il problema non può essere quello di
"ritornare alla politica", in quanto strumento di regolazione dei
conflitti. Tanto più se tale istanza si va a configurare come sostegno
allopera di mediazione di organismi sovranazionali, come la tanto invocata
Onu, o alla attività di qualche tribunale internazionale per i diritti
umani. Gli organismi sovranazionali, infatti, sempre più si palesano per
quello che sono: il luogo dove le diplomazie dei diversi poli economici
(statuali o regionali) affilano le armi per avere lavallo alle proprie
politiche o per negarlo a quelle degli altri. Una sorta di camera di
compensazione insomma, certamente poco interessata a gettare le basi per
lavvento di una civiltà planetaria legata alla garanzia dei diritti umani
ed al rispetto per tutti delle regole della convivenza fra stati (e
pensare che cè stato un tempo, sino a non molti mesi fa, in cui una parte
cospicua della sinistra "critica" - e non - trovava chic dar credito a
quei buontemponi che amano parlare di Impero!?!). Una camera di
compensazione sempre più inefficace, soprattutto dopo il venir meno del
bipolarismo e dellequilibrio del terrore (in specie nucleare), che nel
dopoguerra avevano consentito un ruolo di mediazione dellOnu.
La crisi economica generalizzata, daltra parte, ostacola fortemente ogni
forma di compromesso. Ormai cè ben poco da spartirsi: il gioco a somma
positiva, caratteristico della concorrenza capitalistica nel ciclo
accumulativo ascendente del dopoguerra, è diventato un gioco a somma zero
(se non negativa) nella fase attuale.
LOnu rischia dunque di diventare definitivamente un ferro vecchio; anche
perché, nella logica della politica di potenza statuale, i compromessi
sono necessari solo quando si dà un qualche bilanciamento fra le forze in
campo, ma non trovano spazio in una situazione come quella attuale, dove
lo squilibrio politico-militare, a favore della potenza egemonica, risulta
pesantissimo.
Ciò nonostante, a tale strapotere non corrisponde un equivalente
predominio sul piano economico degli Usa, che, in realtà, sono un colosso
con vistose crepe: essi, infatti, stanno cercando, per dirla con Tacito,
di "fare un deserto per chiamarlo pace", al fine di garantire uno sbocco
ai propri capitali, mentre, sul piano dell'egemonia finanziaria a livello
planetario, l'Euro sta diventando moneta sempre più riconosciuta ed
adottata negli scambi internazionali.
E' vero che l'Ue non dispone (ancora) di un proprio esercito ed è
attraversata da profonde lacerazioni. Ma ciò non basta a rassicurare una
potenza in crisi, dal momento che Francia e Germania, insostituibili
motori della costruzione europea, con la netta presa di posizione contro
la guerra sono uscite allo scoperto, spingendo gli States ad adoperarsi
per dilacerare la stessa Ue.
Per questo la campagna contro l'"asse del male" si può ragionevolmente
considerare come momento basilare di un conflitto che non possiamo che
definire come interimperialistico, con buona pace di chi, come il Totonno
Negri, ha parlato sino a ieri di un "Impero" sostanzialmente progressivo e
pacificato (sia pur turbato da sporadiche lamentele dei "vassalli", fra
cui si includevano anche Francia e Germania). Un conflitto di cui dobbiamo
attentamente analizzare le manifestazioni, ma senza mai schierarci per
luno o per laltro dei contendenti: ciò, anche se è assolutamente scontato
che il primo e più potente nemico in questo momento sono gli Usa, e che in
questo contesto possono far gioco le prese di posizioni pseudo-pacifiste
dellasse franco-tedesco.
Ciò detto, non si può indugiare sul falso dilemma
americanismo/antiamericanismo, né scambiare le pur indispensabili
considerazioni geopolitiche per una fantomatica "politica di classe", di
nuovo e sempre appiattita nel suicida abbraccio con qualsivoglia "nemico
del proprio nemico" & per quanto esso pur possa risultare repellente! Va
invece raccolta e fatta vivere, nella quotidianità delle lotte,
l'indicazione di porre sotto costante osservazione le mai sopite tendenze
imperialistiche di casa propria, le cui malefatte non possono essere
sottaciute neanche in un contesto come lattuale, segnato dalla debordante
protervia americana. E ciò, soprattutto, al fine di non lasciar alcun
margine di ascolto alla sirena di un europeismo ammantato di ingannevoli
illusioni democraticistiche, rispettose di un ipotetico futuro "ordine
mondiale delle regole" (in tal senso vale la pena di demistificare quegli
editoriali de "il manifesto" e di "Liberazione" che ancorano la scelta
"pacifista" franco-tedesca, non solo ad interessi materiali, ma anche ad
un presunto principio di superiore civiltà dellEuropa). A smentire
siffatta retorica, si consideri l'attuale aggressivo colonialismo francese
in Africa (che si concretizza in un intervento militare in quella Costa
dAvorio, ove da poco è stato rinvenuto petrolio "di qualità"), o il
decisivo contributo della Germania al massacro delle popolazioni
balcaniche (compiutosi in nome dellallargamento dellarea del marco e della
conseguente necessaria disgregazione della Jugoslavia): questi esempi
confermano ulteriormente come lobiettivo di unEuropa democratica e
pacifista sia solo una chimera.
Daltro canto, si palesa come assolutamente inverosimile anche un altro
obiettivo: quello dell"Europa sociale". Se l'Unione Europea - come
preconizza la stessa sinistra "critica e alternativa" - vuole pesare sulla
scena internazionale, essa deve dotarsi di "cannoniere". Il che porta con
sé un vertiginoso aumento delle spese militari per recuperare il gap
tecnologico con gli States: ossia una riduzione ulteriore, da parte degli
Stati della Ue, dei capitoli della spesa pubblica legati alle politiche
sociali. Altro che welfare europeo!?!
Come si è visto in apertura, la politica allinterno del territorio
nazionale va da tempo perdendo la propria capacità di generare consenso e
di coinvolgere i cittadini nella formulazione delle decisioni pubbliche,
tramite i meccanismi rappresentativi (morte della politica), e si riduce
di conseguenza, in maniera sempre più evidente, a mera gestione del
monopolio della forza, in altre parole a repressione e a politica di
potenza (politica della morte).
Da questo punto di vista, la guerra può oggi essere intesa, a un tempo,
come rivelatrice delle tendenze consolidate di fase e strumento ormai
"normale" di risoluzione temporanea dei problemi connessi alla forma
statuale capitalistica, oggi predominante. Ciò nel senso che uno Stato che
non media né canalizza le spinte contestative nelle proprie istanze
rappresentative, può correre il rischio di generare conflitti sociali
sempre più radicali. Un rischio che l'evento bellico, che pur radicalizza
la tendenza allautonomizzazione della politica dalla sfera sfera della
gestione/compatibilizzazione dei bisogni sociali, esorcizza attraverso la
creazione del "fronte interno". Infatti, in occasione di ogni guerra, più
insistito diviene, da parte dei media e delle compagini governative, il
richiamo alla "pace sociale", alla concordia interna di fronte al nemico
esterno che minaccia il nostro ordinamento o, secondo la retorica che
segna sin dalla sua genesi l'"operazione guerra infinita", il modello
economico, sociale e culturale occidentale nel suo complesso.
Ora, venendo allo specifico italiano, va notato che tale irrinunciabile
necessità di creare un "fronte interno" incontra per ora dei limiti legati
al fatto che il padronato non è compatto attorno all'opzione bellica.
Alcuni settori dell'imprenditoria italiana, economicamente legati al carro
franco-tedesco o propositori di una linea autonoma di intervento nel Medio
Oriente, portano avanti - anche attraverso i propri media - una posizione
critica nei confronti della guerra all'Iraq prossima ventura. Salvo poi
far passare, dietro la cortina fumogena di questo pacifismo dellultima ora
- e con ritrovata unanimità -, una manovra legislativa di definitivo
smantellamento delle residue garanzie giuridiche di quel "lavoro" che,
vedi caso, non ha mai cessato di essere considerato come la principale
trincea in cui sempre si rigenera il "nemico interno".
Ma se la propaganda di guerra può sembrare meno forte che nel recente
passato, ciò non toglie che emergono con estrema forza il richiamo
ricattatorio alla salvaguardia manu militari della "pace sociale" e
lesplicita volontà di criminalizzazione di qualsivoglia espressione di
conflittualità non rispettosa di tale inviolabile "tabù" (come rivelano
anche recenti affermazioni del ministro Pisanu, evidentemente dimentico di
quellinviolabile diritto di sciopero che la carta costituzionale sancisce,
a formale quanto ipocrita riprova di quella ineludibile dialettica di
classe che non può non articolarsi dentro il corpo sociale di una
repubblica che si pretende "fondata sul lavoro").
E fortissima rimane l'attenzione repressiva nei confronti dei settori più
radicali del movimento contro la guerra: quelli che meno possono essere
recuperati ad unottica di piatto sostegno alla linea europeista o al
misticismo pacifista.
Lo scenario che abbiamo di fronte, dunque, presenta da un lato elementi
inediti (come lesplicita contrapposizione tra gli Usa ed un'altra potenza,
rappresentata dall'asse franco-tedesco), dall'altro, momenti di continuità
con le guerre precedenti.
Uno scenario che impone, prioritariamente, la solidarietà attiva nei
confronti di tutti i soggetti colpiti dalla repressione e la riconferma di
una categoria irrinunciabile per chiunque si batta per trasformare
l'esistente: quella del diritto alla resistenza. Diritto che, in un
contesto di guerra, vuol dire in primo luogo unopposizione al conflitto
che sappia far vivere la stessa energia espressa nei grandi appuntamenti
metropolitani di massa, anche in quegli ulteriori passaggi mobilitativi
che saranno necessari, nelleventualità di un effettivo scatenarsi
dellattacco contro lIraq, includendo anche le basi militari e, in
generale, i luoghi e i gangli attraverso cui si articola concretamente la
"politica della morte". Sino allineludibile momento dello sciopero
generale europeo (e tendenzialmente mondiale), come azione diffusa di
resistenza alla militarizzazione di infrastrutture e luoghi produttivi, e
allassoggettamento della società alla logica bellica, vera saldatura tra
le materiali rivendicazioni sui bisogni quotidiani e l"eticità"
coscienziale del rifiuto della guerra.
Ma anche diritto che, in seconda istanza, si traduca nellautodifesa
rispetto alla repressione ovunque essa si dispieghi, soprattutto in quei
cortei pacifici ma non pacifisti, dove l'apparato repressivo - colpendo
eventualmente i manifestanti - riveli la continuità tra la violenza
esercitata all'esterno e quella rivolta all'interno: due inestricabili
aspetti dell'uso della forza da parte dello stato.
Riproporre i luoghi concettuali sin qui tematizzati, e il relativo
impianto categoriale, crediamo sia oltremodo necessario al fine di creare
un argine contro il tentativo di normativizzare/compatibilizzare il
"movimento", portato avanti in primo luogo dalla cordata
politico-mediatica "De Benedetti/Scalfari", con lintento di omologarlo al
"girotonTismo" e ancorarlo allUlivo rinato nel nome del dialogo col
sociale. Non può esser solo istintivo, legato allimpeto antibellicista, il
rifiuto delle linee-guida proposte al movimento contro la guerra, da "La
Repubblica" e da "Micromega". Né può prescindere dalle argomentazioni sin
qui articolate unopposizione coerentemente radicale al tentativo di
costoro, di fare del "popolo del 15 febbraio" (denominato non a caso
<<popolo europeo>> da Eugenio Scalfari) un caposaldo per il definitivo
lancio di una autonoma politica dellUnione Europea sullo scenario
internazionale. Così come, non si può non evidenziare il nesso profondo
fra il cosiddetto giustizialismo in chiave interna, della "sinistra di
governo", e lipotesi di una cultura "delle regole" a livello planetario.
Il che poi rimanda - su scala interna -, alla promozione/imposizione di
una pace sociale che passi per una via diversa da quella battuta dal
governo di centrodestra, tramite il ricorso ad un diritto uguale per i
diseguali in grado di giungere comunque, ma in modo formalisticamente
inappuntabile, alla criminalizzazione di qualsiasi infrazione dei codici,
di qualsiasi lotta sociale non rispettosa dei limiti prestabiliti, nel suo
concreto svolgimento; e su scala planetaria, invece, ad una considerazione
paritetica degli oppressi e degli oppressori, alla rimozione della
questione dei rapporti di forza, sino alla pretesa - tanto per
esemplificare - che lo stato di Israele e gli organismi della lotta
popolare palestinese debbano abbandonare le "opposte violenze".
Ma per far vivere queste istanze critiche dentro il movimento in atto, per
portare avanti allinterno di questo lopzione comunista, è necessario che
le forze anticapitalistiche dellantagonismo sociale e del sindacalismo di
base e/o autorganizzato assumano la grande esperienza del 15 febbraio come
una sorta di irreversibile "giro di boa": esse, in tale giornata hanno
oggettivamente corrisposto allimprescindibile indicazione che proveniva da
quella marea di individualità fattesi protagoniste di una ripresa di
parola che nessuna censura mediatica e/o partitica avrebbe potuto in alcun
modo né tacitare né surdeterminare. Hanno finalmente in qualche modo
intuito che dentro quella "massa comunitaria" svaniva (ammesso che ne
avesse mai avuto uno!) il senso stesso di una qualunque forma di
separatezza da organismo politico in sé conchiuso e presuntivamente
autonomo dal contesto. Lì dentro, in quel momento embrionalmente fusionale
e allusivo di un soggetto collettivo in formazione, esse hanno saputo
cogliere che si poneva lobbligo, per loro, di accantonare le proprie
esigenze di autorappresentazione (esigenze che sarebbero state peraltro
frustrate dalla realtà dei fatti, visto che anche gli "spezzoni più tozzi
e combattivi", per quanto magari nutriti e vivaci, tendono inevitabilmente
a scomparire nella marea di milioni di individui non inquadrabili in alcun
settore politicamente "etichettato").
Dal 15 febbraio, dunque, oltre la definitiva assunzione delle suddette
modalità di interrelazione con i grossi momenti mobilitativi, quale dato
paradigmatico irreversibile del proprio agire politico, il problema reale
che si pone sul tappeto per la componente anticapitalistica del
"movimento", è quello di riuscire a stare dentro questa specifica
drammatica emergenza antibellicista, senza isolarsi in una suicida pretesa
di "purezza ideologica", ma senza nemmeno disperdere alcunché della
propria specificità propositiva, sul piano dellanalisi critica di fase,
delle parole dordine, degli obiettivi di lotta, e soprattutto dellormai
indilazionabile processo di ridefinizione complessiva di una teoria e di
una pratica comuniste, dallinterno di quella dialettica sociale ormai
irrefutabilmente riattivatasi su scala planetaria, dopo lunghi decenni di
passivizzante atomismo.
La componente anticapitalistica dovrà quindi saper agire come istanza di
contaminazione nelle piazze, fluidificandosi dentro quelle masse che di
corteo in corteo, in un percorso certo lento e contraddittorio, vanno
articolando un processo di autocostituzione in soggetto collettivo.
E naturalmente, a questo nuovo modo di agire nelle dimensioni di massa,
dovrà sapersi agganciare la definizione di luoghi di dibattito dove
finalmente principiare la ridefinizione di unopzione comunista adeguata
allattuale sfida imposta da "Monsieur le Capital".
Se la loro pace è fatta di guerra e morte,

la nostra scelta non potrà che essere lotta di classe per la vita vera!


16 febbraio 2003

Il Comitato di Quartiere "Alberone" <g.dubaldo@tiscalinet.it>
La redazione di "Corrispondenze Metropolitane" <cmetropolitane@yahoo.it>
La redazione di  "Vis - à - Vis"  <karletto@rm.ats.it>




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