A - I n f o s
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists **

News in all languages
Last 30 posts (Homepage) Last two weeks' posts

The last 100 posts, according to language
Castellano_ Català_ Deutsch_ English_ Français_ Italiano_ Polski_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe_ All_other_languages _The.Supplement
{Info on A-Infos}

(it) keynesismo militare [MEDIA]

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Tue, 18 Feb 2003 12:53:53 +0100 (CET)


 ________________________________________________
      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
            http://www.ainfos.ca/
        http://ainfos.ca/index24.html
 ________________________________________________

Da: "tiziano antonelli" <t.antonelli@tin.it>

dal Manifesto:

Keynes inviato al fronte Non solo per il petrolio o per prevenire il
terrorismo. La guerra serve a rilanciare l'industria degli armamenti e
attenuare così gli effetti della recessione economica. Un percorso di
lettura sulle cause vere o presunte della volontà angloamericana di
attaccare l'Iraq
ENZO MODUGNO

ISocial Forum sono stati anche, a guardar bene, dei congressi
internazionali di polemologia, una disciplina che studia le cause delle
guerre. Da Firenze a Porto Alegre in centinaia di dibattiti sono state
valutate le dichiarazioni ufficiali del governo Usa e le principali cause
della guerra avanzate finora, cioè il keynesismo militare, il terrorismo,il petrolio. Partiamo dalla prima spiegazione, il keynesismo militare.
«Con Reagan - ha scritto Samir Amin - il keynesismo sociale è stato
ripudiato, ma a favore di un keynesismo militare - immutato dal 1945 e
mantenuto anche dopo la dissoluzione del presunto nemico sovietico - per
il quale la scelta egemonica di Washington ha trovato nuove
legittimazioni». Secondo questa versione, la crisi economica, la più grave
dopo il `29, è oggi il pericolo reale e inconfessabile per la «sicurezza
nazionale» Usa, non il terrorismo e il petrolio delle versioni ufficiali.
Quindi la spesapubblica militare - il keynesismo infinito - serve in realtà a combattere
la crisi perché ha il duplice effetto: 1) di attutire la recessione - come
sostegno alla domanda che diventa decisivo quando la riduzione della
pressione fiscale e i tagli del costo del denaro non danno risultati - e
2) di rafforzare l'egemonia militare - che permette di controllare mercati
ecampi d'investimento e di rassicurare i capitali esteri che affluiscono a
finanziare il deficit statunitense.

Una sinergia micidiale. La spesa pubblica militare è così diventata la
formula della sopravvivenza per il capitalismo statunitense afflitto da
depressione cronica, ed è ormai una necessità permanente, strutturale,
inconfessabile che ha dunque bisogno di apparire necessaria in altro modo,
giustificata cioè da una continua, ossessiva, apocalittica minaccia, che
se c'è va enfatizzata e se non c'è va costruita.
Torniamo un po' dietro nella storia, agli anni Trenta, quando gli Usa
stavano attraversando il decennio di depressione più disastroso della loro
storia, curato invano con la spesa pubblica civile. Ma quando «il dottor
New Deal - disse l'allora presidente Roosevelt - lasciò il posto al dottor
vinciamo la guerra», e nel 1941, già nei primi mesi di conflitto con la
forte ripresa della produzione, gli Usa verificarono l'efficaciaeconomica della spesa pubblica militare, la adottarono stabilmente e da
allora non l'hanno più abbandonata. Quindi non ci troviamo all'inizio
della «guerra infinita» ma ad un'alternanza di guerre calde e fredde che
dura da 61 anni: oggi infatti, con la capacità produttiva inutilizzata al
25%, come nella grande depressione, l'unica domanda che continua a
crescere è quella per gli armamenti.
Il military keynesianism, di cui hanno scritto Paul Sweezy e Paul Baran,
Harry Magdoff, Samir Amin, che hanno interpretato in questo modo le guerre
Usa per più di mezzo secolo, è stato ripreso nei Social Forum ma oggi è
quasi ignorato a sinistra. Ne ha parlato Alex Zanotelli e ne hanno
variamente trattato Massimo Pivetti su «Giano», Giacchè, Burgio e Catone
su «L'Ernesto», Nella Ginatempo su «Pace e guerra» e Sbancor su Indymedia,
Luciano Vasapollo e Giorgio Gattei in La belle epoque è finita, quaderno
di «Contropiano». Ma non ve n'è traccia nel pur dotto volume Per una paceinfinita di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni, secondo i quali la guerra
viene fatta per rimuovere le interruzioni alla circolazione delle
comunicazioni e dei flussi del petrolio e del denaro.
Secondo la spiegazione «keynesiano-militare» delle minacce di guerra, il
terrorismo e il petrolio svolgerebbero il ruolo ufficiale di «minaccia».

La guerra al terrorismo è la versione ufficiale fornita
dall'amministrazione Usa, accettata da neoliberisti di destra e di
sinistra, e anche da una parte della sinistra che rifiuta la guerra, ma
perché la considera un mezzo inadeguato e controproducente. Sivedano a questo proposito, le critiche a questa spiegazione date da
Andrea Catone nel numero 5 de «L'Ernesto». Rifiuta questa versione anche
Alex Zanotelli: «Non è una guerra contro il terrorismo. Non so cosa sia
successo l'11 settembre, un giorno lo sapremo, ma il complesso
militare-industriale americano ha usato l'11 settembre per rilanciare
l'economia».
Qualche mese fa a Praga, il presidente americano George W. Bush ha
dichiarato: «La guerra fredda è finita ma ora ci sono nuovi nemici. Ci
abbiamo messo dieci anni per capire qual era la nuova minaccia»,
confessando così la troppo lunga gestazione della strategia statunitense
sulla sicurezza nazionale. Ma può essere detto, con Ramonet, in altro
modo: «l'anticomunismo vi era piaciuto? l'antislamismo vi entusiasmerà».Tuttavia il terrorismo islamista non è l'Armata rossa e i 10 mila di Al
Qaeda non riescono a giustificare una spesa militare così sproporzionata;
anche perché sono stati allevati, istruiti, armati dagli Usa sin dagli
inizi e usati contro l'Urss in Afganistan; una credibilità vacillante,
anche per i dubbi e le inchieste sull'11 settembre.
E' stato dunque necessario un rilancio ufficiale. Se dopo l'11 settembre
erano stati previsti due anni, adesso il «piano militare strategico per la
guerra al terrore» ne prevede altri trenta, un intero periodo storico,
l'equivalente della Guerra fredda, in realtà la sua continuazione. «E' la
formula magica per far durare all'infinito il periodo delle vacche grasse:
la Guerra fredda è una pompa automatica, si gira un rubinetto e la gente
strepita per nuovi stanziamenti militari, se ne gira un altro e lo
strepitocessa», scriveva 50 anni fa l'ultraconservatore «U.S. News and World
Report» (citato da Paul Sweezy ne Il capitale monopolistico). Nulla di
nuovo dunque, nient'altro che la solita, collaudatissima «formula magica».
Costruire o enfatizzare la minaccia per giustificare l'ingente spesa
pubblica militare. Ma alla Casa Bianca ci sono due scuole di pensiero e la
seconda ha un'altra minaccia da affiancare al terrorismo: la mancanza dipetrolio.

La mancanza di petrolio costuisce, secondo alcuni documenti
dell'amministrazione Bush, il vero pericolo, dato che fondano alla
«sicurezza nazionale» Usa sul controllo dei giacimenti. Questa spiegazione
è recepita da un'altra parte della sinistra perchécombacia con l'interpretazione «leninista» della guerra imperialistica
come guerra di rapina. Per Valentino Parlato potrebbe essere «una tesi
troppo vetero-imperialista» (il manifesto, 18-9-2002). Si sovrappone o
coincide con l'interpretazione della guerra come imposizione dell'egemonia
Usa. La versione petrolio è frequente sui media europei ma, come ha
rilevato Rifkin, non su quelli americani. In effetti le compagnieamericane hanno comprato ancora nel 2001 il 42% del petrolio che l'Iraq è
riuscito ad esportare.

D'altra parte se si trattasse davvero di una guerra per disporre di più
petrolio, perché solo ora e non dieci anni fa durante la guerra del Golfo?
Quando invece il petrolio fu bloccato, prima col dietro-front a pochi
chilometri da Bagdad e soprattutto poi con le sanzioni.
Il giornale della Confindustria si chiede preoccupato - ed è una
preoccupazione «europea» - se anche questa volta «ci sia interesse a
tenere quel greggio lontano dal mercato per molti anni» («Il Sole-24 Ore»,
23-12-2002). Non si aspetta oil bonanza neanche l'«Economist» (25-1-2003)
secondo cui il motivo della guerra non è il petrolio a buon mercato perché
gli impianti petroliferi, già in cattive condizioni dopo dieci anni di
abbandono, con la guerra peggioreranno e ci vorranno altri dieci anniper ripristinarli, specialmente se Saddam Hussein distruggerà i pozzi:
per questo si prevedono prezzi alti, $40 al barile, «almeno per molti anni».

E poi come sarà gestito il petrolio dell'Iraq? «Il petrolio è degli
iracheni» ha dichiarato il segretario di stato Usa Colin Powell (22
gennaio), ma il suo capo tace: glie lo lasceranno o glie lo prenderanno
tutto? E in questo secondo caso quanto potrà costare tenere a bada 25
milioni di iracheni?
Dunque non è certo la guerra che assicura agli Usa petrolio a basso costo
ma al contrario il controllo del mercato che già detengono da molti anni:
infatti i paesi veramente dipendenti dal petrolio sono i paesi produttori,
che non hanno mai il coltello dalla parte del manico; il mercato del
petrolio e dei derivati sul petrolio è dominato dalla domanda e i prezzi
di riferimento (Brent e West Texas) si fanno in Occidente. Si prospettava
anche un accordo tra i paesi importatori che potrebbero escludere alcuni
paesi produttori gettandoli sul lastrico. E la Russia e altri paesi nonOpec, che sono in grado da soli di fornire tutto il petrolio necessario
sostituendo il Medio oriente, stanno ora tentando di convincere gli Usa ad
acquistarne quote maggiori: c'è infatti incertezza sull'incremento della
domanda di petrolio, che è del 2,2% secondo il modello di riferimento ma
potrebbe essere solo dell'1,1% in seguito al risparmio energetico in
consumi e investimenti. Perfino il Bush del "no" a Kyoto ha stanziato 1,2
miliardi per il motore all'idrogeno. Pertanto, e per il fatto che i
giacimenti sono più vasti di quanto stimato qualche anno fa, il dominio
sul mercato assicura già agli Usa abbondanza di petrolio e controllo dei
prezzi.
Per questo, anche se la crisi economica, secondo la tesi neoclassica,
derivasse dal prezzo del petrolio - e non invece da ragioni endogene,
secondo la tesi marxiana - non avrebbe comunque senso l'occupazione dei
giacimenti perché rapinare petrolio costa molto di più che comprarlo: la
guerra all'Iraq potrebbe costare fino a 2000 miliardi di dollari, come
sostiene l'economista William D. Nordhaus docente a Yale (il manifestodel 14/2/2003), e quindi gli Usa, che spendono 100 miliardi all'anno per
importare petrolio, con 2000 miliardi potrebbero comprarne per vent'anni
standosene tranquilli a casa. Ma sfortunatamente il rapporto
costi/benefici è stato calcolato su un altro piano.
D'altra parte il colonialismo è tramontato anche perché, stabilita
l'egemonia militare, era più conveniente controllare i mercati che
occupare i territori. Per questo l'occupazione coloniale dei pozzi - oggi
- può diventare un'altra giustificazione per l'ingente spesa pubblica
militare.
Il keynesismo militare dunque è un tragico retaggio delle dittature che
con la gestione neoliberista si è definitivamente affermato come
indispensabile alla sopravvivenza del capitalismo. Un micidiale binomio
che va riconosciuto e fermato: il terrorismo e il petrolio sono solo le
giustificazioni di turno, ci saranno ancora minacce ossessive,apocalittiche, martellanti, e governanti che non oseranno metterle in
dubbio. L'anticomunismo delle blacklist maccartiste e l'antislamismo di oggi
seguono lo stesso copione. Questo capitalismo ha avuto bisogno quest'anno
per sopravvivere di 700 miliardi di armamenti mentre ne sarebbero bastati
13 per eliminare la morte per fame. Un cinismo trasversale che ormai solo
un grande movimento può fermare.



*******
                  *******
     ****** A-Infos News Service *****
          Notizie su e per gli anarchici

 Per iscriversi        -> mandare un messaggio a LISTS@AINFOS.CA e
                          nel corpo del msg scrivere SUBSCRIBE A-INFOS-IT
 Per informazioni      -> http://www.ainfos.ca/it
 Per inoltrare altrove -> includere questa sezione
 Per rispondere a questo messaggio -> a-infos-d-it@ainfos.ca



A-Infos Information Center